Meteo sul Garda: in un anno le burrasche si sono triplicate

La regina delle burrasche fu quella che scatenò tutta la sua potenza nella notte tra il 4 e il 5 maggio del 2019: i venti raggiunsero picchi straordinari, arrivando a superare addirittura i 103 chilometri orari. La media, per le tempeste gardesane, si attesta alla metà circa di quella velocità. È, questo, uno dei dati più significativi emersi dal puntuale studio effettuato dall’Istituto di Geofisica del Garda, diretto dal professor Gianfranco Bertazzi.

Dai laboratori della specola del castello di Desenzano, Bertazzi ha monitorato giorno dopo giorno l’andamento dei moti burrascosi sul lago e il dato, raffrontato a quello dell’anno precedente, sorprende: nel 2019 le burrasche sono state tre volte tante quelle registrate nel 2018. Settanta tempeste ha registrato il radar dell’Istituto nel 2019.

Si sono contate in numero maggiore soprattutto nei mesi di gennaio (sette), novembre (nove) e dicembre (otto). In maggio, mese della «regina», sei: la tempesta che si è verificata a cavallo tra il 4 e il 5 maggio ha surclassato ogni precedente record. È stata peraltro l’unica dell’anno a essere classificata come «storm», ossia burrasca forte. Ogni altro evento temporalesco, invece, è stato annoverato tra il «gale», vale a dire burrasca vera e propria, con venti che superano i 17,1 metri al secondo, e il «near gale», più debole, con venti che invece soffiano tra i 13,8 e i 17,1 metri al secondo.

Per capirci: la tempesta del 5 maggio è arrivata a 28,5 metri al secondo.  Nulla di straordinario, però, secondo il professor Bertazzi: «Fenomeni come questi – spiega – sono legati all’interazione a livello idrodinamico tra le acque del lago e l’attività solare, che nel 2019 è stata particolarmente intensa. Fenomeni ciclici che non sorprendono particolarmente. «Il fatto poi – continua – che la tempesta del 5 maggio si sia scatenata con particolare forza sul basso lago è legato alla conformazione stessa del Garda: stretto a nord, più largo nella parte bassa, viene a crearsi una sorta di effetto tunnel. Quando i venti escono dal corridoio settentrionale, si allargano e scaricano con maggior forza».

Nulla a che vedere, per il professore, con i «cambiamenti climatici»: «Preferisco parlare di oscillazioni, più che di cambiamenti. Perché numerosi eminenti studiosi hanno dimostrato e sostengono con prove inoppugnabili che queste oscillazioni, appunto, si ripetono nei secoli, periodicamente. Basti pensare al lago di Costanza ghiacciato nel 1963, a quando tracimò il Nilo, l’anno dopo. Prima, nel ’59 la temperatura in Baviera raggiunse straordinariamente i 32 gradi. Si tratta di fenomeni legati all’attività solare, l’attività dell’uomo c’entra poco».

 

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