Tag: Mercato della Musica

Digital Music Report 2012

Dal Digital Music Report 2012 riferito, ovviamente, al 2011:

Nel 2011 il mercato italiano della musica digitale ha continuato la propria crescita (SI CRESCE SI CRESCE!!!) raggiungendo un fatturato pari a 27,5 milioni di euro tra download, streaming e abbonamenti.
Nell’ultimo anno sono cresciuti notevolmente sia lo streaming
(ANCHE LO STREAMING E VAI!!!) video sia il download di album digitali: una crescita di oltre il doppio rispetto al 2010 sul 2009 (NACCHIO!!!).

Gli album digitali infatti sono saliti addirittura del 37% (più che triplicati rispetto al 2009) contro una crescita dei singoli del 25% (MICA CIUFOLI OH…).

In forte espansione anche lo streaming da YouTube, che è salito del 64% arrivando a sfiorare i 4,5 milioni di euro contro 2,7 milioni del 2010 (ANCHE YOUTUBE, ANDIAMO FORTISSIMI!)
Complessivamente il mercato discografico ha incassato al sell-in al netto dei resi 130,5 milioni di euro contro i 135 del 2010, un calo del 4% complessivo (AHHHH PECCATO, DAVVERO PECCATO ANDAVAMO COSÌ BENE!!!!) dove il supporto fisico ha fatturato 103 milioni di euro (-9 %) e il digitale 27,5 milioni (+22%). Ad unità il mercato fisico è calato del 7% con gli album in CD……
Se avete ancora voglia di sapere altro andate qua:

http://www.fimi.it/pdfddm/DigitalMusicReport2012-bassa.pdf

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://feedproxy.google.com/~r/LeBarriereDelSuono/~3/ayVWihs44G0/digital-music-report-2012.html

Rispondere alla crisi con il confronto

Sempre alla ricerca di confronti con esperienze diverse mi sono imbattuto in Salvatore Addeo, fonico e produttore di Lecco proprietario dell’ Aemme studio con all’ attivo un’esperienza soprattutto con il mercato americano. Salvatore mi ha segnalato alcuni punti che pensa siano “critici“ in questo momento nella produzione musicale in Italia. Anche lui come me avverte, nell’ uso della tecnologia, non solo un mezzo tecnico ma anche una filosofia del lavoro stesso e fa del confronto musicista/fonico/produttore, un momento importante di crescita sia personale che artistica.

Ho iniziato facendo gavetta in uno studio come assistente. Erano gli anni novanta, periodo che coincideva con la disponibilità dei primi software per la registrazione e mi sono ritrovato a far la spola tra il mondo analogico nello studio con cui collaboravo, ed il digitale, nel mio piccolo studio, e ho avuto la possibilità di ampliare il mio bagaglio di conoscenze facendo il free lance in alcuni studi del sud Italia, fino ad arrivare alla decisione di trasferirmi a Lecco dove ho aperto un piccolo project studio all’interno del quale ho iniziato a coltivare la mia figura di produttore. Nel momento in cui mi sono sentito pronto, certo delle mie qualità di producer e sound engineer, ho scelto di aprire uno studio di alto profilo e confrontarmi con il mercato professionale.

Sono cresciuto con le musicassette e con il mito dello studio di registrazione, suonavo in un gruppetto e ricordo che l’accesso agli studi in quegli anni (anni ’90) non era una cosa così semplice come lo è adesso, anzi, era qualcosa di quasi irraggiungibile.
Se poi si riusciva finalmente ad accedervi, si aveva un enorme rispetto per ciò che si stava facendo e per chi ci lavorava. Quando ho iniziato a fare questo lavoro a livello professionale, (periodo che coincideva con il boom del digitale), ho visto questa cosa pian piano svanire. Penso che l’avvento del digitale in primis abbia allontanato gli artisti dagli studi professionali, e di conseguenza gli artisti, realizzando la maggior parte delle produzioni “in the box”, abbiano perso via via quelle sonorità rotonde e profonde tipiche della tecnologia analogica.

Adesso la maggior parte dei musicisti che si avvicinano a questo mondo, grazie anche a tutte quelle informazioni trovate su internet, hanno l’impressione di essere degli esperti navigati, ma rimanendo chiusi nei loro project studio stanno perdendo una cosa importante: il confronto tra il musicista e il tecnico-produttore. Sembra si sia perso il concetto dello studio come posto in cui ci si puo’ confrontare per crescere, soprattutto artisticamente. Credo che il confronto sia indispensabile. Oggi solitamente l’artista è compositore, esecutore, sound engineer, producer e a volte anche tecnico di mastering , vi sembra possibile che possa affrontare  tutti questi passaggi  al meglio? Nel processo di produzione di un prodotto professionale non basta solo aver i plug-ins giusti , ma bisogna mettere in gioco anche esperienza, background ed in ultimo, macchine di un certo livello.

Lavorando per il mercato americano noto che il modus operandi del fare musica è ancora legato a certi standard ben definiti: macchine analogiche, personale qualificato, tempi di realizzazione medio lunghi, produzione artistica, ricerca ecc. Lo studio professionale opera ancora un ruolo importante garantendo al mercato americano uno standard qualitativo alto.

Ma tutto questo li’ è ancora possibile perchè gli artisti hanno ancora un budget da destinare alla produzione, capendo che questa è una fase importante e irrinunciabile.

Anche la discografia in America soffre di questa crisi ma le dimensioni del loro mercato unito ad una specializzazione delle varie fasi di lavorazione di una produzione fa si’ che il “prodotto musica” sia ancora qualcosa che procuce qualità e quindi mercato.

Personalmente per far conoscere un certo modo di far musica e far capire che reale valore aggiunto può portare ad un progetto uno studio professionale, ho aperto le porte del mio studio attraverso varie iniziative, cercando di far conoscere un certo modo di far musica per cercare di sensibilizzare alla qualità la generazione attuale di artisti 

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://feedproxy.google.com/~r/LeBarriereDelSuono/~3/ZvpQtqR04JY/rispondere-alla-crisi-con-il-confronto.html

Perchè si fa questo mestiere? Come dice Paolo "Perchè qualcuno lo deve fare!"

In questa valle di lacrime continuo ad incontrare persone che si arrabattano per poter mantenere vivo con entusiasmo la passione della musica. Questa volta ho chiesto all’amico Paolo Bruno, già attivo su questo blog, di raccontarci la sua esperienza in più’ di 20 anni di frequentazione dell’ambiente musicale con un occhio particolare per la musica prodotta a Brescia e dintorni. Paolo è il titolare di un negozio di dischi/cd  in via Tartaglia, 49c a Brescia, appunto, e gestisce una label che da parecchi anni supporta gli artisti emergenti bresciani e non, dando loro la possibilità di essere pubblicati e promossi. In questo periodo sto’ condividendo due produzioni con Paolo: Giovanni Peli e Newdress le cui uscite sono previste con il nuovo anno. Le vie per cercare di mantenere vivo il mondo della musica indipendente si sprecano…

Stefano mi chiede come va e di raccontare “la storia della mia vita”. Qualcuno che mi sta leggendo mi conoscerà già (spero) e qualcun altro si chiederà chi io sia.
In questo giorni mi è stato giustappunto chiesto di scrivere una breve biografia da utilizzare come presentazione di una strana “conferenza incontro ” che terrò a Leno (BS) per i giovani dell’associazione Epicentro. Mi considero un giovane (concedetemelo) affatto precoce per quanto riguarda la mia vita nella musica.
Ciononostante, non essendo dotato di senso del ritmo e/o dell’accordo, ho fatto tutto (o quasi) quello che stà attorno alla musica: dall’organizzare concerti, al costruirli come tecnico, dal “giornalismo musicale”, al produrre dischi.
Affatto precoce perché  fino ai miei 17 anni compiuti  ero uno che ascoltava e poco i cantautori dei tempi: Bennato e Guccini , un pò di PFM, conosceva qualcosa  dei Beatles e di Bob Dylan  ma fondamentalmente
poteva essere considerato un  frequentatore superficiale della musica.

In realtà mi capita a volte di ricordare singolari episodi  precedenti al luglio del 1980  che mi ricollegano alla musica in maniera sicuramente diversa dai miei coetanei di allora ma in quell’estate successe qualcosa che posso veramente dire mi ha segnato nel più profondo .

In quell’estate “la mamma” mi mandò a London a “studiare l’inglese”. Il problema è che sui muri, nelle strade e nei locali  quello era il momento della grande svolta della musica: dopo il terremoto del punk nasceva la
“nuova onda” e più della lingua imparai il sound.
Quando respiri quell’aria à difficile poi dimenticarsela e non parlo solo dei suoni e dei ritmi ma del modo di autorganizzarsi e di autopromuoversi di quella musica. Sulle staccionate dei cantieri vedevi accanto ai patinati manifesti del tour di Rod Stewart strani volantini fotocopiati, fatti con ritagli di giornali  che pubblicizzavano qualcosa che andava ad accadere a Croydon,  nel sottoscala o nello squat di qualcuno.
L’ho fatta lunga perché da lì ho capito la portata rivoluzionaria della musica ed è da lì che ho imparato il Think Global Act Local  e l’importanza di rapportarsi  con la musica nel proprio territorio.
Ecco perché dopo un lungo percorso ho fondato un associazione BandSyndicate che si occupa di promuovere tutti gli artisti della nostra grande provincia bresciana e farli conoscere al fuori di un ambito locale.
Qualche anno fa teorizzavo che a fronte dell’enorme numero di aspiranti musicisti che oggi si propone al pubblico si sviluppasse la nascita di fenomeni dall’identità assolutamente locale e localistica;  questo processo sembrerebbe aver subito un rallentamento  ma  comunque lo vedo come un passo inevitabile.
Siamo talmente globalizzati  che un musicista trova la sua ragione di esistere in 25 (o meno)  estimatori sparsi su tutto il pianeta e sogna di vivere di quello; ma il musicista che vuole e vorrà trovarsi un riscontro  economico in grado di farlo sopravvivere dovrà organizzarsi  su rete locale.
Attenzione!!! Stiamo parlando di show- business e del fatto (incontestabile)  che sempre più  giovani vedono la musica, sia come artisti che per tutti gli altri ambiti che la circondano (vedi Ste che il discorso riguarda anche i tecnici), come possibile fonte di reddito o di impiego e il costo della tecnologia da una parte e un minimo know how dall’altra  sono facilmente accessibili a qualsiasi livello.
Il post-punk sfrutto’ un primo scatto nella scala dello sviluppo tecnologico riuscendo così a scavalcare il peso di produttori che non riuscivano più a comunicare con le nuove generazioni ed il disagio del tempo.
Ma il discorso su come quella stagione musicale riuscì forse per l’ultima volta a sconvolgere e ribaltare le regole del commercio della musica lo faremo magari una prossima volta.
Da qualche anno  mi occupo anche di produzioni discografiche ed ho affiancato al negozio di musica (e parlo di Musica e non di intrattenimento da classifica; quindi mi occupo di pop, rock, jazz  ma comunque musica alternativa a quella delle grandi catene commerciali)  ho affiancato la produzione di alcuni  amici  che ritengo  meritino di essere un poco più conosciuti.
Pubblico due/tre cd all’anno oltre a cose minori e qualcuno mi dice che sono bravo perché oltre alla stampa pago la masterizzazione, il grafico per lavorare alle copertine e sopratutto l’ufficio stampa che seguirà la promozione; contribuisco al lavoro  di  reperimento concerti  e a volte pago anche le inserzioni pubblicitarie, i video e cose di questo tipo.
L’ investimento che dedico al disco può raggiungere il ricavato totale dato dalla vendita della prima tiratura; potete farvi due conti ….Il problema è che con tutti gli sforzi  possibili si vende meno di un terzo della tiratura fatta e ridurre la tiratura comporta degli aggravi di costo.
E allora perché farlo? Esattamente non lo so;  probabilmente per buttare via un pò di soldi  ma anche perché qualcuno lo deve fare. Questi li chiamiamo dischi  ma in realtà non lo sono. La soglia che divide “l’esistenza”  di un gruppo o musicista dal “nonessere”  è salito  vertiginosamente e continua a salire.
Negli anni ’80  ho trasmesso in molte radio, prima a Radio Brescia Popolare poi a Radio Onda D’urto  occupandomi proprio dei musicisti  underground di quegli anni. Ci arrivavano cassette da ogni dove, le più erano registrazioni casarecce fatte con un microfono appeso in mezzo alla sala prove;  poi c’erano quelli che registravano e facevano delle cassette duplicate in fabbrica e poi c’erano quelli che facevano “il disco”, magari  appoggiati da piccole nascenti etichette discografiche.
Oggi le trasmissioni come la mia o le riviste o webzine non prendono neppure in considerazione un cd  che non sia stato registrato in (un qualche) studio, stampato in fabbrica, per una (presunta) etichetta discografica nazionale e seguito da un ufficio stampa  che faccia pressione almeno fino alla messa in onda.
Allora c’erano 10 locali di musica alternativa o comunque disposti a far suonare giovani gruppi emergenti  in tutta la Lombardia ma se ti chiamavi Precious Time (poi divenuti Timoria) e avevi  fatto una cassetta e vinto un importante concorso cittadino suonavi in tutti e dieci; oggi  ci sono 25 locali solo nella nostra provincia ma se non hai avuto un intervista (non la semplice recensione)  sulle riviste musicali ed un agenzia che promuove i tuoi concerti  quasi nessuno di questi ti farà suonare.
 
Ciononostante io continuo, cercando quel qualcosa che possa fare la differenza nel tentativo di far si’ che questi  “poco più che demo”  su cui metto la firma come discografico mostrino una differente qualità non solo nella proposta artistica ma anche nella cura della produzione; non potendo sopportare un peso economico maggiore di quello che già dedico stò sperimentando anche delle coproduzioni, anche se il minor investimento economico genera un minor controllo sulla qualità. Così fra pochi mesi  uscirà il disco di IL RE TARANTOLA ED EMMA FILTRINO  in coproduzione con “La stalla domestica” e poi in primavera vedrà la luce il disco degli HYPER EVEL (progetto parallelo di alcuni  ALTICA) in coproduzione con Buddy Records mentre come produzioni per Kandinsky Records a gennaio pubblicherò’ il quinto disco di JET SET ROGER e, probabilmente in primavera, il cantautore GIOVANNI PELI e il gruppo elettro/pop NEWDRESS.

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://feedproxy.google.com/~r/LeBarriereDelSuono/~3/PZ4viP7xSug/perche-si-fa-questo-mestiere-come-dice.html

Rockstar Philosopy VS Plinio il Vecchio


E’ evidente. Viviamo in un momento di grandi possibilità, sia da un punto di vista tecnologico e sia dal punto di vista della comunicazione. Mai come ora si possono tenere in mano i fili di questo gioco.

Non solo registrare musica è diventata una cosa alla portata di tutti, ma a differenza di anni fa, in cui la procedura era obbligata, ora lo si puo’ fare in svariate maniere e personalmente vedo questo praticamente tutti i giorni. Stessa cosa per la comunicazione e la commercializzazione della musica: fine del monopolio dei meccanismi da parte delle case discografiche per come le abbiamo conosciute, e accesso a tutti, tramite web, alla comunicazione.
Anche di queste cose parlo in una intervista che la rivista InSound ha pubblicato questo mese e che postero’ piu’ avanti.
Sono cambiate le prospettive. Te ne accorgi iniziando la giornata con una notizia riportata dal Fatto Quotidiano – poi ritrovata su parecchi blog – riguardo l’ uscita di “The New Rockstar Philosophy“.

Il libro riassume le esperienze di due blogger canadesi, Hoover e Voyno, nel mondo della discografia attuale e cerca di dare consigli e di sfruttare le opportunità (…che sono infinite…) che il nuovo scenario post CD ci sta offrendo. Secondo l’articolo di Pasquale Rinaldis sembrerebbe “…un manuale da leggere, sottolineare e consultare per orientarsi nella vastità di mezzi e opportunità aperte dal nuovo scenario. L’idea alla base è che questo sia il miglior momento storico per essere un musicista indipendente, ma è necessario ripensare completamente l’approccio al mercato e alla costruzione della carriera musicale.”

Sicuramente parlero’ di questo libro appena uscirà (in ottobre) pubblicato da NDA PRESS e curato da Tommaso Colliva e Claudia Galal.
Oltre alle migliaia di possibilità (migliaia? milioni!) che il mercato e il web ci offrono adesso avremo anche la fortuna che qualcuno ci spiegherà come utilizzarle.
Noi italiani partiremo svantaggiati, i nostri colleghi canadesi avendo per primi letto questo manuale avranno già occupato i posti migliori, pazienza, ci sarà comunque da imparare.
Non so perchè ma dopo aver letto questa notizia continuo a fare un parallelo che sicuramente è eccessivo (ma non so che farci, il parallelo mi viene) con quei personaggi che spesso si vedono nelle televisioni locali, che per modiche cifre sono disposte a darti dei numeri da giocare al lotto con cui TU poi potrai vincere somme favolose. Lo so il parallelo è eccessivo e sono piu’ che sicuro che da questo libro avro’ da imparare, pero’…
Ma la giornata è finita con un’altra notizia. Piu’ che una notizia è una riflessione presa da Naturalis Historia di Plinio il Vecchio in cui si affrontano le differenze tra la pittura greca e quella romana. Mi ha fatto pensare molto a quando con veramente poco si faceva veramente tanto (le osservazioni di Alberto Callegari sono qui molto indicate) e ora, dopo queste riflessioni sulle mille opportunità di oggi, mi viene naturale riportarlo paro paro: “Con soli quattro colori compirono quelle opere immortali che tutti conoscono, i famosissimi pittori Apelles, Aetion, Melanthios, Nikomachos, quando uno solo dei loro quadri veniva acquistato colle entrate di tutta una città. (…) Tutte le cose migliori si ebbero allora, quando meno risorse v’erano. E cosi è, perché, come ho detto sopra, ora si apprezza il valore delle cose. non quello dell’animo.”

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://feedproxy.google.com/~r/LeBarriereDelSuono/~3/80Iw6wtBfmo/rockstar-philosopy-vs-plinio-il-vecchio.html

Great Expectations e Indie Business, ma per chi?

Domenica ho passato un pomeriggio con Piero Chianura, il direttore della rivista InSound. Diversi punti di vista tra me e Piero coincidono e mi sono ritrovato, per l’ ennesima volta, ad avvertire che esistono persone che stanno guardando a questo momento come diverso , da un’altra angolazione, dandogli nuove opportunità, possibili visioni del futuro. 
Una delle considerazioni su cui abbiamo concordato: in questo momento esiste un’ “elité” di star molto in alto che dalla musica ha molti privilegi economici, e riesce, con essa, a far funzionare meccanismi spesso complicati e quasi mai accessibili ai piu’.

Per contro esiste un sottobosco fatto di musicisti, artisti, dilettanti che non solo non ha accesso alle alte sfere, ma che neppure puo’ immaginare di fare della musica un proprio lavoro, e che quasi non ha accesso alle informazioni base per cercare di accedervi.

E in mezzo a queste due realtà cosa c’è?

Una volta in mezzo si posizionavano tutti quelli che di musica vivevano pur non splendidamente, potevano rischiare, investire sperando di far funzionare le proprie idee, avere insomma la possibilità di provarci e, in molti casi, di riuscire.

In questo momento in questo “mezzo” non vedo niente del genere.Vedo si’ una zona zeppa di artisti, gruppi, saltimbanchi, che pero’ invece di essere quelli che dovrebbero creare l’economia attorno alla quale tutto dovrebbe girare, sono diventati improvvisamente i “clienti” di questo settore anzichè i protagonisti. Il miraggio di arrivare, di riuscire ad affermarsi nello show business li ha portati a riempire lo spazio che un tempo era adibito a chi si era, spesso faticosamente, guadagnato i numeri per provarci: sono come in un casting infinito che però li risospinge al ruolo di “clienti”: clienti di studi per produzioni autofinanziate, di corsi su come scrivere musica e testi, partecipanti a gare e concorsi, provetti videomaker. Adesso sono li’, senza produrre reddito reale, e qui la cosa diventa veramente interessante, a mantenere tutta una serie di servizi che spesso servono solo a tenere vivo il proprio sogno di affermazione. Non voglio generalizzare né tantomeno sembrare superficiale, ma troppo spesso vedo che pagando si possono avere possibilità apparenti: uffici stampa che offrono visibilità, aggregatori di servizi digitali che si impegnano a diffondere la tua musica, scuole di formazione per musicisti, fonici da studio e live ecc…. Il culmine della possibilità di sfruttare il sogno di emergere offrendo servizi l’ho visto quando ho saputo di un’agenzia di booking che per una spesa di qualche migliaio di euro garantiva un certo numero di concerti….Ci manca solo che ti affittino i fans.

L’elenco dei servizi a disposizione di band e artisti emergenti è ben nutrito e ad un’analisi anche superficiale si capisce subito che questi riescono soprattutto a perpetuarsi più che a creare business agli artisti.

Questo vedo in questo “mezzo”, e lo vedo anche attraverso i racconti degli artisti che passano puntualmente nel mio studio. C’è ancora chi fa discografia nel vero senso della parola?
I ragionamenti legati a questa considerazione che si possono fare sono parecchi. Se la discografia che investe non c’è piu’, e se gli artisti sono gli unici ad investire su loro stessi, che bagaglio di esperienze, capacità e anche denaro (sempre troppo poco) sarà a disposizione delle produzioni future? Credo che alla base di questo stia uno dei problemi della bassa qualità delle produzioni.

Fare tutto in casa non porta certo ad innalzare il tuo livello artistico , anzi la mancanza di confronto con realtà che ti possono “insegnare” e trasmettere esperienza e conoscenza è vitale. Quello che mi lascia perplesso è come tante strutture che dovrebbero essere preposte a scoprire talenti e a scovare nuove artisticità in realtà sono solo dei fornitori di servizi che TU paghi.

La foto a inizio articolo è di un album degli Element, Great Expectations. Cercavo la copertina del libro di Charles Dickens con il titolo omonimo ma questa mi sembrava piu’ adatta al caso…. 

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://feedproxy.google.com/~r/LeBarriereDelSuono/~3/agLL3NlhQ6k/great-expectations-e-indie-business-ma.html

E’ sempre una questione di soldi…..PARTE 2


Riporto un bell’ intervento di Fabio Sechi sempre su questo argomento che nel frattempo è stato discusso anche sulla mia pagina di Facebook. Un parallelo interessante tra il mercato del vino (!!) e quello discografico:

________________________________________________________________________

Ciao a tutti, sono un chitarrista che pratica la sua arte nel tempo libero. Io vorrei suggerire un parallelo tra il mondo musicale e il mondo del vino… Negli anni ’80 il settore vinicolo era in piena crisi e a forza di risparmiare e di vendere sottocosto si arrivò sino al vino al metanolo… Il mondo vinicolo di allora si interrogò su come si fosse arrivati sin lì. Praticamente la clientela a cui essenzialmente si erano sempre rivolti era fatta da persone ormai anziane che cercavano di risparmiare al massimo senza valutare la qualità, si trattava di forti consumatori votati al solo risparmio. Un’analisi più approfondita del mercato rivelò tutta una serie di consumatori che invece non erano mai stati abituati al consumo di vini (soprattutto giovani e donne). Con un grande sforzo il mercato vinicolo si è così modificato radicalmente in questi anni e ha dato la possibilità di lavoro a tanti piccoli produttori che si sono ritagliati un nuovo mercato specializzandosi in alcune produzioni particolari. Ma cosa c’entra tutto ciò con la musica. Probabilmente nulla ma è solo per portarvi a ragionare in termini razionali sull’argomento senza farvi prendere troppo dall’emotività o dal disfattismo. Oggi, nel mondo musicale, abbiamo dei fortissimi consumatori nei giovani, consumatori che però sono diseducati (un po’ come i vecchietti del vino…) e quindi anche loro hanno il ”braccino corto” e se possono scaricare il “metanolo musicale” lo fanno volentieri al posto del disco. Ci sono invece una serie di consumatori a cui il mondo musicale non si rivolge o meglio presta scarsa attenzione. Ad esempio la mia generazione (sono del ’60) ha vissuto un periodo di grandi cambiamenti nel mondo musicale e pur apprezzando anche alcuni brani odierni, rimane comunque attaccata a quel substrato che l’ha nutrita e cresciuta. Ma è una generazione molto interessante dal punto di vista economico, è una generazione che è in grado di apprezzare un buon lavoro da uno scadente e ha la possibilità di spendere anche per un buon disco. Per chiudere, arrivando al sodo, io credo che la specializzazione anche nel settore musicale sia vincente e soprattutto bisogna avere più coraggio e scegliere quei settori che possono fornire più reddito. Dobbiamo anche fare più “cultura musicale” nei confronti di tutti quelli con cui entriamo in contatto. Ad esempio, per gli studi di registrazione, io farei dei wokshop per gruppi e per musicisti in genere, dove spiegare e sentire dal punto di vista pratico la differenza tra una buona incisione, un buon arrangiamento, e un buon mixaggio… Le orecchie le abbiamo tutti per sentire e cogliere le differenze ma se non c’è nessun esperto che le fa notare al singolo, questo continuerà a comperare il solito “struppa-struppa” da ascoltare a tutta manetta, o meglio, non lo compra nemmeno perchè lo scarica direttamente dalla rete, “tanto è uguale”. Un’ultima riflessione sul CD. CD, come mp3, è ormai sinonimo di alta qualità a bassissimo costo, ma che vuol dire? Cosa c’è dentro questa alta qualità? C’è qualcuno che è in grado di spiegarlo alla gente? Vogliamo prenderci carico di fare cultura anche su questi sciocchi luoghi comuni? Auguro a tutti Buona Musica.

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://feedproxy.google.com/~r/LeBarriereDelSuono/~3/11LknJsp00Q/e-sempre-una-questione-di-soldiparte-2.html

E’ sempre una questione di soldi….

Ho fatto la cosa che mi sembra la piu’ semplice nell’ era di internet 2.0: ho contattato alcune persone potenzialmente interessate al problema trattato in questo blog. La sensazione che ho è che ci sia una sorta di rassegnazione legata all’andamento di questo mondo.  Le persone che ho sentito lamentano principalmente un problema (e ci mancherebbe altro..) economico.  La cosa strana è che apparentemente, e soprattutto su internet, questo sia un mondo che “gira”: decine di uffici di promozione, svariate etichette discografiche, migliaia di artisti che propongono l’ultimo disco, il proprio video, locali a go-go con programmazioni esuberanti,  insomma grandi vetrine in cui vendere il proprio prodotto (non tanti anni fa ci saremmo vergognati di usare questa parola per l’arte…).
Ma quanto vale e, soprattutto, quanto costa tutto questo movimento? 
Mi piacerebbe capire bene quanto di questa spesa va effettivamente investita nella musica. La mia impressione che la musica stia diventanto sempre piu’ povera a patto che i costi per imporla aumentino: piu’ promozione, meno produzione, meno produzione, meno ricerca, qualità chiamiamola come vi pare. Un mio amico del settore (sicuramente se legge questo post si riconoscerà) mi disse che è inutile investire troppo nel “prodotto”, è meglio investire sulla promozione. Il ragionamento mio finiva pensando che se devi promuovere una cosa MAL fatta sarà piu’ difficile convincere il pubblico che è una cosa BEN fatta, e poi, ma cosa stiamo qui a fare? 
A corredo un video esplicativo su quanto vale la nostra musica. Un video prodotto con 27,00 euro, immagino non sia compreso il costo delle ore di chi l’ ha realizzato…. Anche a loro comunque mi piacerebbe fare i conti in tasca….
Kitsch – Poetimprenditori prodotti da Diego Galeri per Prismopaco
http://www.prismopaco.com/

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://feedproxy.google.com/~r/LeBarriereDelSuono/~3/RxnED0IxmW0/e-sempre-una-questione-di-soldi.html