Storia di un bianchino solitario

La pioggerellina leggera, quella sera era una di quelle che facevano venire la voglia di oziare anche davanti ad una finestra. Osservare i rari passanti sotto l’ombrello, ascoltare il fruscio delle gomme delle automobili nel loro andare quasi in silenzio verso mete forse di tepori casalinghi era quasi piacevole; anche gli alberi gocciolanti, lì di fronte, sembravano annuire a questa umida atmosfera.

Si andava, di lì a qualche giorno all’estate di San Martino: ma non sembrava in quel lunedì di Novembre verso sera.

Pippo guardava dalla sua finestra quel suggestivo quadro bello e pulito, esaltato dalla pioggerellina; gli alberi dei giardini si distinguevano dal grigio poiché non era ancora buio. Pensava, fiducioso, guardando oltre la finestra sulla quale, con la mano, aveva ripulito un piccolo spazio sui vetri appannati: “Tra poco non pioverà più, uscirò a far due passi e per un bianchino”.

Quasi sul tardi la pioggia era davvero cessata; aveva lasciato una bell’aria vaporosa, da respirare, appunto, per strada, mentre le luci del lampioni, da poco accese, donavano una visione invitante; una nota resa quasi intima dal luccicare silenzioso delle case e delle strade, ancora intrise dalla pioggia quasi fosse una rugiada serale.

Il Pippo, anzi il Dottor Pippo che tale è, uscito da casa anche se più tardi del solito, aveva deciso di passare almeno una mezz’oretta con qualche amico per l’aperitivo davanti ad un bianchino; a Desenzano il Bianchino è l’unico aperitivo, ma anche e soprattutto il mezzo efficace per vivacizzare incontri, formare e consolidare amicizie.

Novembre e lunedì sera!

Molti negozi erano chiusi e con le vetrine spente, ma lui, fiducioso, si è avviato verso Piazza Garibaldi tra le auto lucide e brillanti alle quali la pioggia aveva dato una luce esaltata dei lampioni. Non s’era accorto che anche il Vaticano, tradizionale luogo d’incontri e di bianchini, pur seminascosto tra le auto ferme del parcheggio, era chiuso; sbarrato proprio!

Ci sarà pure qualche altra chiesa e qualche Santella aperta a quest’ora, pensava, certo poi di trovare anche gli officianti per il consueto rito. Ne avrebbe incontrati molti, dato che ne conosceva tanti ed era conosciuto allo stesso modo, lui dalla natia Sicilia, dopo alcune permanenze altrove, aveva trovato in Desenzano risposta affettuosa e amichevole al suo spirito allegro e compagnone.

Va anche detto che fin dai tempi in cui usava con abilità e quotidianamente il bisturi aprendo e chiudendo pance con il controllo, attento, ma molto affettuoso di tutta la sala operatoria, è stato ben accolto proprio per il suo carattere oltre che per la sua già provata competenza professionale.

Si può ben affermare che ormai è un Desenzanese puro, lui conosce a fondo le abitudini e le persone oltre gli amici, che talvolta ospita nella casa avita sulla costa siciliana vicino Girgenti, e dalla quale trasferisce leccornie e ricette eseguite sovente di persona, non dimenticando di leggere le “analisi” e di dispensare qualche prezioso consiglio a tutti quei compagni incontrati non a caso.

Il bianchino in compagnia, una volta trovato aperto il tempio, avrebbe avuto senz’altro maggior gusto; del resto è impossibile entrare in un’osteria (oggi si chiamano Bar, e le più spinte addirittura Vinebar) e sorseggiare in solitudine il Bianchino: questo non abbisogna di nasi e gole, ma di contatti e di comunicazione che nessun telefonino non saprà mai fare.

– Ciao, prendi un bianchino con me?

– Sì grazie, poi anche tu con me!

Questo solo per cominciare e poi arrivano ricordi delle cene dell’altro ieri, programmi di altre, qualche discorso anche impegnato solo per il piacere che diventa gusto di conversazione mai banale. Quella sera, però, intorno a Piazza Garibaldi gli altri comuni “punti di sosta” non erano invitanti: vuoti di avventori parevano vecchi gloriosi monumenti abbandonati.

Pippo, il Dottor Pippo, osserva ora intento e con nuova attenzione il luccicare dei ciottoli di Via Castello, la strada è in discesa (il risalire è un problema di dopo) ed è bello osservare il gioco della luce dei lampioni sui sassi bagnati della rotta che segna, a metà percorso, le insegne accese di un’osteria, di quelle che hanno la patente di Enoteca: “La Vite”.

Era, ed è, lì a metà di Via Castello proprio per favorire egualmente sia quelli che vanno in su, che quelli che vanno in giù; lui pensava che qualcuno ci sarebbe stato per fare in modo che il primo bianchino non potesse diventare subito quello della staffa.

Tra sé diceva: lì trovo di sicuro l’Aldemaro, o il Nando e il Quaiòt, e anche il Ro-Robertino; contento, quindi, percorreva il tragitto non trascurando di apprezzare il bel brillare dei grossi ciottoli della via.

Scorge, dalla soglia la patrona Laura, e le dice: “Buona sera, prepari, per favore, due bianchi perché, senz’altro, tra poco passerà qualcuno!” e poi si apposta dietro la vetrata proprio per attendere il “qualcuno”.

Bisogna assicurare che per lui e per molti di qui, il “qualcuno” non è un pronome indefinito come sta ben scritto sulla Treccani, bensì una persona nota, ed amica, appunto una persona vera con la quale scambiare quattro chiacchiere ovviamente con un bianchino in mano da sorseggiare con saggia indolenza. Pochi minuti dopo passa con decisione calpestando i ciottoli lucidi, il Bruno Cavallaro, pescatore storico del lago ed autentico personaggio di ricca umanità nonché esperto di bianchini.

– Fermati Bruno, dai che beviamo un bianchino insieme!

– No grazie Pippo, torno adesso dai Colli Storici e tra poco debbo andare a pescare sul lago: anguille, coregoni, e se capita qualche luccio per il mercato di domani. Grazie davvero!

Era proprio vero, il Bruno non poteva proprio fermarsi quella sera, e se ne andava subito nonostante la sua disponibilità solitamente grande, e di questa aggiungo che anch’io, una volta, gli avevo detto in una simile occasione:

Bruno, vé dèntèr che beöm èn bianch èn compagnia!

Si è fermato, mi ha guardato fisso negli occhi ed avviandosi all’entrata del tempio ribatteva: Orpo! Se l’è’n veleno, me toca mörèr!

L’immediato centellinare dimostrava che non era un veleno!

Ormai quel lunedì sera di novembre cominciava a pesare al nostro Pippo Dottore; la signora Laura, da parte sua, con la bottiglia in mano davanti ai due bicchieri ancor vuoti vigilava pronta tanto da sembrare un atleta prima dello scatto dei cento metri piani. Ma lo scatto lo ha fatto il Pippo, apre la porta ed allegro lancia il suo messaggio d’invito ad un passante che aveva ben individuato:

Ciao, Alberto, bravo che sei passato di qua, vieni dentro che c’è un buon bianco anche per te e per la compagnia!

Non si volta nemmeno, l’Alberto, arrivato fin lì portando la sua mole nascosta in cappotto scuro e sul capo un cappello altrettanto scuro notte.

E di nuovo: Alberto, ma dove vai? Fermati una attimo!

Ma quello non si ferma, prosegue sia pur lentamente nella salita; passo passo era già arrivato qualche metro più in su della mitica “stazione di sosta”.

È no, non me la fai! — esclama e con un breve balzo lo raggiunge e gli appoggia un pò pesantemente la mano sulla spalla:

Ti ho preso Alberto, fermati ! Alb……..

La parola gli si è bloccata in bocca, l’Alberto si era voltato, e lui stupito guardando quel viso meravigliato e pronto ad indignarsi si era accorto che non era affatto l’Alberto!

Tenta di rimediare: mi scusi tanto, la prego, l’ho scambiata per un amico, sa ero qui per bere un bianchino in compagnia. Il signore, il non Alberto, lo guardava tra lo stupito e l’offeso in un duro silenzio.

La Laura sta versando il bianco.…

Ma quello, rotto il silenzio ostinato sbotta: Laura, ma chi è sta Laura?

È l’Oste, ma non è un osteria! Ancora titubante il Pippo, tentava di rimediare

Ha già versato il Bianco.

Ma che roba è questa? Versato? Ma che versato e che versamento!

Ormai quasi timidamente: le chiedo ancora di scusarmi, Signore, anzi le propongo di entrare qui con me, bevendo un bianchino assieme potrò riparare a questo equivoco; vuole?

Non si distendeva proprio il viso di quel signore ancor più truce con quel suo cappotto ed il cappello color notte fonda e buia, mentre il Pippo esaurita tutta la sua carica, ormai non sapeva più cosa dire.

Se accetta, se viene giù che beviamo un bianco… Le spiego poi…

No, gli ha risposto lapidario, spiegare? Lei non può spiegare proprio niente! Non sono abituato a bere con uno sconosciuto!

E, deciso, ha ripreso a salire per la Via Castello. Rientrato nel locale Pippo ha bevuto in fretta un solo bianchino che la gentilezza paziente della Signora Laura aveva versato e messo in bella mostra sulla tovaglietta del bancone.

 

P.S. Ci sarebbe da aggiungere che di quel lunedì sera di novembre (era l’anno 2001) se ne è poi parlato, con l’Alberto vero che qui registra la storia, con l’Aldemaro, e con diversi altri “qualcuno”. Il commento e l’augurio a quel signore “non Alberto” è stato unanime e veramente augurale, e cioè che forse anche bevendo un bianchino in compagnia, non sarebbe stato più uno sconosciuto come invece aveva apostrofato il Pippo, non intuendo di essere rimasto un qualcuno proprio il “pronome indefinito” come sta scritto sulla Treccani.

Racconto tratto da “i quaderni del Rigù”

Prima pubblicazione il: 24 April 2020 @ 19:30

Link all'articolo originale: http://www.gardanotizie.it/storia-di-un-bianchino-solitario/

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