Depuratore del Garda, caccia ai fondi: mancano oltre 70 milioni

Sindaci contro sindaci, comitati ambientalisti contro Prefettura, partiti contro partiti, ricorsi al Tar, esposti alla Corte dei conti, accuse, associazioni in presidio. Per l’ingarbugliata trama che accompagna il tribolato progetto del depuratore del Garda, le prove da superare non sono finite.

La più recente (che va a sommarsi al muro di proteste dei sindaci del Chiese) si chiama «caccia ai fondi»: se si vuole rispettare il cronoprogramma, che pianifica il via ai lavori del primo lotto a settembre, serve recuperare un bottino non indifferente. In cifre: almeno 70 milioni di euro, senza i quali il disegno complessivo Gavardo e Montichiari rischierebbe di naufragare.

Lo sa bene il commissario dell’opera designato dal Ministero, il prefetto Maria Rosaria Laganà, ma lo sa bene anche la presidente della Comunità del Garda, la senatrice Mariastella Gelmini che, proprio oggi, farà il punto sul dossier durante l’Assemblea generale convocata alle 10.30 a Palazzo Martini di Riva del Garda, alla presenza di tutti i sindaci.

A che punto siamo

EMBED [Leggi anche:]L’onda lunga di dibattiti, proteste e contrasti la eleggono – ormai da anni – ad opera più discussa del Bresciano. Da un lato, c’è chi la ritiene l’unica strada percorribile, «necessaria e urgente, per preservare la salute del lago»; dall’altro, c’è chi ribadisce con forza che per mettere al sicuro il territorio «basterebbe potenziare l’attuale infrastruttura di Peschiera e cambiare le (indiscutibilmente ammalorate) condotte sublacuali».

Nel mezzo, c’è un iter che prosegue (non senza fatica) nel segno del progetto che porta il timbro di Acque Bresciane. Obiettivo: realizzare a Gavardo e Montichiari i due depuratori che costituiranno il sistema di collettamento del Garda. Per farlo, però, bisogna trovare i soldi, perché nel frattempo i preventivi sono lievitati e non di poco. Spiega Gelmini: «C’è già un finanziamento di 100 milioni di euro, ma è chiaro che nel frattempo sono subentrati l’inflazione e l’aumento del costo delle materie prime, quindi è un progetto che per essere completato ha bisogno di maggiori risorse e su questo si dovrà fare necessariamente un aggiornamento».

Almeno una settantina, si diceva, i milioni di euro da recuperare. Una delle speranze era riposta inizialmente tra le pieghe dei Fondi di coesione, ma non si è tradotta in realtà. Resta l’impegno del viceministro all’Ambiente Vannia Gava che, il 7 settembre, aveva garantito: «Il governo si impegna a individuare le risorse necessarie al finanziamento delle restanti opere per una rapida e completa realizzazione degli interventi», ma sulla carta quei finanziamenti ancora non ci sono.

Per questo Gelmini ha attivato da settimane una serie di interlocuzioni su due fronti paralleli: «Si sta ragionando sia con il Governo sia con le Regioni per rintracciare e individuare queste risorse». L’idea in sostanza è che anche la Lombardia di Attilio Fontana e il Veneto di Luca Zaia possano contribuire con un «gettone», arrivando a mettere sul tavolo una decina di milioni di euro.

Dal 2017

Insomma, un iter lungo anni con un percorso tutt’altro che scontato. L’obiettivo è dismettere le condotte sublacuali (quindi attivare l’impianto di Gavardo) nell’arco dei prossimi 5 anni.

Ma per arrivare a questo punto la gestazione è stata lunga: basti pensare che Ministero dell’Ambiente, Lombardia e Veneto, Ato di Brescia e Verona e Ats Garda Ambiente firmarono la convenzione che stanziò i cento milioni oggi disponibili per il progetto di collettamento e depurazione del Garda nel 2017. Da quel momento la sede dell’opera ha ipoteticamente «traslocato» a Lonato, poi a Visano e a Muscoline. Fino a tornare al punto di partenza: Gavardo e Montichiari.

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