Amiche di famiglia: Rina Soldo e Maria Pongiluppi Curuz

Rina, Berta Soldo e Maria Pongiluppi Curuz un’amicizia che travalica luoghi e tempi.

Una storia vera raccontata da Amelia Dusi

Le sorelle Soldo incominciarono a frequentare la famiglia Pongiluppi negli anni ’20 del ‘900. Rina e Berta, che erano allora due giovani signorine, avevano preso in affitto per sei mesi un appartamento a Villa Italia a Barbarano di Salò. Rosa Bertagna Pongiluppi soggiornava con le figlie nella villa di fronte, nel periodo invernale, per via di certi suoi malesseri, su consiglio del medico. Le prime due erano originarie di Chiari ed erano figlie di un fotografo di fine ‘800-primo ‘900, vale a dire di un commerciante-artista. La signora Rosa, invece, di origine toscana, proveniva da Ostiglia; era madre di numerosa prole e nella casa mantovana aveva il suo bel da fare nel sovraintendere all’andamento domestico. Agli affari di famiglia pensava suo marito Ettore, imprenditore fortunato, tanto da permettere alle donne di casa di soggiornare sul Garda. Le Soldo, che da poco avevano perso la madre, e le Pongiluppi avevano fatto presto conoscenza e non si erano più perse di vista.  Nel 1925 Rina e Berta (Umbertina) Soldo si erano stabilite a Palazzo Martinengo nell’ala Massimiliana e spesso si incontravano con la famiglia Pongiluppi, anche se abitavano un po’ più distanti. Naturalmente le due sorelle avevano più confidenza con Maria, la figlia di Rosa quasi loro coetanea.

RINA SOLDO

Quando le due famiglie, per diversi motivi, non erano a Barbarano, si scambiavano cartoline e qualche lettera. Rina era molto interessata al mondo pittorico classico e contemporaneo e con la sorella Berta si spostava spesso: a Milano, che conosceva, perché aveva frequentato l’Accademia di Brera; a Venezia, dove prese casa in un primo momento a Brondolo. Ma le due sorelle andavano anche all’estero: in Francia, in Svizzera, in Spagna. Rina lavorava molto, vale a dire si impegnava molto davanti alla tavolozza, Berta si occupava della quotidianità e allo stesso tempo, pur non prendendo mai in mano i pennelli, era una critica attenta delle opere di Rina e i suoi consigli erano sempre ascoltati.  “Prova a dare una pennellata di grigio qui” diceva; “Prova a sfumare là” e Rina rifletteva sui suoi suggerimenti. Erano l’una d’appoggio all’altra. Andarono anche alla Torriana a Ostiglia nella casa vera e propria dei Pongiluppi. Qui conobbero tutti i figli di Ettore e Rosa: quattro femmine e quattro maschi, Emma, Elvira, Edmondo, Roberto, Mario, Maria, Bruno, Wally. Erano gli anni in cui i Pongiluppi erano al massimo del benessere, per merito del fiuto imprenditoriale di Ettore. I figli maschi studiavano tutti: Mario divenne ingegnere, Edmondo fu medico dentista, Roberto ragioniere, Bruno aveva una scuderia di cavalli a palazzo Te a Mantova. Mario, con il bernoccolo delle invenzioni in ambito meccanico, aveva a disposizione un’Isotta Fraschini, di cui era concessionario.  Rina e Berta Soldo parteciparono ai funerali di Rosa nel 1928 e furono presenti al matrimonio di Maria con Camillo Curuz, medico. Del resto i Pongiluppi non avevano problemi ad ospitarle nella loro grande casa, che Rina ritrasse in diversi quadri. Ma non era la ricchezza il punto, questa del resto già con la crisi del 1929 subiva una drastica limitazione; le Soldo e i Pongiluppi si stimavano e con sincera, semplice cordialità trascorrevano insieme alcune ore durante le mattinate o i pomeriggi. Quando le sorelle Soldo erano a Ferrara per delle mostre, avvertivano Maria e si incontravano in quella città. La frequentazione continuò anche durante e dopo la guerra. Maria portò la figlia Camilla a Venezia, dove Rina esponeva a Ca’ Pesaro insieme a De Pisis e Semeghini e dove le sorelle avevano casa in quell’anno a Mazzorbo (Burano).Dopo la guerra le Soldo ristrutturarono un rustico a Barbarano sul Garda, chiamato “La ginestra”, dove c’era un ampio locale, usato come studio da Rina. Le figlie di Maria Pongiluppi Curuz vennero a studiare a Desenzano. Ciò porterà poi al trasferimento di Maria a Desenzano, quando le due figlie si accaseranno qui l’una con Flavio Visconti, l’altra con Romeo Bernardelli. Il marito di Camilla, architetto, nel corso degli impegni professionali, costruì il complesso abitativo delle Rive, vicino alla conceria Visconti. Rina, in periodi diversi, fu ospite nella casa alle Rive per alcuni giorni e della terrazza all’ultimo piano faceva il suo punto d’osservazione, di studio, soprattutto in inverno quando nevicava o era nevicato. Un quadro realizzato da questa prospettiva colpì molto il prof. Gian Silvestro Stipi, che lo acquistò e così l’ha descritto in un suo articolo del 1992, pubblicato su Atlante Bresciano, la rivista della Grafo di Brescia. “Mi aveva colpito un suo quadro: una nevicata, con il lungolago della cittadina gardesana ripreso nella zona delle Rive. La prospettiva era inconsueta, come se il punto di vista fosse situato molto in alto, sui tetti.  «Quasi» mi disse lei ridendo «l’ho pitturato da un abbaino di una mia conoscente».  Sulla destra del quadro una quinta di case intrise di tetraggine rimandava a certi lungofiumi di André Derain, alle vedute di Anversa di Othon Friesz, ma filtrate attraverso le periferie urbane di Utrillo. Al centro la strada ingombra di neve fangosa. Mi ricordava forse la coltre non più bianca, pesticciata, del Vespero di novembre di Filippini, alla galleria d’ moderna di Milano. Ma di sicuro mi richiamava ai lunghi inverni della mia infanzia, alla sensazione non più cancellata, mista di titubanza e sottile piacere, di quando con la macerazione affondavo i piedi nella neve sporca e fradicia dell’asfalto, di ritorno da scuola. Sulla sinistra il quadro si apriva in uno scorcio di lago, di un celeste pallido, chiuso dal profilo della diga e da un evanescente faro. La levità di questa immagine contrastava con la macerazione cromatica del resto, come se il quadro avesse due anime, una sognante e fanciullesca, l’altra amara e consapevole”.

AMELIA DUSI

 

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