una strage prevista

Una strage prevista. Partiti e attrezzati per una missione di pace, i militari italiani sono stati scaraventati in un campo di battaglia. E adesso pagano l’ambiguità e le menzogne della .

Nel momento in cui ci uniamo al dolore delle famiglie dei soldati caduti e alla sofferenza dei loro compagni feriti, chiediamo che sulle modalità e l’opportunità dell’intera missione in Afghanistan, non solo della partecipazione italiana, ci sia una riflessione seria, franca e immediata. La parola ritiro non può e non deve essere più un tabù.

Se dopo otto anni  l’unico prodotto di questa missione è l’esposizione di tutti i militari al tiro a bersaglio dei talebani, è il segno di una grave insufficienza nella strategia politica. Al dolore di queste ore occorre affiancare il dovere di un bilancio non emotivo: la missione internazionale di “peace keeping” è sostanzialmente fallita e si è trasformata in una guerra, le elezioni presidenziali hanno registrato un livello imbarazzante di irregolarità, la sicurezza nel paese non è mai stata così precaria. E fuori da ogni retorica, gli italiani – come tutti gli altri soldati – sono percepiti da una parte della popolazione afghana semplicemente come occupanti.

Occorre ragionare su una nostra immediata exit strategy militare che serva a restituire piena responsabilità alle risorse della politica e ai suoi organismi internazionali, lavorando affinché le Nazioni Unite lancino rapidamente una conferenza di pace.

Claudio Fava

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