Un appunto su processo, risultato, musica e ideali

Mi appunto i temi affrontati con Stefano in una bella chiacchierata al telefono.

Se in passato la è stata la colonna sonora di ogni rivoluzione, anche solo di un cambio di orizzonte, oggi la banalizzazione della è lo specchio di una assenza di ideali o la potrebbe essere in grado di dare voce a nuovi ideali, suscitare nuove passioni?

Ma come è possibile se continuiamo a produrre musica nello stesso modo? Se non si cambia il processo il risultato non differirà di molto dal risultato precedente.

Il fatto è che abbandonare ciò che sappiamo fare per in traprendere nuove strade è un processo difficile e doloroso perchè si scontra con il nostro istinto di sopravvivenza, il nostro cervello è programmato per imparare, per selezionare ciò che ci è utile per vivere, abbandonando velocemente le alternative che renderebbero la scelta lunga e quindi pericolosa.

Quando cambiamo esperienze conosciute, il cervello si attiva con segnali di pericolo perchè sente minacciata l'esistenza (ovvio se si tratta di un erba nuova o di un sentiero mai percorso, meno ovvio quando ascoltiamo nuova musica o dobbiamo progettare un prodotto, ma credo che la chimica del cervello si applichi comunque) perchè ciò che facciamo in modo diverso da prima potrebbe nuocerci fino a ucciderci e il cervello, programmato per la vita, interviene come può per evitarlo.

D'altra parte la nostra magia sta nel disporre del sistema dell'apprendimento che ci consente di imparare anche nuove cose che non erano note in precedenza e di costruire così nuove esperienze tanto forti da poter riprogrammare il nostro istinto.

L'esperienza ci garantisce di sopravvivere oggi, l'apprendimento ci consente di vivere domani.

E' possibire far coesistere esperienza e innovazione? Fare cose come si sono sempre fatte e contemporaneamente farne di nuove o i due processi sono mutualmente escludenti? Possiamo fare cose "un pochino" diverse? Inserire l'innovazione a poco a poco per tranquillizzare il cervello che "non ci stiamo facendo del male" e il mercato che in fondo reagisce come un cervello collettivo?

E chi guida il processo? La curiosità del cambiamento, ovvero il "fatti non foste a viver come bruti? O solo la necessità concreta di misurarsi con un fatto non sperimentato prima? Cioè l'idea o piuttosto il bisogno? L'idea, (la musica), stimola i nuovi valori o ne è solo l'eco per cui in assenza di nuovi slanci ideali non è in grado di reagire come un sismografo in assenza di terremoti? E l'arte sarebbe poi così forte da innescare il processo, una sorta di sismografo in grado di generare terremoti?

Dato che siamo in una società in cui gli ideali sono debolissimi il processo non si innesca e la musica non registra alcuna attività tellurica, anche se io credo che sia un problema di "taratura dello strumento" come un sensore che vuole rilevare il pericolo di uno tsunami mentre quello che sta succedendo avviene con una sommatoria di microfenomeni che singolarmente non sembrano degni di nota ma che sommati darebbero evidenza di un nuovo terremoto.

Non ci sono fenomeni dirompenti come il jazz o il rock che esprimono il disagio sociale e ne amplificano la portata, come non c'è l'impressionismo o il romanticismo, c'è forse, come dice Carlo Boccadoro nelle sue lezioni, un grande delta di generi e fenomeni ognuno dei quali sta tessendo un suo percorso stilistico ed esprime valori e disagi ancora non diffusi.

Non c'è un nuovo Jimi Hendrix o un nuovo Sgt. Pepper perchè non lo vuole il pubblico o perchè i produttori musicali non lo promuovono? Sono così potenti o codardi? Gli stilisti di moda ingenerano o anticipano i bisogni?

Ci siamo lasciati con queste perplessità e non cerco risposte, forse cerco di seguire la lezione che ci aveva impartito Levi Rahmani a Cuccioli e Multimedialità tanti anni fa: abbiamo tutti gli elementi? Qual'è la domanda giusta da fare?

Forse la risposta è sbalorditiva e per questo il cervello fa fatica a formularla. Casualmente (???) stamattina leggevo un pensiero di Osho sul fatto che non sempre tutto funziona a causa-effetto come pare logico ma anche a effetto-causa: produci l’effetto e la causa seguirà.

Davvero un insieme di pensieri interessanti, me ne appunto qualcuno:

Se la causa è seguita dall’effetto, l’effetto è di nuovo seguito dalla causa. È una catena! Allora diventa un circolo – puoi iniziare da qualunque punto, dal creare la causa o dal creare l’effetto.

E' più facile creare l’effetto, perché esso dipende completamente da te, mentre la causa potrebbe non dipendere completamente da te. La causa è al di là di me. L’effetto è dentro di me. La causa è nei fattori circostanti, nella situazione – è all’esterno.

L’effetto sono io! Se riesco a creare l’effetto, la causa seguirà.

L’energia vitale ha i suoi modi di operare. Se agisci con totalità, diventerà una felicità reale. Ciò che conta è che l’attore non sia presente. Entra totalmente in ciò che fai, e non ci sarà alcuna differenza. Se invece agisci con poca convinzione, rimarrà un fatto artificiale.

C’è un vecchio detto: ridi e il mondo riderà con te; piangi, e piangerai da solo. Se riesci a creare l’effetto e ad essere estatico, persino gli alberi, le rocce, la sabbia e le nuvole danzeranno con te; allora l’esistenza intera diventerà una danza, una celebrazione.

Aspettiamo i nuovi valori "la causa" o creiamo la musica "l'effetto" ?

Per alimentare i miei pensieri in modo estatico, per lasciar vagare la mente e non concentrarla, ascolto musica così densa di valori che sono certo mi aiuterà: Mercedes Sosa, Luis Llac, Raimon sono perfetti.

Per chi vuole condividere l'ascolto, un paio di link tanto per gradire, se vi comperate i dischi è meglio, le immagini distraggono e quelle di Raimon fanno venire il groppo in gola: Mercedes Sosa, Luis Llac, Raimon.

 

 

 

 

Link all'articolo originale: http://blog.gigitaly.it/2012/04/un-appunto-su-processo-risultato-musica-e-ideali.html

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