Tag: Utensili e Cultura

Ulteriori evidenze di cultura tra gli scimpanzé

Vecchi strumenti, nuove soluzioni

pezzo originalmente pubblicato su Pikaia

Le informazioni su come il nostro organismo debba “costruirsi” sono contenute nel nostro genoma, ma cosa poi faccia in vita dipende anche da un altro tipo di informazioni: quelle che ci vengono tramandate in vita dagli altri membri della nostra specie ovvero, per dirlo con una parola sola, dalla cultura. Questa definizione “in senso lato” di cultura come trasmissione non genetica di informazioni potrebbe stare un po’ stretta a chi è abituato ad associare il termine alle vette più alte della produzione intellettuale umana, ma da un punto di vista strettamente naturalistico ha il pregio di essere concisa ed efficace e, cosa ancora più interessante, permette di impostare un discorso evoluzionistico: la cultura in questo senso diventa un mezzo utilissimo che gli esemplari molte specie utilizzano per scambiarsi informazioni utili alla sopravvivenza attraverso le rapide vie orizzontali dell’apprendimento e dell’imitazione, invece che aspettare il lento procedere delle mutazioni genetiche che operano le loro modifiche solo generazione dopo generazione.

Da quando questa visione “semplificata” di cultura ha preso piede tra gli studiosi del comportamento animale numerose altre specie oltre alla nostra hanno dimostrato di affidare una buona parte delle loro chances di sopravvivenza a questa impagabile capacità, e quelle che ne fanno l’uso più variegato sono quelle che somigliano di più all’uomo: le scimmie antropomorfe. Gli scimpanzé in particolare sono un interessante esempio di questa grande capacità culturale dei primati superiori, dato che le varie popolazioni africane variano molto per le tradizioni esibite, in particolare per quanto riguarda l’utilizzo di strumenti. Tecniche e strumenti esibiti da ognuna di esse non sono difatti ubiqui, e molte di loro ne hanno di esclusivi; esattamente quello che ci si aspetterebbe se fossero stati scoperti una volta e poi trasmessi, invece che far parte del repertorio “naturale” della specie. Nonostante l’ormai notevole messe di dati a disposizione, però, ancora non c’è consenso totale sull’opportunità di considerare “culture” i diversi insiemi di tecniche e strumenti, e i critici invocano solitamente le altre possibili cause di tali diversità: ecologiche (es. nella tal zona non si schiacciano le noci con le pietre perché non ci sono le noci) o legate alla differenziazione in tre diverse sottospecie degli scimpanzé africani. Per questi motivi il recente lavoro, pubblicato su Current Biology, di Zuberbühler e colleghi dell’università di scozzese St. Andrews, nel quale sono state comparate le popolazioni di scimpanzé residenti nelle foreste di Kibale e Budongo in Uganda è particolarmente utile per dirimere tali questioni.

Per evitare le critiche classiche di cui si è detto sopra il gruppo di ricercatori ha analizzato due popolazioni appartenenti alla stessa sottospecie (Pan troglodytes schweinfurthii) e ha fornito ad entrambe lo stesso stimolo: del miele contenuto in buchi praticati su alcuni ceppi, che richiedevano pertanto di essere approcciati con un qualche tipo di strumento. Mentre gli scimpanzé di Kibale, però, sono già abitualmente usi ad estrarre il miele dagli alveari tramite di bastoncini, quelli di Budongo non hanno mai mostrato nessuna competenza tecnologica di questo tipo, anche se fanno largo e variegato uso di spugne ottenute da foglie masticate, principalmente per recuperare l’acqua dalle cavità degli alberi.

Come ci si aspettava solamente gli scimpanzé di Kibale hanno prontamente imparato ad estrarre il miele con dei bastoncini, la tattica sicuramente più efficace che si potesse applicare, ma quello che davvero ha colpito gli studiosi è il fatto che gli scimpanzé della foresta di Budongo abbiano anch’essi cercato di estrarre il miele facendo ricorso alla strumentazione che già possedevano: preparate delle spugne come se dovessero recuperare dell’acqua hanno provato poi a utilizzarle per estrarre il miele, ottenendo peraltro qualche risultato. Oltre a provare la necessità per uno scimpanzé che una certa tecnica faccia parte del proprio bagaglio culturale per poterla utilizzare, quello che era il vero scopo dell’esperimento, il lavoro di Zuberbühler e colleghi ha quindi permesso anche di osservare quanto sia importante il proprio retaggio culturale queste antropomorfe, che vi fanno affidamento ogni volta che si presenta loro un nuovo problema da risolvere.
Riferimenti:
Thibaud Gruber, Martin N. Muller, Pontus Strimling, Richard Wrangham, Klaus Zuberbühler, “Wild Chimpanzees Rely on Cultural Knowledge to Solve an Experimental Honey Acquisition Task”, Current Biology – 17 November 2009 (Vol. 19, Issue 21, pp. 1806-1810)

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http://scienzology.blogspot.com/2010/03/ulteriori-evidenze-di-cultura-tra-gli.html

Ulteriori evidenze di cultura tra gli scimpanzé

Vecchi strumenti, nuove soluzionipezzo originalmente pubblicato su PikaiaLe informazioni su come il nostro organismo debba “costruirsi” sono contenute nel nostro genoma, ma cosa poi faccia in vita dipende anche da un altro tipo di informazioni: que…

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http://scienzology.blogspot.com/2010/03/ulteriori-evidenze-di-cultura-tra-gli.html

Ulteriori evidenze di cultura tra gli scimpanzé

Vecchi strumenti, nuove soluzioni

pezzo originalmente pubblicato su Pikaia

Le informazioni su come il nostro organismo debba “costruirsi” sono contenute nel nostro genoma, ma cosa poi faccia in vita dipende anche da un altro tipo di informazioni: quelle che ci vengono tramandate in vita dagli altri membri della nostra specie ovvero, per dirlo con una parola sola, dalla cultura. Questa definizione “in senso lato” di cultura come trasmissione non genetica di informazioni potrebbe stare un po’ stretta a chi è abituato ad associare il termine alle vette più alte della produzione intellettuale umana, ma da un punto di vista strettamente naturalistico ha il pregio di essere concisa ed efficace e, cosa ancora più interessante, permette di impostare un discorso evoluzionistico: la cultura in questo senso diventa un mezzo utilissimo che gli esemplari molte specie utilizzano per scambiarsi informazioni utili alla sopravvivenza attraverso le rapide vie orizzontali dell’apprendimento e dell’imitazione, invece che aspettare il lento procedere delle mutazioni genetiche che operano le loro modifiche solo generazione dopo generazione.

Da quando questa visione “semplificata” di cultura ha preso piede tra gli studiosi del comportamento animale numerose altre specie oltre alla nostra hanno dimostrato di affidare una buona parte delle loro chances di sopravvivenza a questa impagabile capacità, e quelle che ne fanno l’uso più variegato sono quelle che somigliano di più all’uomo: le scimmie antropomorfe. Gli scimpanzé in particolare sono un interessante esempio di questa grande capacità culturale dei primati superiori, dato che le varie popolazioni africane variano molto per le tradizioni esibite, in particolare per quanto riguarda l’utilizzo di strumenti. Tecniche e strumenti esibiti da ognuna di esse non sono difatti ubiqui, e molte di loro ne hanno di esclusivi; esattamente quello che ci si aspetterebbe se fossero stati scoperti una volta e poi trasmessi, invece che far parte del repertorio “naturale” della specie. Nonostante l’ormai notevole messe di dati a disposizione, però, ancora non c’è consenso totale sull’opportunità di considerare “culture” i diversi insiemi di tecniche e strumenti, e i critici invocano solitamente le altre possibili cause di tali diversità: ecologiche (es. nella tal zona non si schiacciano le noci con le pietre perché non ci sono le noci) o legate alla differenziazione in tre diverse sottospecie degli scimpanzé africani. Per questi motivi il recente lavoro, pubblicato su Current Biology, di Zuberbühler e colleghi dell’università di scozzese St. Andrews, nel quale sono state comparate le popolazioni di scimpanzé residenti nelle foreste di Kibale e Budongo in Uganda è particolarmente utile per dirimere tali questioni.

Per evitare le critiche classiche di cui si è detto sopra il gruppo di ricercatori ha analizzato due popolazioni appartenenti alla stessa sottospecie (Pan troglodytes schweinfurthii) e ha fornito ad entrambe lo stesso stimolo: del miele contenuto in buchi praticati su alcuni ceppi, che richiedevano pertanto di essere approcciati con un qualche tipo di strumento. Mentre gli scimpanzé di Kibale, però, sono già abitualmente usi ad estrarre il miele dagli alveari tramite di bastoncini, quelli di Budongo non hanno mai mostrato nessuna competenza tecnologica di questo tipo, anche se fanno largo e variegato uso di spugne ottenute da foglie masticate, principalmente per recuperare l’acqua dalle cavità degli alberi.

Come ci si aspettava solamente gli scimpanzé di Kibale hanno prontamente imparato ad estrarre il miele con dei bastoncini, la tattica sicuramente più efficace che si potesse applicare, ma quello che davvero ha colpito gli studiosi è il fatto che gli scimpanzé della foresta di Budongo abbiano anch’essi cercato di estrarre il miele facendo ricorso alla strumentazione che già possedevano: preparate delle spugne come se dovessero recuperare dell’acqua hanno provato poi a utilizzarle per estrarre il miele, ottenendo peraltro qualche risultato. Oltre a provare la necessità per uno scimpanzé che una certa tecnica faccia parte del proprio bagaglio culturale per poterla utilizzare, quello che era il vero scopo dell’esperimento, il lavoro di Zuberbühler e colleghi ha quindi permesso anche di osservare quanto sia importante il proprio retaggio culturale queste antropomorfe, che vi fanno affidamento ogni volta che si presenta loro un nuovo problema da risolvere.
Riferimenti:
Thibaud Gruber, Martin N. Muller, Pontus Strimling, Richard Wrangham, Klaus Zuberbühler, “Wild Chimpanzees Rely on Cultural Knowledge to Solve an Experimental Honey Acquisition Task”, Current Biology – 17 November 2009 (Vol. 19, Issue 21, pp. 1806-1810)

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L’ingegnere della giungla

scimpanzé e cassette degli atrezzi


Pezzo originalmente pubblicato su Pikaia

Anche dopo cinquantanni di ricerca sul campo gli scimpanzé non smettono di stupire per il loro modo ingegnoso e flessibile di costruire strumenti e trovare nuove soluzioni per sopravvivere. I risultati del recente studio pubblicato sul Journal of Human Evolution da Christophe Boesch, del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Leipzig, e svolto tra gli scimpanzé dell’Africa centrale (Pan troglodytes troglodytes) a Loango in Gabon confermano difatti le scoperte fatte da Sanz e Morgan, ricercatori presso lo stesso istituto, nel triangolo di Goualougo nella vicina Repubblica Democratica del Congo, recentemente riesaminate dagli stessi autori per l’International Journal of Primatology.

Quello che colpisce maggiormente dei comportamenti di uso di strumenti osservati in questi due siti e che non è stato ancora riscontrato in altre zone dell’Africa è una caratteristica particolarmente raffinata, ovvero l’uso seriale di utensili e quindi la creazione di veri e propri “set” utilizzati poi per raggiungere lo scopo prefissato. L’innovazione tecnologica più interessante tra quelle osservate daBoesch è rivolta a recuperare il miele dagli alveari, sia quelli sotterranei che quelli posti sugli alberi a venti metri di altezza o al livello del terreno all’interno dei tronchi caduti al suolo: in questi casi gli scimpanzé possono rompere l’alveare con un grosso ramo, allargare il buco con una leva più piccola e quindi inserire un ultimo ramoscello, ancora più sottile, per estrarre il miele. In alcuni casi, infine, sono stati visti gli scimpanzé utilizzare pezzi di corteccia per raschiare ulteriore miele dall’alveare e, ancora più interessante, sottili sonde per individuare gli alveari sotterranei. Questa fonte di cibo non sembra particolarmente nutritiva in rapporto alle energie utilizzate per ottenerla, e si può dire che l’unico scopo che spinge questi animali a utilizzare una sequenza di cinque strumenti, la più lunga mai registrata, sia la golosità.

Una fonte di cibo più tipica della specie sono le termiti, e uno dei set di strumenti osservati da Sanz e Morgan riguardanti questo tipo di approvvigionamento ricorda molto i risultati dello studio di Boesch. Tra gli scimpanzé del triangolo di Goualougo capita infatti che termitai sotterranei vengano dapprima individuati con sonde sottili, quindi raggiunti scavando con un bastone reso appuntito e infine “pescati” alla classica maniera degli scimpanzé. É bene precisare che anche a Goualougo gli scimpanzé si nutrono di miele estratto dagli alveari, seppure non lo estraggono dagli alveari sotterranei, e in buona sostanza gli scimpanzé di queste due aree condividono comportamenti simili che fanno pensare a un’origine comune e a una trasmissione regionale per via culturale, cosa di cui questi animali sono ormai quasi univocamente considerati capaci.

Le implicazioni di queste scoperte sono notevoli, specialmente se si considerano altre osservazioni fatte in questi due luoghi. Lo stesso ramo, ad esempio, è a volte lavorato in due maniere diverse per lato così da servire a due scopi diversi, e in generale queste scimmie ottengono strumenti diversi dallo stesso materiale di partenza, ovvero una particolare pianta che può essere usata per pescare sia termiti che formiche arboricole a seconda della maniera in cui viene preparata. Sembra quindi fuor di dubbio che comprendano la funzione degli strumenti che creano, e che li costruiscano in funzione di essa. Il semplice fatto di utilizzare serie di strumenti inoltre dimostra la loro raffinata capacità di progettare le loro azioni in vista di uno scopo futuro, specie se si considera che strumenti particolarmente pesanti come il primo della sequenza del miele (quello utilizzato come ariete per creare un buco nell’alveare) vengono lasciati vicino all’alveare a svariati metri di altezza per essere riutilizzati in futuro invece che lasciati cadere al suolo come capita agli altri utensili.

L’ipotesi di Sanz e Morgan sul perché queste raffinate tradizioni tecnologiche si trovino solo qui in Africa centrale è che queste siano nate per necessità, dato che nella regione gli scimpanzé convivono con i gorilla in molte aree, e poi tramandate alla maniera in cui tanti altri comportamenti del genere si sono fatti strada tra le popolazioni di scimpanzé in Africa. Inoltre prende sempre più forza l’ipotesi che anche prima dell’emergere della cultura olduvaiana circa 2,5 milioni di anni fa i nostri antenati facessero uso di strumenti complessi, ricavati non dalla pietra ma da altri materiali troppo facilmente deperibili per poter essere ritrovati oggi negli strati archeologici.

Una cosa certa, ad ogni modo, è che queste nuove scoperte rendono ancora più labili le differenze tra gli strumenti dell’uomo e quelli delle scimmie antropomorfe. Il vecchio concetto di Homo faber, che marcava un confine tra noi e i nostri parenti prossimi, si scontra quindi e per l’ennesima volta con Pan, la scimmia che da cinquantanni ci ricorda da dove veniamo.

Riferimenti:

Crickette M. Sanz and David B. Morgan, “Flexible and Persistent. Toolusing Strategies in Honeygathering by Wild Chimpanzees“, International Journal of Primatology Volume 30, Number 3, June 2009

Christophe Boesch, Josephine Head and Martha M. Robbins, “Complex tool sets for honey extraction among chimpanzees in Loango National Park, Gabon“, Journal of Human Evolution

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http://scienzology.blogspot.com/2009/10/lingegnere-della-giungla.html

Wolfgang Köhler, un pioniere della moderna primatologia

Aver di meglio da fare durante la Grande Guerra

Il XX secolo, frenetico sotto molti aspetti, non mancò di esserlo nemmeno per le scienze naturali. Mentre nascevano la genetica, l’etologia, la psicologia e mentre personaggi del calibro di Julian Huxley, degno nipote di Thomas Huxley, fondavano quella che verrà chiamata Nuova Sintesi chiamando alla cooperazione specialisti sia di questi nuovi campi del sapere che di quelli più tradizionali, anche lo studio dei Primati aveva i suoi primi pionieri. In Giappone sorgeva la scuola di Imanishi, e verso la metà degli anni ’50 sarebbero state compiute le famose scoperte sui comportamenti culturali dei macachi dell’isola di Koshima, mentre in Occidente l’interesse fu rivolto soprattutto agli scimpanzé tenuti in cattività, e alle notevoli capacità latenti che dimostravano di poter sviluppare.

Allo scoppio della prima guerra mondiale, un giovane psicologo tedesco di nome Wolfgang Köhler rimase bloccato a Tenerife dove trovò una colonia di scimpanzé trasferitavisi per conto dell’Accademia Prussiana delle Scienze; fu così che decise di studiarne le capacità cognitive, producendo una lunga ricerca che è ormai un classico della psicologia comparata. Tra tutti quelli che si occuparono di questo tipo di ricerche in questo periodo, Köhler è probabilmente il più rilevante in quanto si può dire che abbia riscontrato praticamente ogni schema comportamentale sotteso ai comportamenti che verranno poi scoperti negli studi sul campo dopo gli anni ’60, e molti se non la totalità di quelli riscontrati in genere negli scimpanzé. Non fu solo un pioniere, fu anche uno di più abili primatologi di un’epoca in cui questa disciplina praticamente non esisteva ancora.

Gli esperimenti di Köhler coinvolgevano solitamente uno stimolo, un ostacolo e un potenziale strumento per eliminare l’ostacolo: nella sua forma tipica questo esperimento consisteva nel mettere del cibo subito fuori dalla portata di uno scimpanzé e consegnarli un bastone col quale, ben presto, questi imparava a recuperare il cibo. In alcuni di questi esperimenti gli scimpanzé dovevano riuscire a procurarsi un bastone abbastanza lungo utilizzandone uno più corto (oppure impilare l’una sopra l’altra due o più cassette per raggiungere una ricompensa posta in alto), e riuscendoci dimostravano di saper attuare un minimo di progettazione delle azioni future. Un altra serie classica di esperimenti, di cui Köhler porta numerosi esempi, è inoltre quella che riguarda la costruzione o modificazione di arnesi: svuotando cassette per poterle spostare, rompendo bastoni o pezzi di legno, togliendo turaccioli da bastoni cavi per poterli congiungere ad altri e via dicendo gli scimpanzé dimostravano un grado ancora maggiore di progettualità: la capacità di adattare lo strumento ai propri scopi.

Cosa concluse Köhler da questi studi? Innanzitutto c’è da ricordare che egli dovette sempre fare i conti con l’altra faccia della medaglia delle condizioni sperimentali: queste sono sicuramente più favorevoli a elaborare prove scientifiche delle proprie teorie, e soggetti come gli scimpanzé possono essere certamente difficili da studiare in natura, ma solo osservandoli nel loro ambiente ci si può rendere davvero conto di alcune loro capacità. Köhler, che diceva “la persona che veda una scimmia antropomorfa mentre fa preparativi per un esperimento previsto nel futuro, le cui condizioni di svolgimento non sono ancora visibili, sarebbe testimone di una conquista ancora più alta…” non immaginava la facilità con cui questo comportamento è osservabile in natura, ad esempio quando alcuni scimpanzé scelgono i sassi adatti con cui aprire le noci distanti. Per via di questa mancanza di informazioni, probabilmente, e per una parsimonia nel formulare ipotesi sulle scimmie antropomorfe che gli proveniva dall’epoca in cui si trovava a vivere, era convinto che i comportamenti di queste scimmie antropomorfe, per quanto flessibili e intelligenti, fossero dettati solamente dai loro impulsi e bisogni istintivi, e che non fossero “aperti al mondo” e capaci di “conoscerlo in quanto tale”.

Insomma, per lo psicologo tedesco questi non avevano varcato ancora la barriera che stava tra gli uomini e gli animali, una barriera che forse si era spostata da quando Cartesio riteneva questi ultimi poco più che automi, incapaci addirittura di provare dolore, ma che purtuttavia reggeva ancora stabile, condizionando l’interpretazione e la ricezione di ogni nuova scoperta.

In molti seguirono l’esempio di Köhler, conducendo ogni genere di esperimenti su scimpanzé, oranghi, gorilla e gibboni, ma anche su scimmie non antropomorfe di vario genere come macachi o cebi cappuccini. I risultati furono controversi, contrastanti e segnati spesso da scarsa comprensione dei soggetti sperimentali dato che di pari passo a questi studi sulle capacità cognitive ne venivano compiuti pochi o nessuno sull’organizzazione sociale e sulla vita emotiva, né all’epoca si sapeva quanto fosse importante assicurare agli scimpanzé condizioni di vita simili a quelle allo stato naturale per ottenere da loro prestazioni in linea con le loro reali capacità. Ciò nonostante, il terreno era ormai fertile per ricerche di questo tipo e per il diffondersi di idee nuove e rivoluzionarie, che arrivarono puntuali qualche decennio dopo.

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http://scienzology.blogspot.com/2009/07/wolfgang-kohler-un-pioniere-della.html

le mirabolanti invenzioni di Imo da Koshima

L’isola delle scimmie sapienti

Koshima è una piccola isoletta giapponese vicina al villaggio di Ichiki, dal quale la si può raggiungere a piedi a patto però che ci sia bassa marea. Su di essa vive e prospera un nutrito gruppo di macachi giapponesi (Macaca fuscata) studiato ininterrottamente da ormai più di sessant’anni. Anche se a prima vista può sembrare un comune branco di una delle tipologie di scimmie più diffuse (il genere dei macachi è di tutti i primati quello a più ampia diffusione dopo l’uomo) ha una storia importante che negli anni gli è valsa un’attenzione particolare: è infatti proprio grazie a questa comunità che per la prima volta la parola cultura ha attraversato le barriere della nostra specie.
Nel 1948 Itani e Kawamura, due etologi giapponesi che all’epoca studiavano con Imanishi (il padre della primatologia giapponese, per inciso), stufi di studiare daini e cavalli selvatici decisero di visitare quest’isoletta che sapevano ospitare animali sicuramente più interessanti, specialmente per chi veniva da una cultura come quella nipponica che già all’epoca dava grande risalto allo studio della socialità animale. I macachi vivono difatti in gruppi molto numerosi con rapporti estremamente articolati tra i membri, molto diversi dalla semplice piramide con in cima un maschio alfa che probabilmente molti di voi hanno in mente. In aggiunta questa piccola isoletta presentava un “vincolo sociale” molto simile a quello che si ha negli zoo: uno spazio relativamente piccolo rispetto alla popolazione che lo abita e isolato dal resto del mondo fa si che difficilmente un maschio dominante venga spodestato (poiché gli sfidanti, provenienti dallo stesso gruppo se non addirittura “amici” d’infanzia, hanno tendenzialmente delle inibizioni ad attaccarlo), perciò non solo la tolleranza sociale ne viene mediamente innalzata, ma questo favorisce anche l’ulteriore formarsi di complesse gerarchie e reti di alleanze tra gli individui subordinati. Insomma, fu da subito evidente che Koshima era terreno fertile per ricerche che i posteri avrebbero ricordato.

Nel giro di pochi anni, come volevasi dimostrare, i primatologi che presero a seguire la comunità di macachi furono ampiamente ripagati della fiducia riposta in questi primati; furono aiutati anche da una giovane Satsue Mito, che all’epoca era solo la figlia del locandiere presso cui si fermarono Itani e Kawamura la notte in cui decisero del futuro delle loro ricerche ma che sarebbe diventata in futuro una delle più stimate scienziate nipponiche. Fu proprio lei che, mentre distribuiva le patate dolci (offrire del cibo era allora una pratica standard per riuscire a far accettare agli animali la presenza umana quel tanto che bastava per poterli studiare da vicino), si accorse nel 1953 che una giovane femmina di nome Imo aveva trovato, unica nella sua comunità, una soluzione al problema della terra che sporcava questi tuberi e ne peggiorava il sapore: lavarli nell’acqua, dapprima un ruscello (quando ancora la distribuzione avveniva nella foresta) e poi nel mare aperto. Fino a qui non ci sarebbe niente di veramente eccezionale, ma quello che stupì la Mito e tutti gli altri ricercatori coinvolti nel progetto fu che nel giro di pochi anni quasi tutti i macachi di Koshima impararono la medesima tecnica, dapprima i compagni di gioco di Imo, poi i familiari e in seguito tutti gli altri eccetto i maschi più anziani: si erano forse passati l’informazione? e se sì, come?

La vicenda, che esplose al di fuori del Giappone solo una decina di anni dopo, nel 1965, col primo articolo in proposito scritto in inglese, apriva interrogativi importanti su un mondo, quello animale, da sempre considerato “hard-wired”, cioè dal comportamento poco flessibile e incapace di andare oltre alle istruzioni riposte nei geni. L’articolo del 1965 era scandaloso anche per un altro motivo, oltre al contenuto in sé, poichè il titolo, seppur preceduta dal prefisso pre-, conteneva una parola pericolosa: “culturali”, riferita ai comportamenti di questi macachi. La cultura era stata difatti recentemente definita in termini naturalistici da Kinji Imanishi come “una forma di trasmissione del comportamento che non poggia su basi genetiche“, e per un etologo giapponese quale Kawai, l’autore dello studio, non doveva quindi sembrare troppo scandaloso intitolare il proprio articolo “Newly acquired pre-cultural behaviour of the natural troop of japanese monkeys on Koshima islet”. Senza contare che già Kawamura aveva notato come le differenze tra gruppi di macachi potessero essere fatte risalire a differenze “sottoculturali”.

Questa minima forma di cautela non era decisamente abbastanza per gli standard occidentali, tanto che questi risultati sarebbero rimasti discussi per decenni. La critica principale mossa all’interpretazione di questi dati è stata che, come ha fatto notare Galef in un articolo del 1990, non si può provare che il comportamento in questione non sia stato semplicemente imparato autonomamente da ogni scimmia, considerando inoltre che pare, o così sosteneva Galef, che Satsue Mito distribuisse le patate solo alle scimmie che avevano dimostrato di saperle lavare. La prima osservazione da fare è che quest’ultima diceria è probabilmente solo questo: una diceria, e l’unica fonte che ho trovato in proposito la classifica come un’osservazione fatta nel 1975 da un visitatore occasionale. Inoltre, se anche la Mito avesse dato le patate solo alle scimmie che le lavavano questo sarebbe stato controproducente per il diffondersi di questa tecnica poichè tra i macachi (e buona parte delle scimmie, tralaltro) i primi individui ad approfittare di una fonte di cibo devono sempre essere i maschi dominanti, e la pena per dei subordinati (come Imo, giovane e femmina, e i suoi compagni di gioco che per primi acquisirono la tecnica dopo di lei) che fossero stati visti mangiare delle patate prima dei dominanti sarebbe stata molto severa. Un ulteriore considerazione, che è poi una prova abbastanza sicura del collegamento tra apprendimento sociale e diffusione del comportamento di lavaggio delle patate, è legata all’ordine in cui è avvenuto il diffondersi della tecnica: come già ricordato, i primi a impararla furono i membri del gruppo che passavano più tempo con Imo e in seguito furono sempre i macachi più “vicini” alla giovane scopritrice ad acquisirla per primi; gli unici che non furono mai visti lavare le patate, inoltre, furono i maschi anziani che oltre ad avere uno stile di vita meno a contatto con gli altri macachi sono mediamente meno disposti ad accogliere innovazioni.

Ma si tratta di cultura? se è vero che i tre anni che la tecnica richiese per diffondersi in tutto il gruppo potrebbero anche essere un tempo ragionevolmente breve per una specie non dotata di linguaggio (e per quanto riguarda quella che più è un’abitudine che una tecnica dalla quale dipenda la sopravvivenza), è vero anche che in molti si aspetterebbero un processo più rapido da un fenomeno di trasmissione culturale. Inoltre, quello che non è mai stato dimostrato e forse non è nemmeno probabile che sia avvenuto è che ogni macaco abbia imparato a lavare le patate osservando e imitando gli altri membri del gruppo. L’imitazione è sicuramente la maniera più veloce ed efficace, ma non l’unica che permetta il diffondersi di un comportamento. Non voglio dilungarmi troppo su un tema che rischia peraltro di diventare un po’ troppo tecnico per un blog (e forse anche per lo scrittore del blog, che tecnico non è) quindi vado subito al dunque: in questa vicenda ha probabilmente agito un meccanismo chiamato rinforzo locale. Esperimenti di laboratorio successivi hanno infatti dimostrato che i macachi (e tutte le scimmie non antropomorfe con loro) non sono in grado di compiere imitazioni vere e proprie, tuttavia la semplice vicinanza a qualcuno che sia in grado di compiere una determinata azione complessa “favorisce” per così dire una nuova scoperta indipendente; in altri termini, essere vicino a Imo che lava le patate fa si che il compagno di giochi di Imo si interessi alle patate, abbia occasione di assaggiarne dei pezzi ripuliti, si trovi ad avere patate e acqua nello stesso luogo e via dicendo.

Se torniamo per un attimo alla definizione di Imanishi, “una forma di trasmissione del comportamento che non poggia su basi genetiche“, ci rendiamo conto che tra i macachi di Koshima c’è stata, e continua tutt’oggi nonostante il passare dei decenni e il succedersi delle generazioni, una trasmissione culturale, e per inciso molte altre innovazioni (delle quali molte partite da Imo, da cui il titolo) hanno seguito questa strada. La bontà della definizione di Imanishi, che ha il pregio di essere anche molto semplice e intuitiva, è che coglie esattamente il punto della questione. Nella storia del pianeta c’è stato un momento in cui in alcune specie il cervello ha cominciato a superare il genoma come numero di informazioni immagazzinabili, a prenderne parzialmente il posto per quanto riguardava l’indicare la strada da seguire e le decisioni da compiere. Con lo svilupparsi della comunicazione tra individui inoltre, chi condivideva un problema cominciava a condividere anche la soluzione, a prescindere da come facesse e da allora che si può cominciare a parlare di cultura, se si vuole dare un senso naturalistico a questo termine. Ecco perchè la definizione di Imanishi regge ancora oggi, perchè descrive la forma più semplice in cui il nuovo modo di organizzare la sopravvivenza, ovvero trasmettere informazioni utili all’interno di un gruppo, è comparsa sul campo da gioco dell’evoluzione; solo in questo senso la cultura può essere studiata dagli studiosi dell’evoluzione, e proprio in quest’ottica ha senso parlare di cultura per le scimmie di Koshima.

Riferimenti:

Gli articoli e i libri originali sono ovviamente introvabili o in giapponese, ma la vicenda è talmente famosa che si trova narrata in un sacco di libri. Personalmente consiglio vivamente “La scimmia e l’Arte del sushi” di Frans deWaal, che è anche un ottimo libro sulla questione “cultura, tecnologia&scimmie”.

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Kanzi nell’età della pietra

Olduvaiani di ieri e di oggi

Due milioni di anni fa sulla sponda di un fiume della Tanzania qualcuno scheggiava la pietra in maniera tanto abile da guadagnarsi il nome per questo, ma era un uomo o una scimmia? La domanda sembra mal posta dato che gli artigiani di Olduvai erano ovviamente uomini (o meglio, appartenevano al genere Homo), e invece nasconde un interrogativo cruciale: Homo habilis era, cognitivamente, solo uno scimpanzé bipede dotato di cervello un po’ più grande dei suoi antenati? Oppure quelle pietre lavorate ci raccontano di un salto compiuto da questa specie in un punto imprecisato del processo evolutivo che lo portò a percuotere dei sassi in Africa Orientale? La domanda è cruciale anche per quanto riguarda l’altro lato della barricata, perché è proprio nei pressi del supposto confine che dovremmo aspettarci di trovare le traccie del presunto salto, dove e se le scimmie diventarono d’un tratto uomini.

Nel 1990 una conferenza portoghese portò con sé l’occasione propizia per uno studio sperimentale: in quell’occasione si incontrarono da un lato Nicholas Toth e Kathy Schick, due esperti archeologi sperimentali che avevano recentemente studiato e riprodotto la cultura olduvaiana (scoprendo, ad esempio, che il prodotto di quella manifattura erano le schegge taglienti e non i nuclei residui), e dall’altra Sue Savage Rumbaugh, che lavorava da anni con un gruppo di scimpanzé e bonobo insegnando loro un particolare tipo di linguaggio espresso tramite lessicogrammi, simboli da indicare su una lavagnetta o su una tastiera speciale. Quest’ultima si mostrò subito interessata della ricerca proposta dai due archeologi, e scelse per l’esperimento il suo bonobo più intelligente: Kanzi. Questi, all’epoca già famoso per i risultati ottenuti con lui nei test sul linguaggio appreso, aveva dimostrato in più di un’occasione una notevole intelligenza e capacità di apprendimento (tanto che aveva imparato il linguaggio dei lessicogrammi senza lezioni, semplicemente osservando quelle che venivano impartite alla madre quando era ancora un cucciolo attaccato al suo grembo), e avendo solo 9 anni era ancora nel pieno dell’adolescenza, un’età in cui queste scimmie sono particolarmente ricettive e smaniose di imparare nuove cose.

Un esperimento del genere era stato tentato in precedenza nel 1972 da Richard Wright con un orango di nome Abang, al quale era stato insegnato come ricavare delle schegge taglienti da un nucleo pre-lavorato; l’esperimento era sicuramente interessante, ma per molti versi non accurato come quello a cui Kanzi si apprestava a partecipare. Creare e modificare strumenti come fece Abang è sicuramente un’abilità eccezionale che per quanto già nota da decenni (in cattività, presso gli oranghi allo stato naturale solo da qualche anno) non manca mai di stupire quando viene confermata in una nuova maniera, ma non quanto quello che l'”Einstein delle scimmie”, come a volte viene soprannominato, stava per far vedere.

Il primo passo dell’esperimento fu quello di far comprendere a Kanzi l’utilità e le caratteristiche richieste in una scheggia tagliente, fornendogliene alcune e invitandolo a usarle per ottenere una ricompensa contenuta in una scatola trasparente chiusa con una corta di nylon. Inoltre al bonobo veniva mostrato come queste schegge potevano essere prodotte, ovvero percuotendo due pietre l’una contro l’altra. Non fu fatto nessun tentativo diretto per incentivare Kanzi a produrre delle scheggie, ma in breve tempo questi divenne un vero esperto e già agli inizi della sperimentazione faceva ogni tanto qualche tentativo di creare qualche scheggia da solo piuttosto che usare quelle presenti sul terreno. È bene rimarcare che anche quando cominciò a essergli richiesto di creare le scheggie da solo non fu mai utilizzata la tecnica del condizionamento operante (che consiste nel premiare l’azione corretta quando si presenta “casualmente”), fu lui stesso ad inventare infatti un suo stile personale nel creare schegge, che consisteva nello scagliare la pietra contro il duro pavimento del laboratorio.

Per quanto producesse schegge funzionali, questa tecnica era però ancora lontana da quella che si presupponeva fosse stata in uso tra i primi ominidi e perciò gli esperimenti furono continuati all’esterno del centro di ricerca, dove il terreno non permetteva di usare questo “trucco”. Il risultato fu notevole: Kanzi, che fino ad allora non aveva ottenuto molti risultati nel percuotere le pietre tenendole in mano anche perché non ci metteva abbastanza forza, comprese che la chiave era la maggiore potenza sprigionata dal lancio, e traslando questa scoperta alla tecnica che prima non riusciva a sfruttare cominciò a creare le sue prime schegge ottenute percuotendo una pietra tenuta in mano. V’è da dire che anche dopo questa scoperta preferì continuare a scagliare una pietra contro un’altra posta per terra a un metro di distanza (mostrando peraltro un’ottima mira) piuttosto che tenerle in mano, tuttavia gli artefatti di Kanzi poterono cominciare a essere comparati a quelli olduvaiani.

Esperimenti successivi hanno impegnato il bonobo a ricavare schegge sempre dallo stesso nucleo, e a imparare con successo a scheggiare i nuclei in prossimità degli angoli per ottenere più facilmente delle schegge. Durante i primi 3 anni dell’esperimento Kanzi ha dimostrato di comprendere l’utilità di queste schegge e la maniera in cui ottenerle, oltre che di saper scegliere le schegge più efficienti per tagliare la corda e ottenere la ricompensa. Ha inoltre inventato una tecnica adatta alle proprie capacità, dato che sembra avere qualche problema nel controllare alla perfezione la tecnica che vuole le pietre tenute in mano durante la percussione, e ‘ha saputa modificare quando l’elemento basilare, il pavimento duro, è venuto a mancare.

Ovviamente tra le capacità di Kanzi e quelle dei primi ominidi sussistono notevoli differenze, ad esempio questi avevano intuito come angoli di percussione più acuti permettessero di ottenere più facilmente delle schegge mentre Kanzi ha sempre utilizzato un angolo vicino agli 89.7 gradi che è l’angolo massimo col quale si possono scheggiare i materiali utilizzati nell’esperimento, ma l’opinione a uscire confermata da questo studio sembra essere più o meno quella espressa da Wynn qualche anno prima, ovvero che i costruttori di strumenti olduvaiani esibivano, nel fare ciò, capacità sostanzialmente simili a quelle di uno scimpanzé odierno. Questo non significa che, come lui stesso proseguiva, più in alto delle antropomorfe attuali non si spingessero proprio anche per quanto riguarda le abilità cognitive in generale (per quanto l’attribuzione di habilis al genere Homo abbia una storia interessante che un giorno racconterò), ma ci aiuta a conoscere un po’ meglio sia i nostri antenati che i nostri parenti prossimi ancora in vita.

Riferimenti:

Kathy Schick, Nicholas Toth “Making Silent Stone Speak

Kathy D. Schick, Nicholas Toth, Gary Garufi “Continuing Investigations into the Stone Tool-making and Tool-using Capabilities of a Bonobo (Pan paniscus)”, Journal of Archaeological Science, 1999, n.26

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http://scienzology.blogspot.com/2009/06/kanzi-nelleta-della-pietra.html

I più antichi monili mai ritrovati

Una conchiglia è per sempre

Qui l’articolo che ho scritto per Pikaia

La notizia è un po’ invecchiata per via della mia incostanza, ma fortunatamente quando si tratta di fossili il tempo assume sempre un’importanza relativa. Quasi sempre a dire il vero, dato che datare certi reperti diventa a volte cruciale anche solo per stabilirne la rilevanza, ed è proprio il caso della notizia di oggi (o meglio, di qualche settimana fa).

Fino a qualche decennio i nostri antenati più prossimi (o nonni più antichi), ovvero i sapiens vissuti nel Paleolitico, ponevano una scomoda domanda a chi ne studiava i ritrovamenti: come mai l’uomo è anatomicamente moderno da un po’ meno di 200.000 anni fa ma le prime manifestazioni artistiche e simboliche si ritrovano solo in Europa e sono databili intorno a 35.000 anni fa? la conferma molecolare arrivata nei primi anni ’90 che l’origine della nostra specie è effettivamente molto più tarda dei ritrovamenti europei in questione non fece altro che rendere il tutto più problematico. Inutile dire che in molti postularono come ormai certa la comparsa di comportamenti pienamente moderni solo in concomitanza con la migrazione europea e si affannarono a cercare una spiegazione, ma come spesso accade la soluzione era più semplice di così.

Uno degli aspetti che all’epoca risultarono meno evidenti è che l’Europa era semplicemente il continente dove gli scavi andavano avanti da più tempo, e dove erano stati più numerosi, e difatti da qualche anno abbiamo numerosi reperti che attestano capacità artistiche e simboliche nel continente nero; bastava cercare più a fondo, dopotutto. Ad ogni modo i ritrovamenti più antichi continuavano fino a poco tempo fa a essere relativamente recenti, poichè se si eccettua il sito di Es-Skuhl in Israele di datazione dubbia non si scendeva sotto i 72.000 anni di Blombos in Sudafrica, ecco perchè il ritrovamento di Taforalt è così importante.

In questa cava del Marocco orientale sono state ritrovate da Nick Barton e Abdeljalil Bouzzouggar (qui l’articolo) svariate conchiglie forate, presumibilmente utilizzate per inanellare collanine rituali o semplicemente decorative. La datazione del sito, come si diceva, è straordinaria: 110.000 anni fa. Gli autori dello studio credono inoltre, e apparentemente con buone ragioni, che la “cultura della collana”, come potremmo chiamare l’usanza di decorare il proprio corpo in questa maniera, sia comparsa in più luoghi indipendentemente, ed è sicuramente significativo che tra gruppi di uomini così antichi (per quanto praticamente identici a noi) fosse così comune sentire la necessità di ornare il proprio corpo. Sicuramente spazza via le vecchie idee, un po’ passé, sull’Europa come culla della mente pienamente moderna.

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Grosso guaio al Delta Primate Center

Chi fa in tre fa meglio che da sé (e via dicendo)

Delle tante questioni che si sono aperte e parzialmente chiuse nel secolo scorso riguardo ai primati non umani, una delle più interessanti e turbolente è sicuramente la lunga e ancora in parte combattuta diatriba che riguarda una sola parola: cultura. Fino a che punto si può considerare culturale il comportamento delle scimmie, antropomorfe o meno? che significato assume il termine “cultura” qualora lo si allarghi oltre i confini della nostra specie? Numerose osservazioni occasionali come anche studi svolti in maniera più sistematica hanno messo in luce i diversi meccanismi attraverso i quali svariate specie di scimmie (e non solo loro) insegnano e tramandano comportamenti e informazioni, e in molti hanno via via accettato di usare per questi la parola dello scandalo, non senza che il significato del termine venisse ritoccato e precisato. Un aneddoto interessante a riguardo ci arriva dalla Lousiana degli anni 70.

Prima che la colonia di scimpanzé ospitata al Delta Primate Center venisse trasferita su un’isola, il territorio di questi animali era delimitato da un recinto molto alto e all’interno era presente una cabina di osservazione sopraelevata, irraggiungibile da queste scimmie, un gruppo di scimpanzé maschi adulti è decisamente pericoloso, se non per i ricercatori quantomeno per gli arredi. Irraggiungibile, dicevo, perlomeno fino alla fatale notte in cui Rock, uno scimpanzé che nei cinque anni precedenti aveva usato spesso arrampicarsi su pali tenuti in equilibrio, riuscì a far entrare tutto il gruppo con uno stratagemma. L’invenzione non fu osservata direttamente, ma nei giorni precedenti questo scimpanzé fu notato spesso provare a raggiungere la cabina mettendo in equilibrio dei lunghi pali e puntando poi i piedi contro la parete, questo appoggio era però troppo precario per permettergli di attaccare il vetro e nessuno si preoccupò troppo della cosa finché una mattina i ricercatori non trovarono la cabina invasa dagli scimpanzé.

Quello che probabilmente accadde la notte precedente fu che Rock, giocando con un palo nelle vicinanze della cabina, avesse perso l’equilibrio così che il palo, sfuggitogli di mano, andasse ad appoggiarsi alla parete della stessa diventando di fatto una scala di fortuna: nonostante non avessero mai utilizzato delle scale a pioli (non era così scontato che ci riuscissero, per quanto poco intuitivo possa sembrare) gli scimpanzé impararono tutti quanti come raggiungere la cabina nel corsa della notte stessa per dare poi sfogo alla loro energia distruttiva. Fin qui non ci sarebbe ancora nulla di straordinario, se non che successivamente il gruppo si spinse oltre fino a mettere in seria difficoltà i gestori della colonia.

Quando trovarono la cabina abbandonata e sigillata, precauzione fattasi indispensabile per i ricercatori che nel frattempo si spostarono altrove per compiere le loro osservazioni, gli scimpanzé rivolsero la loro attenzione agli alberi circostanti. Questi erano dotati di un sistema di passerelle posto circa a due metri d’altezza dal suolo, che permetteva agli scimpanzé di giocare e di spostarsi senza scendere a terra, ed erano circondati all’altezza di cinque metri da un filo spinato percorso da una debole corrente elettrica per preservare le chiome degli alberi che servivano ad ombreggiare e riparare il gruppo. Entro un mese dalla notte in cui riuscì ad entrare nella cabina, Rock cominciò a portare i pali sulla passerella nel difficile intento di riuscire a salire sulla sommità degli alberi. Gli ci vollero molti tentativi per riuscire a raggiungere il suo scopo, dovendo sistemare il palo su una passerella molto stretta, e i suoi compagni ci misero ancora di più a imparare la giusta tecnica osservandolo, ma nel giro di quattro mesi sei dei sette membri del gruppo riuscirono nell’intento e raggiunsero le chiome degli alberi che in poco tempo divennero spogli e vennero quindi abbattuti (anche perché durante una di queste escursioni lo stesso Rock si ferì precipitando da un ramo secco). L’occasione fortuita di registrare un caso di diffusione di un comportamento non era stata però lasciata cadere nel vuoto, e dalla mattina fatidica in cui gli scimpanzé furono trovati nella cabina d’osservazione il loro comportamento era stato crupolosamente annotato: proprio per questo si può essere ragionevolmente sicuri che il comportamento fu in qualche misura appreso e non inventato individualmente da ognuno di loro, difatti a imparare la nuova tecnica furono dapprima gli scimpanzé che passavano un maggior ammontare di tempo con Rock, poi quelli via via più familiari fino a quelli che avevano avuto meno occasioni di osservarlo in azione.

La vicenda, che aveva già rivelato una notevole capacità di trasmissione tra gli scimpanzé, non terminò però qui: abbattuti gli alberi rimasero comunque dei lunghi rami e questa volta Rock e compagni riuscirono addirittura a fuggire dal recinto, né questo tentativo rimase un caso isolato dato che nei mesi successivi essi sperimentarono via via nuovi materiali man mano che i vecchi venivano confiscati: dapprima i ceppi degli alberi e i montanti delle passerelle (che peraltro richiedevano entrambi di essere sradicati dal terreno) e infine anche alcuni bastoni più corti utilizzati come pioli.

Trovata per caso una soluzione a un problema, questo gruppo di scimpanzé ha fatto quello che per lungo tempo è stata considerata una prerogativa umana: metterla in comune. Non solo, questi animali sono stati anche in grado di applicare uno schema comportamentale a oggetti e situazioni diverse, mostrando ulteriori capacità cognitive raffinate (anche se meno controverse della questione culturale). Questo è solo un aneddoto, ma racconta molto di una specie che non a caso è stata tra le più studiate del secolo scorso.

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