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le mirabolanti invenzioni di Imo da Koshima

L’isola delle scimmie sapienti

Koshima è una piccola isoletta giapponese vicina al villaggio di Ichiki, dal quale la si può raggiungere a piedi a patto però che ci sia bassa marea. Su di essa vive e prospera un nutrito gruppo di macachi giapponesi (Macaca fuscata) studiato ininterrottamente da ormai più di sessant’anni. Anche se a prima vista può sembrare un comune branco di una delle tipologie di scimmie più diffuse (il genere dei macachi è di tutti i primati quello a più ampia diffusione dopo l’uomo) ha una storia importante che negli anni gli è valsa un’attenzione particolare: è infatti proprio grazie a questa comunità che per la prima volta la parola cultura ha attraversato le barriere della nostra specie.
Nel 1948 Itani e Kawamura, due etologi giapponesi che all’epoca studiavano con Imanishi (il padre della primatologia giapponese, per inciso), stufi di studiare daini e cavalli selvatici decisero di visitare quest’isoletta che sapevano ospitare animali sicuramente più interessanti, specialmente per chi veniva da una cultura come quella nipponica che già all’epoca dava grande risalto allo studio della socialità animale. I macachi vivono difatti in gruppi molto numerosi con rapporti estremamente articolati tra i membri, molto diversi dalla semplice piramide con in cima un maschio alfa che probabilmente molti di voi hanno in mente. In aggiunta questa piccola isoletta presentava un “vincolo sociale” molto simile a quello che si ha negli zoo: uno spazio relativamente piccolo rispetto alla popolazione che lo abita e isolato dal resto del mondo fa si che difficilmente un maschio dominante venga spodestato (poiché gli sfidanti, provenienti dallo stesso gruppo se non addirittura “amici” d’infanzia, hanno tendenzialmente delle inibizioni ad attaccarlo), perciò non solo la tolleranza sociale ne viene mediamente innalzata, ma questo favorisce anche l’ulteriore formarsi di complesse gerarchie e reti di alleanze tra gli individui subordinati. Insomma, fu da subito evidente che Koshima era terreno fertile per ricerche che i posteri avrebbero ricordato.

Nel giro di pochi anni, come volevasi dimostrare, i primatologi che presero a seguire la comunità di macachi furono ampiamente ripagati della fiducia riposta in questi primati; furono aiutati anche da una giovane Satsue Mito, che all’epoca era solo la figlia del locandiere presso cui si fermarono Itani e Kawamura la notte in cui decisero del futuro delle loro ricerche ma che sarebbe diventata in futuro una delle più stimate scienziate nipponiche. Fu proprio lei che, mentre distribuiva le patate dolci (offrire del cibo era allora una pratica standard per riuscire a far accettare agli animali la presenza umana quel tanto che bastava per poterli studiare da vicino), si accorse nel 1953 che una giovane femmina di nome Imo aveva trovato, unica nella sua comunità, una soluzione al problema della terra che sporcava questi tuberi e ne peggiorava il sapore: lavarli nell’acqua, dapprima un ruscello (quando ancora la distribuzione avveniva nella foresta) e poi nel mare aperto. Fino a qui non ci sarebbe niente di veramente eccezionale, ma quello che stupì la Mito e tutti gli altri ricercatori coinvolti nel progetto fu che nel giro di pochi anni quasi tutti i macachi di Koshima impararono la medesima tecnica, dapprima i compagni di gioco di Imo, poi i familiari e in seguito tutti gli altri eccetto i maschi più anziani: si erano forse passati l’informazione? e se sì, come?

La vicenda, che esplose al di fuori del Giappone solo una decina di anni dopo, nel 1965, col primo articolo in proposito scritto in inglese, apriva interrogativi importanti su un mondo, quello animale, da sempre considerato “hard-wired”, cioè dal comportamento poco flessibile e incapace di andare oltre alle istruzioni riposte nei geni. L’articolo del 1965 era scandaloso anche per un altro motivo, oltre al contenuto in sé, poichè il titolo, seppur preceduta dal prefisso pre-, conteneva una parola pericolosa: “culturali”, riferita ai comportamenti di questi macachi. La cultura era stata difatti recentemente definita in termini naturalistici da Kinji Imanishi come “una forma di trasmissione del comportamento che non poggia su basi genetiche“, e per un etologo giapponese quale Kawai, l’autore dello studio, non doveva quindi sembrare troppo scandaloso intitolare il proprio articolo “Newly acquired pre-cultural behaviour of the natural troop of japanese monkeys on Koshima islet”. Senza contare che già Kawamura aveva notato come le differenze tra gruppi di macachi potessero essere fatte risalire a differenze “sottoculturali”.

Questa minima forma di cautela non era decisamente abbastanza per gli standard occidentali, tanto che questi risultati sarebbero rimasti discussi per decenni. La critica principale mossa all’interpretazione di questi dati è stata che, come ha fatto notare Galef in un articolo del 1990, non si può provare che il comportamento in questione non sia stato semplicemente imparato autonomamente da ogni scimmia, considerando inoltre che pare, o così sosteneva Galef, che Satsue Mito distribuisse le patate solo alle scimmie che avevano dimostrato di saperle lavare. La prima osservazione da fare è che quest’ultima diceria è probabilmente solo questo: una diceria, e l’unica fonte che ho trovato in proposito la classifica come un’osservazione fatta nel 1975 da un visitatore occasionale. Inoltre, se anche la Mito avesse dato le patate solo alle scimmie che le lavavano questo sarebbe stato controproducente per il diffondersi di questa tecnica poichè tra i macachi (e buona parte delle scimmie, tralaltro) i primi individui ad approfittare di una fonte di cibo devono sempre essere i maschi dominanti, e la pena per dei subordinati (come Imo, giovane e femmina, e i suoi compagni di gioco che per primi acquisirono la tecnica dopo di lei) che fossero stati visti mangiare delle patate prima dei dominanti sarebbe stata molto severa. Un ulteriore considerazione, che è poi una prova abbastanza sicura del collegamento tra apprendimento sociale e diffusione del comportamento di lavaggio delle patate, è legata all’ordine in cui è avvenuto il diffondersi della tecnica: come già ricordato, i primi a impararla furono i membri del gruppo che passavano più tempo con Imo e in seguito furono sempre i macachi più “vicini” alla giovane scopritrice ad acquisirla per primi; gli unici che non furono mai visti lavare le patate, inoltre, furono i maschi anziani che oltre ad avere uno stile di vita meno a contatto con gli altri macachi sono mediamente meno disposti ad accogliere innovazioni.

Ma si tratta di cultura? se è vero che i tre anni che la tecnica richiese per diffondersi in tutto il gruppo potrebbero anche essere un tempo ragionevolmente breve per una specie non dotata di linguaggio (e per quanto riguarda quella che più è un’abitudine che una tecnica dalla quale dipenda la sopravvivenza), è vero anche che in molti si aspetterebbero un processo più rapido da un fenomeno di trasmissione culturale. Inoltre, quello che non è mai stato dimostrato e forse non è nemmeno probabile che sia avvenuto è che ogni macaco abbia imparato a lavare le patate osservando e imitando gli altri membri del gruppo. L’imitazione è sicuramente la maniera più veloce ed efficace, ma non l’unica che permetta il diffondersi di un comportamento. Non voglio dilungarmi troppo su un tema che rischia peraltro di diventare un po’ troppo tecnico per un blog (e forse anche per lo scrittore del blog, che tecnico non è) quindi vado subito al dunque: in questa vicenda ha probabilmente agito un meccanismo chiamato rinforzo locale. Esperimenti di laboratorio successivi hanno infatti dimostrato che i macachi (e tutte le scimmie non antropomorfe con loro) non sono in grado di compiere imitazioni vere e proprie, tuttavia la semplice vicinanza a qualcuno che sia in grado di compiere una determinata azione complessa “favorisce” per così dire una nuova scoperta indipendente; in altri termini, essere vicino a Imo che lava le patate fa si che il compagno di giochi di Imo si interessi alle patate, abbia occasione di assaggiarne dei pezzi ripuliti, si trovi ad avere patate e acqua nello stesso luogo e via dicendo.

Se torniamo per un attimo alla definizione di Imanishi, “una forma di trasmissione del comportamento che non poggia su basi genetiche“, ci rendiamo conto che tra i macachi di Koshima c’è stata, e continua tutt’oggi nonostante il passare dei decenni e il succedersi delle generazioni, una trasmissione culturale, e per inciso molte altre innovazioni (delle quali molte partite da Imo, da cui il titolo) hanno seguito questa strada. La bontà della definizione di Imanishi, che ha il pregio di essere anche molto semplice e intuitiva, è che coglie esattamente il punto della questione. Nella storia del pianeta c’è stato un momento in cui in alcune specie il cervello ha cominciato a superare il genoma come numero di informazioni immagazzinabili, a prenderne parzialmente il posto per quanto riguardava l’indicare la strada da seguire e le decisioni da compiere. Con lo svilupparsi della comunicazione tra individui inoltre, chi condivideva un problema cominciava a condividere anche la soluzione, a prescindere da come facesse e da allora che si può cominciare a parlare di cultura, se si vuole dare un senso naturalistico a questo termine. Ecco perchè la definizione di Imanishi regge ancora oggi, perchè descrive la forma più semplice in cui il nuovo modo di organizzare la sopravvivenza, ovvero trasmettere informazioni utili all’interno di un gruppo, è comparsa sul campo da gioco dell’evoluzione; solo in questo senso la cultura può essere studiata dagli studiosi dell’evoluzione, e proprio in quest’ottica ha senso parlare di cultura per le scimmie di Koshima.

Riferimenti:

Gli articoli e i libri originali sono ovviamente introvabili o in giapponese, ma la vicenda è talmente famosa che si trova narrata in un sacco di libri. Personalmente consiglio vivamente “La scimmia e l’Arte del sushi” di Frans deWaal, che è anche un ottimo libro sulla questione “cultura, tecnologia&scimmie”.

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http://scienzology.blogspot.com/2009/06/le-mirabolanti-invenzioni-di-imo-da.html

Dipinti a quattro mani

Appendereste un Congo alla vostra parete?

A volte capita che gli aneddoti più interessanti siano anche i più curiosi e viceversa, e così è sicuramente per le strane vicende che riguardano la produzione artistica delle scimmie. Dico strane non perchè siano da prendere poco sul serio, ma perchè sono tra quelle più difficili da leggere senza un senso di straniamento e un velo di diffidenza: in fondo non è l’Arte quello che più di ogni altra cosa ci “eleva” al di sopra degli altri animali?. Per quanto ne sappiamo nessun animale ha mai prodotto nulla di artistico in condizioni naturali, ma sulle loro potenzialità (perlomeno per quanto riguarda le antropomorfe) c’è tanto da dire che in questo campo le burle tirate ai critici d’Arte si sono spesso alternate agli esperimenti più seri senza che vi fosse realmente una differenza queste due maniere di affrontare la questione.
Negli anni ’70 era in corso un importante progetto di ricerca (a cui prima o poi dedicherò una serie di post) presso l’università dell’Oklahoma; diretto da Roger Fouts, lo studio portava avanti l’insegnamento a Washoe e ad altri scimpanzé, alcuni dei quali “proprietà” (anche se non mi piace usare questa parola nemmeno per i gatti, figurarsi per gli scimpanzé) di privati, del linguaggio dei segni, quello utilizzato dai sordomuti per intenderci. Se la cosa vi sorprende dovrete pazientare (o comprarvi “La scuola delle scimmie”/”Next of Kin” di Fouts), per oggi basti sapere che questi scimpanzé impararono numerose parole e qualche basilare regola grammaticale. Cosa più interessante, uno di loro di nome Ally si dimostrò particolarmente dotato per le arti visive, tanto che uno degli studenti (specializzato per qualche motivo che ignoro anche in Storia dell’Arte) lo notò e decise di farlo valutare. Portò quindi i quadri a un critico d’arte dicendo che li aveva eseguiti un suo giovane amico pittore (cosa peraltro vera) e questi reagì addirittura con entusiasmo: “Sapevo che lo stile di Pollock stava tornando in voga!” esclamò felice.
Raccontare questa storiella è una maniera per sottolineare la bravura di Ally o per denigrare l’arte contemporanea? Vediamo prima in cosa consista l’arte primate. Il primo studio in assoluto sull’argomento si deve a Nadie Ladygina-Kohts, una ricercatrice russa che studiò la percezione di forma e colore nel suo scimpanzé Yoni facendolo, tra le altre cose, disegnare con una matita su un foglio di carta. Negli anni quaranta fu il turno di Paul Schiller, pioniere di un esperimento che ebbe poi un grande successo: questi dava al suo scimpanzé, Alpha, dei fogli di carta dove erano già presenti dei simboli disegnati (oltre ovviamente agli strumenti per disegnare), con l’intento di vedere come si sarebbe comportato. Alpha dimostrò, in tutte le occasioni, di non gettare del colore a caso sul foglio, ma di scegliere attentamente i tratti in maniera da incorporare nel proprio disegno i simboli già presenti sul foglio. Inoltre sembrava che badasse particolarmente all’equilibrio dell’insieme, se ad esempio tre angoli di un foglio presentavano uno scarabocchio invariabilmente ne aggiungeva uno sull’ultimo angolo ancora bianco. L’argomento cominciò infine a uscire dagli esperimenti e a colpire l’immaginario collettivo nei tardi anni cinquanta, quando l’etologo e pittore surrealista Desmond Morris e lo scimpanzé Congo dimostrarono al mondo di cosa era capace un pittore scimpanzé, ottenendo addirittura un’esposizione delle opere del giovane quadrumane al quale venne riconosciuto uno stile fresco ed energico, e nei dipinti del quale venivano facilmente trovate simmetrie, variazioni ritmiche e attraenti contrasti di colore.
Torniamo ora alla domanda di prima, tutto questo serve forse a denigrare l’arte contemporanea? Significa forse che da Pollock e simili in poi basta lanciare della vernice su una tela per essere un artista? Ovviamente no (anche perchè sennò il mio professore di Estetica verrebbe a prendermi a casa brandendo una copia di “Zeit-Bilder”), soprattutto perché né questi grandi artisti umani nè il loro colleghi scimmia si limitano a lanciare vernice su una tela (con buona pace di tanti detrattori di entrambi).
Viene comodo, a proposito, l’ennesimo aneddoto: nel 1979 un pittore belga, Arnulf Rainer, si convinse che poteva disegnare come uno scimpanzé cercando di “imitarne i comportamenti”, e decise quindi di mettersi a dipingere accanto a uno di loro. Mentre lo scimpanzé aveva cominciato a dipingere pacificamente, però, il pittore cominciò a comportarsi come credeva che una scimmia si sarebbe comportata in un’occasione del genere, facendo cose come colpire con forza la carta, sputare, brandire nervosamente il pennello. Il risultato fu che lo scimpanzé, disturbato dall’agitazione dell’altro, smise di dipingere e si mise a saltare e a rincorrere l’altro per la stanza, e nessuno dei due dipinse qualcosa di apprezzabile durante quella seduta. Questo ci dice soprattutto qualcosa su quanti danni possa fare un pregiudizio, certo, ma ci fa intuire anche quanto dipingere sia per uno scimpanzé (e per le scimmie antropomorfe in generale) una cosa seria, nè Rainer è certo il primo ad aver fatto indispettire uno di questi strani pittori quadrumani, che in ogni occasione in cui capita loro di dipingere lasciano il pennello solo quando hanno deciso che il dipinto è completato, a volte rifiutando persino di mangiare per non interrompere l’attività. Il filosofo Thierry Lenain, che riporta anche l’aneddoto su Rainer, esaminò inoltre simultaneamente quindici opere prodotte in contemporanea da scimmie e umani, e non ebbe alcuna difficoltà nel riconoscere chi avesse dipinto quali dato che “le composizioni degli scimpanzé sono dirette e chiare. Le imitazioni, invece, sono reti di linee confuse e ingrovigliate, completamente illegibili, quasi fino all’isteria”.
Un altro aspetto interessante è che ogni scimpanzé ha un suo stile ben riconoscibile e delle preferenze ben marcate, sia per quanto riguarda colori e tecnica espressiva sia per quanto riguarda i soggetti dipinti; anche se è praticamente impossibile riconoscere i soggetti (io ci sono riuscito solo con dei dipinti del gorilla Michael, ma devo ammettere che sospetto un poco della loro totale autenticità per questioni che non racconterò qui e ora), scimpanzé e gorilla che abbiano imparato un qualche linguaggio possono dare un titolo ai quadri e si può così venire a sapere cosa preferiscono dipingere. C’è da dire che alcuni rimangono scettici sulla possibilità che questi quadri ritraggano davvero qualche oggetto reale, proprio per via dell’irriconoscibilità di questi soggetti, perciò anche se non mi sembra improbabile che abbiano bene in mente cosa disegnare prendete questa possibilità col beneficio del dubbio (senza esagerare).
Ma torniamo a una domanda più essenziale, è arte? Schiere di critici sostengono di sì, ed è sicuramente dimostrato che non si tratta di un semplice gioco fatto con tempere e pennelli ma di una vera e propria espressione volontaria, dato che queste scimmie sono ben consapevoli di cosa vogliono realizzare, anche se non siamo sicuri che vogliano riprodurre degli oggetti (può sembrare contorto, ma se ci pensate anche i piccoli della nostra specie fino a una certa età si limitano a disegnare figure astratte). Inoltre decidono autonomamente quando un’opera è completata, e molti di questi quadri colpiscono davvero per la forza espressiva e per la scelta e l’abbinamento dei colori. Certamente l’arte espressa da questi animali ha tanti punti di distacco con la nostra quanti sono i punti di contatto, quello che però non si può fare è negarle uno status che le è proprio, o mettersi sputazzare tempera su una tela e convincersi di star dipingendo come uno scimpanzé.

Un ultima chicca, l’immagine in cima al pezzo (e della quale mi scuso di non detenere gli eventuali diritti d’autore, sperando che chi di dovere capisca che lo faccio per un bene più grande) è un dipinto fatto da un bonobo speciale, quel Kanzi di cui ho parlato nello scorso pezzo; riuscite a indovinare qual è il soggetto del quadro? Come ricorderete Kanzi comunica attraverso i lessigrammi e in questa maniera ha titolato le sue opere, quando vorrete conoscere la soluzione cliccate col tasto destro sull’immagine, aprite le proprietà e date un’occhiata all’URL, in fondo c’è il titolo tradotto in italiano (io non ce l’ho fatta, per inciso).

p.s. personalmente trovo che i dipinti delle antropomorfe sia molto più interessanti dell’arte umana, e spesso più belli, se volete farmi un regalo consideratelo il primo punto della mia wishlist

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Kanzi nell’età della pietra

Olduvaiani di ieri e di oggi

Due milioni di anni fa sulla sponda di un fiume della Tanzania qualcuno scheggiava la pietra in maniera tanto abile da guadagnarsi il nome per questo, ma era un uomo o una scimmia? La domanda sembra mal posta dato che gli artigiani di Olduvai erano ovviamente uomini (o meglio, appartenevano al genere Homo), e invece nasconde un interrogativo cruciale: Homo habilis era, cognitivamente, solo uno scimpanzé bipede dotato di cervello un po’ più grande dei suoi antenati? Oppure quelle pietre lavorate ci raccontano di un salto compiuto da questa specie in un punto imprecisato del processo evolutivo che lo portò a percuotere dei sassi in Africa Orientale? La domanda è cruciale anche per quanto riguarda l’altro lato della barricata, perché è proprio nei pressi del supposto confine che dovremmo aspettarci di trovare le traccie del presunto salto, dove e se le scimmie diventarono d’un tratto uomini.

Nel 1990 una conferenza portoghese portò con sé l’occasione propizia per uno studio sperimentale: in quell’occasione si incontrarono da un lato Nicholas Toth e Kathy Schick, due esperti archeologi sperimentali che avevano recentemente studiato e riprodotto la cultura olduvaiana (scoprendo, ad esempio, che il prodotto di quella manifattura erano le schegge taglienti e non i nuclei residui), e dall’altra Sue Savage Rumbaugh, che lavorava da anni con un gruppo di scimpanzé e bonobo insegnando loro un particolare tipo di linguaggio espresso tramite lessicogrammi, simboli da indicare su una lavagnetta o su una tastiera speciale. Quest’ultima si mostrò subito interessata della ricerca proposta dai due archeologi, e scelse per l’esperimento il suo bonobo più intelligente: Kanzi. Questi, all’epoca già famoso per i risultati ottenuti con lui nei test sul linguaggio appreso, aveva dimostrato in più di un’occasione una notevole intelligenza e capacità di apprendimento (tanto che aveva imparato il linguaggio dei lessicogrammi senza lezioni, semplicemente osservando quelle che venivano impartite alla madre quando era ancora un cucciolo attaccato al suo grembo), e avendo solo 9 anni era ancora nel pieno dell’adolescenza, un’età in cui queste scimmie sono particolarmente ricettive e smaniose di imparare nuove cose.

Un esperimento del genere era stato tentato in precedenza nel 1972 da Richard Wright con un orango di nome Abang, al quale era stato insegnato come ricavare delle schegge taglienti da un nucleo pre-lavorato; l’esperimento era sicuramente interessante, ma per molti versi non accurato come quello a cui Kanzi si apprestava a partecipare. Creare e modificare strumenti come fece Abang è sicuramente un’abilità eccezionale che per quanto già nota da decenni (in cattività, presso gli oranghi allo stato naturale solo da qualche anno) non manca mai di stupire quando viene confermata in una nuova maniera, ma non quanto quello che l'”Einstein delle scimmie”, come a volte viene soprannominato, stava per far vedere.

Il primo passo dell’esperimento fu quello di far comprendere a Kanzi l’utilità e le caratteristiche richieste in una scheggia tagliente, fornendogliene alcune e invitandolo a usarle per ottenere una ricompensa contenuta in una scatola trasparente chiusa con una corta di nylon. Inoltre al bonobo veniva mostrato come queste schegge potevano essere prodotte, ovvero percuotendo due pietre l’una contro l’altra. Non fu fatto nessun tentativo diretto per incentivare Kanzi a produrre delle scheggie, ma in breve tempo questi divenne un vero esperto e già agli inizi della sperimentazione faceva ogni tanto qualche tentativo di creare qualche scheggia da solo piuttosto che usare quelle presenti sul terreno. È bene rimarcare che anche quando cominciò a essergli richiesto di creare le scheggie da solo non fu mai utilizzata la tecnica del condizionamento operante (che consiste nel premiare l’azione corretta quando si presenta “casualmente”), fu lui stesso ad inventare infatti un suo stile personale nel creare schegge, che consisteva nello scagliare la pietra contro il duro pavimento del laboratorio.

Per quanto producesse schegge funzionali, questa tecnica era però ancora lontana da quella che si presupponeva fosse stata in uso tra i primi ominidi e perciò gli esperimenti furono continuati all’esterno del centro di ricerca, dove il terreno non permetteva di usare questo “trucco”. Il risultato fu notevole: Kanzi, che fino ad allora non aveva ottenuto molti risultati nel percuotere le pietre tenendole in mano anche perché non ci metteva abbastanza forza, comprese che la chiave era la maggiore potenza sprigionata dal lancio, e traslando questa scoperta alla tecnica che prima non riusciva a sfruttare cominciò a creare le sue prime schegge ottenute percuotendo una pietra tenuta in mano. V’è da dire che anche dopo questa scoperta preferì continuare a scagliare una pietra contro un’altra posta per terra a un metro di distanza (mostrando peraltro un’ottima mira) piuttosto che tenerle in mano, tuttavia gli artefatti di Kanzi poterono cominciare a essere comparati a quelli olduvaiani.

Esperimenti successivi hanno impegnato il bonobo a ricavare schegge sempre dallo stesso nucleo, e a imparare con successo a scheggiare i nuclei in prossimità degli angoli per ottenere più facilmente delle schegge. Durante i primi 3 anni dell’esperimento Kanzi ha dimostrato di comprendere l’utilità di queste schegge e la maniera in cui ottenerle, oltre che di saper scegliere le schegge più efficienti per tagliare la corda e ottenere la ricompensa. Ha inoltre inventato una tecnica adatta alle proprie capacità, dato che sembra avere qualche problema nel controllare alla perfezione la tecnica che vuole le pietre tenute in mano durante la percussione, e ‘ha saputa modificare quando l’elemento basilare, il pavimento duro, è venuto a mancare.

Ovviamente tra le capacità di Kanzi e quelle dei primi ominidi sussistono notevoli differenze, ad esempio questi avevano intuito come angoli di percussione più acuti permettessero di ottenere più facilmente delle schegge mentre Kanzi ha sempre utilizzato un angolo vicino agli 89.7 gradi che è l’angolo massimo col quale si possono scheggiare i materiali utilizzati nell’esperimento, ma l’opinione a uscire confermata da questo studio sembra essere più o meno quella espressa da Wynn qualche anno prima, ovvero che i costruttori di strumenti olduvaiani esibivano, nel fare ciò, capacità sostanzialmente simili a quelle di uno scimpanzé odierno. Questo non significa che, come lui stesso proseguiva, più in alto delle antropomorfe attuali non si spingessero proprio anche per quanto riguarda le abilità cognitive in generale (per quanto l’attribuzione di habilis al genere Homo abbia una storia interessante che un giorno racconterò), ma ci aiuta a conoscere un po’ meglio sia i nostri antenati che i nostri parenti prossimi ancora in vita.

Riferimenti:

Kathy Schick, Nicholas Toth “Making Silent Stone Speak

Kathy D. Schick, Nicholas Toth, Gary Garufi “Continuing Investigations into the Stone Tool-making and Tool-using Capabilities of a Bonobo (Pan paniscus)”, Journal of Archaeological Science, 1999, n.26

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Grosso guaio al Delta Primate Center

Chi fa in tre fa meglio che da sé (e via dicendo)

Delle tante questioni che si sono aperte e parzialmente chiuse nel secolo scorso riguardo ai primati non umani, una delle più interessanti e turbolente è sicuramente la lunga e ancora in parte combattuta diatriba che riguarda una sola parola: cultura. Fino a che punto si può considerare culturale il comportamento delle scimmie, antropomorfe o meno? che significato assume il termine “cultura” qualora lo si allarghi oltre i confini della nostra specie? Numerose osservazioni occasionali come anche studi svolti in maniera più sistematica hanno messo in luce i diversi meccanismi attraverso i quali svariate specie di scimmie (e non solo loro) insegnano e tramandano comportamenti e informazioni, e in molti hanno via via accettato di usare per questi la parola dello scandalo, non senza che il significato del termine venisse ritoccato e precisato. Un aneddoto interessante a riguardo ci arriva dalla Lousiana degli anni 70.

Prima che la colonia di scimpanzé ospitata al Delta Primate Center venisse trasferita su un’isola, il territorio di questi animali era delimitato da un recinto molto alto e all’interno era presente una cabina di osservazione sopraelevata, irraggiungibile da queste scimmie, un gruppo di scimpanzé maschi adulti è decisamente pericoloso, se non per i ricercatori quantomeno per gli arredi. Irraggiungibile, dicevo, perlomeno fino alla fatale notte in cui Rock, uno scimpanzé che nei cinque anni precedenti aveva usato spesso arrampicarsi su pali tenuti in equilibrio, riuscì a far entrare tutto il gruppo con uno stratagemma. L’invenzione non fu osservata direttamente, ma nei giorni precedenti questo scimpanzé fu notato spesso provare a raggiungere la cabina mettendo in equilibrio dei lunghi pali e puntando poi i piedi contro la parete, questo appoggio era però troppo precario per permettergli di attaccare il vetro e nessuno si preoccupò troppo della cosa finché una mattina i ricercatori non trovarono la cabina invasa dagli scimpanzé.

Quello che probabilmente accadde la notte precedente fu che Rock, giocando con un palo nelle vicinanze della cabina, avesse perso l’equilibrio così che il palo, sfuggitogli di mano, andasse ad appoggiarsi alla parete della stessa diventando di fatto una scala di fortuna: nonostante non avessero mai utilizzato delle scale a pioli (non era così scontato che ci riuscissero, per quanto poco intuitivo possa sembrare) gli scimpanzé impararono tutti quanti come raggiungere la cabina nel corsa della notte stessa per dare poi sfogo alla loro energia distruttiva. Fin qui non ci sarebbe ancora nulla di straordinario, se non che successivamente il gruppo si spinse oltre fino a mettere in seria difficoltà i gestori della colonia.

Quando trovarono la cabina abbandonata e sigillata, precauzione fattasi indispensabile per i ricercatori che nel frattempo si spostarono altrove per compiere le loro osservazioni, gli scimpanzé rivolsero la loro attenzione agli alberi circostanti. Questi erano dotati di un sistema di passerelle posto circa a due metri d’altezza dal suolo, che permetteva agli scimpanzé di giocare e di spostarsi senza scendere a terra, ed erano circondati all’altezza di cinque metri da un filo spinato percorso da una debole corrente elettrica per preservare le chiome degli alberi che servivano ad ombreggiare e riparare il gruppo. Entro un mese dalla notte in cui riuscì ad entrare nella cabina, Rock cominciò a portare i pali sulla passerella nel difficile intento di riuscire a salire sulla sommità degli alberi. Gli ci vollero molti tentativi per riuscire a raggiungere il suo scopo, dovendo sistemare il palo su una passerella molto stretta, e i suoi compagni ci misero ancora di più a imparare la giusta tecnica osservandolo, ma nel giro di quattro mesi sei dei sette membri del gruppo riuscirono nell’intento e raggiunsero le chiome degli alberi che in poco tempo divennero spogli e vennero quindi abbattuti (anche perché durante una di queste escursioni lo stesso Rock si ferì precipitando da un ramo secco). L’occasione fortuita di registrare un caso di diffusione di un comportamento non era stata però lasciata cadere nel vuoto, e dalla mattina fatidica in cui gli scimpanzé furono trovati nella cabina d’osservazione il loro comportamento era stato crupolosamente annotato: proprio per questo si può essere ragionevolmente sicuri che il comportamento fu in qualche misura appreso e non inventato individualmente da ognuno di loro, difatti a imparare la nuova tecnica furono dapprima gli scimpanzé che passavano un maggior ammontare di tempo con Rock, poi quelli via via più familiari fino a quelli che avevano avuto meno occasioni di osservarlo in azione.

La vicenda, che aveva già rivelato una notevole capacità di trasmissione tra gli scimpanzé, non terminò però qui: abbattuti gli alberi rimasero comunque dei lunghi rami e questa volta Rock e compagni riuscirono addirittura a fuggire dal recinto, né questo tentativo rimase un caso isolato dato che nei mesi successivi essi sperimentarono via via nuovi materiali man mano che i vecchi venivano confiscati: dapprima i ceppi degli alberi e i montanti delle passerelle (che peraltro richiedevano entrambi di essere sradicati dal terreno) e infine anche alcuni bastoni più corti utilizzati come pioli.

Trovata per caso una soluzione a un problema, questo gruppo di scimpanzé ha fatto quello che per lungo tempo è stata considerata una prerogativa umana: metterla in comune. Non solo, questi animali sono stati anche in grado di applicare uno schema comportamentale a oggetti e situazioni diverse, mostrando ulteriori capacità cognitive raffinate (anche se meno controverse della questione culturale). Questo è solo un aneddoto, ma racconta molto di una specie che non a caso è stata tra le più studiate del secolo scorso.

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