Tag: Economia

Da 5 a 3 milioni di dipendenti pubblici

Mi piacciono le soluzioni creative. Ecco perché riporto le parole di Fabio Franceschini, titolare di  Grafica Veneta, su cui è incentrato un recente articolo di Linkiesta. Neanche il settore statale può salvarsi se non innova il suo business model, secondo me.

«Abbiamo quasi 5 milioni di dipendenti pubblici, dobbiamo ridurli di almeno 2 milioni. La soluzione ideale contempla un percorso d’esodo che prevede l’assunzione di dipendenti pubblici alle aziende private, pagati dallo Stato per i primi tre anni, e poi assunti a tempo indeterminato dagli imprenditori, con i contributi pagati ancora dallo Stato per i due anni rimanenti». «In questo modo», prosegue Franceschi, «si trasformano i dipendenti da un centro di costo a uno di ricavo». In questo modo lo Stato riduce i costi del 30%, e guadagnerà dalle maggiori entrate sull’incremento del fatturato che i nuovi dipendenti svilupperanno. Difficile dire se l’ipotesi, il cui padre sembra sia l’attuale assessore regionale all’Agricoltura, Franco Manzato (Lega) possa funzionare in tempi di crisi. Franceschi è però ottimista: «Gli ex dipendenti pubblici che ho assunto sono i migliori dell’azienda, non è colpa loro se la Pa non funziona. Come dice il proverbio, il pesce puzza dalla testa. Bisogna partire dalla politica». La campagna elettorale è già cominciata.

Il resto su Linkiesta.

Evidentemente non sei capace

«Evidentemente se c’è un interesse da parte di un soggetto [l’egiziana Sawiris, ndb] per Telecom Italia vuol dire che dentro l’azienda c’è un importante valore. Fa piacere che questo interesse ci sia». Lo ha affermato Franco Bernabè, presidente di Telecom Italia, commentando l’interesse manifestato dal patron di Orascom Sawiris. – da ilSole24Ore.com

Senza entrare nel merito delle competenze di Bernabè, ma un’uscita del genere mi farebbe prudere le mani se fossi un azionista di Telecom Italia. Si potrebbe replicare che «Evidentemente se il titolo corre in borsa, significa che fino adesso quel valore, che a quanto pare c’è, è stato abilmente tenuto nascosto e non fatto fruttare in tutti questi anni. Com’è che in due anni il titolo in borsa ha perso più del 30%? Dov’è tutto questo valore? Ammesso che sia concesso a Sawiris di comprare tutte quelle azioni, la prima azione da fare sarebbe licenziare l’intera dirigenza di Telecom Italia.

Di sotto l’andamento delle azioni ordinarie negli ultimi 2 anni recuperato oggi dal sito de ilSole24Ore. Dal novembre 2007 (ritorno di Bernabè a Telecom) il titolo ha perso il 68%.

Start-up, non-profit e for-profit

Annotazione a margine di una lezione di “Business Plan writing for Social Enterprises”.

Di fronte ai tentativi di riformulazione di alcune norme relative alle imprese sociali in Danimarca in certi casi aziende tradizionali for-profit lamentano la concorrenza delle non-profit quando queste producono beni competitivi sul mercato. Ed effettivamente la domanda si pone: perché dovrei trattare diversamente alcune aziende rispetto ad altre quando dimostrano di avere lo stesso potenziale e competono per le stesse risorse?

Spesso l’unica differenza tra una non-profit e una for-profit è proprio il fatto che l’una reinveste i profitti nell’azienda. Laddove però un’azienda non fa profitti o decide di reinvestirli, contribuendo alla fornitura di servizi al pubblico, occupando dei dipendenti, assicurando loro pensione e benefit, e così via, perché dovrebbe sottostare a regole diverse rispetto alle sue simili che sin dall’inizio dicono che faranno le stesse cose che sta facendo lei? E al contrario, un’impresa sociale che dimostra di essere finanziariamente autonoma, perché dovrebbe ottenere finanziamenti ulteriori per fare quello che farebbe in ogni caso?

Perché non possiamo considerare tutte le piccole start-up e le aziende in difficoltà come non-profit (quando effettivamente non fanno profitti), così come perché non dovremmo considerare non-profit come normali aziende quando queste competono nel mercato con quelle tradizionali?

Chi ha più bisogno di finanziamenti/esenzioni? Una cooperativa che impiega persone autistiche che produce un prodotto di punto di grande successo commerciale ormai affermata e che dimostra di essere pienamente autonoma sul piano economico o una piccola start-up in difficoltà che un domani potrebbe diventare un’impresa di successo ma che al momento naviga in acque difficili?

La mia idea al momento è che le esenzioni e i finanziamenti tengano prima di tutto conto delle dimensioni in termini di dipendenti e di fatturato delle organizzazioni, indipendentemente dal fatto che si tratti di una for- o non-profit. Poi ovvio che le non-profit possano godere di criteri leggermente adattati.

Latte di mucca crudo, gettato alle capre…

L’altra sera, rientrando dalla città, pregustavo il passaggio alla fantastica macchinetta del latte crudo, ben piazzata in mezzo ad un parcheggio nel mio paese. Ci si può fermare facilmente e acquistare il latte più buono, più sano e meno caro che ci sia. Io e le mie bambine non riusciamo nemmeno ad arrivare a casa: […]

Kuh For You, in vacanza con la vostra vacca

Tempo fa, quando ero nel processo di disintossicazione da Farmville, avevo pensato che sarebbe stato interessante avviare un’attività simile a Farmville nella realtà, in cui da internet gli iscritti potevano gestire una fattoria (o parte di essa) in maniera simile al gioco ma per davvero, con una vera fattoria da qualche parte del mondo, dove le decisioni dei “giocatori” venivano trasformate in realtà da qualche contadino sul posto, con la possibilità alla fine di vedersi recapitati a casa i frutti del proprio lavoro (ortaggi e frutta) e di visitare in prima persona quello che normalmente si può vedere solo via webcam, ovvero il proprio appezzamento di terra.

Di fronte alle enormi difficoltà per realizzare un’idea del genere, ho pensato che l’idea non valesse un granché, finché non mi sono imbattuto in Kuh For You (Mucca per te. “Kuh”, in tedesco “mucca”, si legge all’incirca “cuu“). L’idea di base è simile, ma molto più semplice e fattibile: anziché nel settore agroalimentare siamo nel settore zootecnico e anziché una diretta interazione tra utente e contadino c’è soltanto un'”adozione a distanza”, senza potere decisionale. Il vantaggio è lampante: il contadino continua a fare quello che ha fatto senza incompetenti che interferiscono con il suo lavoro e l’iscritto ha comunque l’impressione di essere un po’ contadino, come in tanti si sognano.

Come funziona Kuh For You?
La famiglia Erath, che gestisce il Kräuterbauernhof (nome della fattoria, che significa “Fattoria delle Erbe”) nella regione austriaca confinante con la Svizzera, ha 15 vacche. Sul loro sito c’è il catalogo (potete aiutarvi con Google Translate per conoscerle meglio grazie alla descrizione della personalità di ciascuna mucca).
Chi è interessato è invitato ad affittare per sé, o per un amico in regalo, una mucca per due mesi al prezzo di 29€ a settimana. In cambio, oltre al vanto di avere una vostra mucca che potrete mostrare ai vostri amici con una foto che terrete nel portafogli con l’orgoglio di un neo-padre, otterrete:

  • 8kg di formaggio di prima categoria prodotto con il latte della vostra vacca (invio a casa incluso),
  • l’accesso alla live webcam nella stalla per seguire a mo’ di grande fratello la vostra beniamina,
  • una visita in stalla per conoscere la vostra vacca (con possibilità di bere il latte fresco della vostra mucca),
  • la possibilità di mungerla,
  • e infine una fotografia della vostra vacca incorniciata.
C’è anche il pacchetto “Kuh-for-you Sommerspecial” al prezzo di 424€ della durata di un mese che, in aggiunta a tutto quello indicato sopra, include anche una vacanza di una settimana per due persone presso l’agriturismo della famiglia Erath più qualche altro benefit esclusivo, come assistere alla produzione del latte.
Ovviamente alla fattoria sono poi offerti servizi aggiuntivi come gita in carrozza trainata da cavalli, corso di erboristeria nel giardino delle spezie della casa ecc.
Se dunque può interessarvi, secondo il motto della fattoria, “una vacanza presso la vostra vacca”, sapete dove cercare.
Se volete un consiglio, io sceglierei Karin, che è la detentrice del record per essere la più ingorda mangiona tra le sue colleghe (vince nella competizione “crono-mangiare”). Altrimenti ci sarebbe Bibi che dalla descrizione è proprio un turbine indisciplinato che gode nel fare casino nella mandria correndo di tanto in tanto da un capo all’altro del recinto.
PS: A fare pubblicità alla fattoria non ci guadagno niente. Neanche sanno di questo post i proprietari. Il fatto è che trovo che come business model per una fattoria questo non sia affatto male. La scarsa competizione, essendo molto innovativo, permette ancora prezzi abbastanza elevati. È interessante però l’idea che tramite webcam e visita sul posto il consumatore diventa il primo e migliore controllore per la qualità del suo cibo. A parte la creazione del sito e qualche altro accorgimento tecnico, al contadino non costa nulla di più, visto che la mucca resta sua e il latte comunque lo venderebbe (probabilmente a prezzi più bassi) altrove. Il modello è applicabile ovunque, anche in Italia, a patto che le vostre vacche siano in un posto gradevole per i clienti (difficilmente un allevamento accanto all’autostrada nel piattume padano attira turisti).

Kuh For You, in vacanza con la vostra vacca

Tempo fa, quando ero nel processo di disintossicazione da Farmville, avevo pensato che sarebbe stato interessante avviare un’attività simile a Farmville nella realtà, in cui da internet gli iscritti potevano gestire una fattoria (o parte di essa) in maniera simile al gioco ma per davvero, con una vera fattoria da qualche parte del mondo, dove le decisioni dei “giocatori” venivano trasformate in realtà da qualche contadino sul posto, con la possibilità alla fine di vedersi recapitati a casa i frutti del proprio lavoro (ortaggi e frutta) e di visitare in prima persona quello che normalmente si può vedere solo via webcam, ovvero il proprio appezzamento di terra.

Di fronte alle enormi difficoltà per realizzare un’idea del genere, ho pensato che l’idea non valesse un granché, finché non mi sono imbattuto in Kuh For You (Mucca per te. “Kuh”, in tedesco “mucca”, si legge all’incirca “cuu“). L’idea di base è simile, ma molto più semplice e fattibile: anziché nel settore agroalimentare siamo nel settore zootecnico e anziché una diretta interazione tra utente e contadino c’è soltanto un'”adozione a distanza”, senza potere decisionale. Il vantaggio è lampante: il contadino continua a fare quello che ha fatto senza incompetenti che interferiscono con il suo lavoro e l’iscritto ha comunque l’impressione di essere un po’ contadino, come in tanti si sognano.

Come funziona Kuh For You?
La famiglia Erath, che gestisce il Kräuterbauernhof (nome della fattoria, che significa “Fattoria delle Erbe”) nella regione austriaca confinante con la Svizzera, ha 15 vacche. Sul loro sito c’è il catalogo (potete aiutarvi con Google Translate per conoscerle meglio grazie alla descrizione della personalità di ciascuna mucca).
Chi è interessato è invitato ad affittare per sé, o per un amico in regalo, una mucca per due mesi al prezzo di 29€ a settimana. In cambio, oltre al vanto di avere una vostra mucca che potrete mostrare ai vostri amici con una foto che terrete nel portafogli con l’orgoglio di un neo-padre, otterrete:

  • 8kg di formaggio di prima categoria prodotto con il latte della vostra vacca (invio a casa incluso),
  • l’accesso alla live webcam nella stalla per seguire a mo’ di grande fratello la vostra beniamina,
  • una visita in stalla per conoscere la vostra vacca (con possibilità di bere il latte fresco della vostra mucca),
  • la possibilità di mungerla,
  • e infine una fotografia della vostra vacca incorniciata.
C’è anche il pacchetto “Kuh-for-you Sommerspecial” al prezzo di 424€ della durata di un mese che, in aggiunta a tutto quello indicato sopra, include anche una vacanza di una settimana per due persone presso l’agriturismo della famiglia Erath più qualche altro benefit esclusivo, come assistere alla produzione del latte.
Ovviamente alla fattoria sono poi offerti servizi aggiuntivi come gita in carrozza trainata da cavalli, corso di erboristeria nel giardino delle spezie della casa ecc.
Se dunque può interessarvi, secondo il motto della fattoria, “una vacanza presso la vostra vacca”, sapete dove cercare.
Se volete un consiglio, io sceglierei Karin, che è la detentrice del record per essere la più ingorda mangiona tra le sue colleghe (vince nella competizione “crono-mangiare”). Altrimenti ci sarebbe Bibi che dalla descrizione è proprio un turbine indisciplinato che gode nel fare casino nella mandria correndo di tanto in tanto da un capo all’altro del recinto.
PS: A fare pubblicità alla fattoria non ci guadagno niente. Neanche sanno di questo post i proprietari. Il fatto è che trovo che come business model per una fattoria questo non sia affatto male. La scarsa competizione, essendo molto innovativo, permette ancora prezzi abbastanza elevati. È interessante però l’idea che tramite webcam e visita sul posto il consumatore diventa il primo e migliore controllore per la qualità del suo cibo. A parte la creazione del sito e qualche altro accorgimento tecnico, al contadino non costa nulla di più, visto che la mucca resta sua e il latte comunque lo venderebbe (probabilmente a prezzi più bassi) altrove. Il modello è applicabile ovunque, anche in Italia, a patto che le vostre vacche siano in un posto gradevole per i clienti (difficilmente un allevamento accanto all’autostrada nel piattume padano attira turisti).

Diritto al lavoro o diritto al mestiere?

Riporto una breve conversazione che ho avuto con un amico su Facebook sulla questione delle parole del ministro Fornero (che condivido pienamente) sul fatto che il lavoro non è un diritto giusto per fare.

Art 4: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

Non a caso nella seconda frase si specifica cosa si intende per lavoro: un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Se il tuo “lavoro” non concorre al progresso materiale o spirituale, allora non rientra nella categoria “lavoro” inteso come nella Costituzione. Nell’articolo non sta scritto “posizione di rendita per pregresso contratto”, ma “attività che concorre al progresso economico o spirituale”.

Con questo non intendo dire che se uno perde il lavoro è perché il suo mestiere è inutile (breve parentesi per intenderci: lavoro è quello che fai, la prestazione; mestiere è quello che sei in termini professionali). Probabilmente, data la scarsità di risorse o i rischi percepiti dal datore di lavoro, l’impiego di questa persona metteva a repentaglio la sopravvivenza dell’azienda nel breve-medio periodo dati i costi relativamente alti rispetto ai benefici riportati, o per mille altri validi motivi. Se credi che sia veramente utile ma che sei incompreso dalla società mettiti in proprio come fanno altri.
Fornero ha forse usato toni molto duri. C’è chi la critica per questo e non tanto per il contenuto.
Possiamo continuare a esprimerci tutti in termini tiepidi e che stiano bene a tutti, ma in questa maniera resteremo il paese che siamo, visto che non tutti sanno leggere tra le righe del politichese o comprendono che conseguenze hanno certi slogan populistici. Sono tutti lì a riempirsi la bocca di parole che vanno bene sia a destra che a sinistra, ai ricchi e ai poveri, agli ebeti e agli arrabbiati che non fanno storcere il naso a nessuno e sono pensate appunto con questo scopo, perché un politico ha come obiettivo, a quanto pare, solo di raccogliere solamente il maggior numero possibile di voti e poco si cura del sistema nel suo insieme. Mi viene da citare De Gasperi con «un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione» e io penso che il ministro Fornero appartenga più alla seconda categoria che alla prima.

Fornero e Monti dicono le cose come stanno e di certo sentite crude per come sono suscitano antipatie, ma non per questo sono meno vere. Se il medico ti dice che se non ti curi ti resta poco da vivere non è stronzo, è sincero. Qui ci troviamo in una situazione di emergenza, e le parole dolci non aiutano. Finché continuiamo a mezze verità, ci sono persone che formano lunghi cortei semplicemente perché per un’intera vita nessuno gli ha spiegato che assunto non significa che da quel momento in poi svolgerà per grazia divina «un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.» Come si può pensare che quello che sapevi fare 30 o 40 anni fa sarebbe bastato per rimanere nella stessa posizione professionale fino ad oggi godendo della rendita garantita?

Sperare di vivere di rendite di posizione (“il lavoro adesso è mio e nessuno mi schioda per nessun motivo”) è proprio quello che io intendo leggendo l’articolo 1 della Costituzione. “Fondata sul lavoro” significa che è nella nostra prestazione che ci riconosciamo, non in quello che pretendiamo sulla base di rendite di posizione. Che tu sia figlio di nobili o il più orfano degli abbandonati, sei cittadino in quanto contribuisci all’intera società. È quello che fai che ti definisce cittadino (leggi lavoro) e non quello che sei (leggi mestiere).

Pace-carote-patate

Leggendo oggi ilSole24Ore mi è parso che così come stanno le cose oggi in Italia durino di più le relazioni lavorative che quelle matrimoniali. Mi riferisco alla condanna ai danni di Fiat del Tribunale di Roma a riassumere 145 lavoratori precedentemente licenziati, a quanto pare per il fatto che appartenevano alla Fiom. Quello che pare un trionfo del sindacato è probabilmente uno dei più eclatanti fallimenti non solo della Legge italiana, ma del sindacato stesso, che non è riuscito a costruire un ponte per l’aiuto alla crescita reciproco tra azienda e dipendente. Possibile che l’unico reimpiego che il sindacato sia riuscito a trovare per queste persone è rifficcarle con la forza nell’azienda che le ha licenziate?

Non posso dire nulla sulla sentenza, per il fatto che se questa è la legge, come tale va rispettata. Ma rispettarla non significa che alla luce di queste distorsioni non vada discussa e corretta. Prima ho fatto riferimento alla questione matrimoniale e a questa voglio tornare er spiegare perché non è ammissibile che la dinamica della riassunzione forzata passi per normale, anzi, addirittura per una conquista da celebrare.
Il rapporto di lavoro è un rapporto personale che coinvolge nella l’atto dell’assunzione le capacità e le potenzialità del singolo, ma che include pure (e -certi direbbero- soprattutto) dimensioni umane che non stanno scritte nel curriculum, ma che rientrano in una sfera di personalità, morale e valori, personalità e tanti altri fattori umani che non sono oggettivamente misurabili e che anzi, risiedono nel giudizio completamente soggettivo di chi ti assume (non sei abbastanza sorridente, mi piace come ti vesti, ecc). In maniera simile, quando cerchiamo un partner non ci basta una foto e qualche caratteristica anagrafica per decidere se si tratterà di un buon marito o una buona moglie. Ci vogliono anni per imparare a conoscere tutti quegli aspetti umani che non espliciti né misurabili e su questi si fonda la fiducia reciproca, necessaria per collaborare a progetti comuni. Alla stessa maniera in un rapporto lavorativo è importante che sia il datore di lavoro che il dipendente possano fidarsi reciprocamente (che l’uno paghi per me le tasse e mi supporti economicamente in caso di malattia, e che l’altro faccia il suo lavoro secondo le regole aziendali). Si aggiunga a questo il fattore “sociale” in cui un responsabile deve coordinare i dipendenti, motivarli (pare strano, ma certa gente va motivata per fare il proprio mestiere per il quale viene pagata), e rimuovere i possibili ostacoli alla produttività del team, come ad esempio frizioni interne nella squadra. Come potrà il datore di lavoro giustificare agli occhi degli altri dipendenti il fatto che anche costoro, licenziati perché probabilmente inadatti al mestiere che facevano in quell’azienda, hanno gli stessi diritti e le stesse paghe di coloro che hanno lavorato sufficientemente bene e tanto da essersi meritati di mantenere il posto di lavoro?
Poste queste premesse, con che logica un dipendente -reintegrato a forza contro la volontà del datore di lavoro che ha palesato nella maniera più irrevocabile di non volerlo più- fare di nuovo parte di questo “patto sociale” basato sulla fiducia e la collaborazione? Esplicitato che non ci si vuole più, come può sperare il datore di lavoro che il dipendente farà il suo lavoro? Sarebbe come costringere due persone a formare di nuovo una coppia dopo che hanno deciso di lasciarsi, solo perché uno non voleva che il rapporto finisse, sperando che questo basti a sistemare le cose. Manco all’asilo quel forzato “pace-carote-patate” convinceva i bambini a tornare amici.
Da qualsiasi punto di vista, questa decisione del Tribunale è tutto meno che in linea con i basilari concetti di meritocrazia e competitività. Un domani probabilmente dovremo pagare una tassa ulteriore perché Fiat possa impiegare tutti coloro ai quali non ha un lavoro da affidare.
I sindacati esultano per questi 145 lavoratori che hanno ritrovato un lavoro, ma dimenticano di piangere per le migliaia di persone che non verranno assunte da investitori che l’Italia sembra fare di tutto per scacciare dalla propria economia!

Competenza IMU

«Lasciare ai sindaci, a partire dal prossimo anno, la scelta di applicare l’Imu anche sulla prima casa oppure no.» – Corriere.it
A mio modestissimo parere l’IMU è la tassa che per eccellenza dovrebbe spettare al Comune. La competenza di quante case…

Salute? Stiamo Benissimo. Grazie!

Ricordo che ad uno dei tanti corsi motivazionali a cui ho partecipato, ci avevano fatto notare quanto sia poco utile e per nulla produttivo parlare della propria salute con i nostri interlocutori …. tranne che per sottolineare come sia buona.
Questo perchè di sicuro non porta alcun beneficio alla salute, ma allo stesso tempo crea imbarazzo a chi ci sta davanti e potrebbe addirittura demotivarlo.

Credo che in questo momento dobbiamo fare lo stesso per quanto riguarda la salute della nostra economia. Anche l’altra sera all’evento a cui ho partecipato il direttore generale ha sottolineato due o tre volte la situazione di crisi.
Tanto ormai ne siamo tutti consapevoli … non è il caso di sottolinearlo di continuo. Per non parlare del fatto che qualcuno potrebbe approfittarsi di questa situazione per chiedere sacrifici agli altri per arricchirsi personalmente…. ma questa è un’altra storia.