Slow Economy di Federico Rampini

Ho appena ultimato di leggere l’ultimo libro di Federico Rampini, Slow Economy, rinascere con saggezza, tutto quello che noi occidentali possiamo imparare dall’Oriente.

Il tema è appunto quello della Slow Economy, ovvero di uno sviluppo diffuso e sostenibile che sia anche però rispettoso dell’ambiente e dei tempi della natura e dell’uomo.
Nel libro si trovano storie in cui Occidente e Oriente si sono lasciati contagiare reciprocamente, nel tentativo di trasformare l’uscita dalla crisi in una rinascita.

Un libro la cui parte centrale non è a mio personale avviso molto in linea con il focus principale, però in cui si possono trovare alcune  storie emblematiche, come la lezione del Buthan che ha introdotto un misuratore di sviluppo alternativo al PIL, il FIL (Felicità Interna Lorda) oppure il significativo caso della produzione di cachmere di Biella che nessuna concorrenza cinese è riuscita ad intaccare, ecco perché da un estratto del libro:

La lezione del cashmere di Biella

L’industria del tessile-abbigliamento per molti italiani evoca una disfatta economica: l’avanzata implacabile del made in China, le delocalizzazioni, il declino di tante aziende storiche che fecero la moda italiana e oggi sono ridimensionate o scomparse, oppure sopravvivono come gusci vuoti dopo aver trasferito di fatto la produzione in Oriente. Ma c’è almeno un settore in cui nessun produttore cinese è riuscito a scalzare veramente il dominio italiano. Il cashmere di lusso continua a essere made in Italy. Anzi, made in Biella, perché i maggiori produttori si chiamano Lanificio Fratelli Cerruti, Loro Piana e Zegna, tutti nell’ area del biellese. Gli scettici potrebbero pensare che si tratti di un’ eccezione dai giorni contati.

Tanti altri in passato si sono illusi di avere un monopolio imbattibile, ma alla fine hanno dovuto cedere le armi di fronte alla concorrenza asiatica. Tanti hanno creduto che «mai e poi mai» i cinesi ce l’avrebbero fatta a raggiungerli nella qualità, nell’affidabilità, nelle rifiniture: e quelli invece ci hanno regolarmente sorpreso, hanno smentito le previsioni, hanno bruciato le tappe. Vuoi perché bravi a copiare, vuoi perché hanno comprato i nostri stessi macchinari, talvolta hanno ingaggiato i nostri tecnici, i nostri esperti, i nostri disegnatori. Insomma, se la storia degli ultimi vent’anni ci insegna qualcosa, è che di fronte ai cinesi non bisogna mai dire mai: sono capaci di tutto, hanno recuperato ritardi che sembravano incolmabili, hanno fatto progressi che credevamo impossibili.
Il caso del cashmere, però, è diverso. I cinesi partono con un vantaggio notevole: hanno la materia prima a portata di mano, soprattutto in Mongolia. E da tempo i loro produttori più forti stanno cercando di accreditarsi nei segmenti di maggiore qualità e valore aggiunto. Grandi aziende di Pechino, Shanghai e Canton hanno comprato costosissimi macchinari italiani. Hanno mandato i loro manager a studiare in Italia. Hanno spedito tecnici e operai a formarsi nel nostro Paese. Anche qualche produttore biellese è stato tentato dalla delocalizzazione, ha provato a trapiantare esattamente gli stessi metodi di lavorazione in Cina, e ha dovuto rinunciare. Niente da fare. Il cashmere made in China resta di una qualità modestissima, francamente scadente, soggetto a un’usura troppo rapida. Quei cinesi che hanno il potere d’acquisto per permetterselo preferiscono spendere dieci volte tanto e comprare cashmere lavorato in Italia: per morbidezza e resistenza, non c’è gara. Perfino un consumatore inesperto se ne accorge. A occhi chiusi fategli sfiorare con le dita un maglione di cashmere italiano, e uno di quelli fatti in Mongolia che si vendono al Silk Market di Pechino: impossibile non sentire la differenza. Del resto gli stessi stilisti di lusso cinesi quando si tratta di cashmere comprano la materia prima in Italia. Com’è possibile che in questo caso la leggendaria capacità di apprendimento cinese sia fallita?

La risposta la conosce bene Ian Borra Cerruti. È un segreto semplice e bellissimo: si chiama acqua. «Per lavorare un metro di cashmere» dice Cerruti «ci vogliono tre litri d’acqua. La morbidezza, la lucidità del tessuto dipendono molto dalla qualità di quell’ acqua. A Biella abbiamo un’ acqua molto leggera, la stessa dell’acqua minerale Lauretana. I fiumi Cervo e Sesia sono rimasti molto puliti. A valle delle fabbriche si può ancora fare il bagno. I controlli sull’ acqua che rimettiamo nel fiume sono severi. Se io compro la fibra in Mongolia e la lavoro a Biella, con l’acqua del mio fiume, anche se uso macchinari vecchi ha una morbidezza che nessuno è riuscito a riprodurre in altre zone del mondo.»
Tantomeno in Cina: chiunque abbia provato a migliorare la qualità del cashmere made in China, pur senza badare a spese per avere le tecnologie avanzate e i migliori esperti italiani, si è scontrato con un ostacolo insormontabile: il disastro ambientale dei fiumi cinesi. Inutile investire nei macchinari, nel design, nel brand e nel marketing. La qualitàdell’ acqua si è rivelata un handicap competitivo insormontabile. In nessuna zona della Repubblica popolare, neppure in quelle che in teoria dovrebbero ancora essere incontaminate, è stato possibile trovare fiumi abbastanza puliti.

È una storia che ci rincuora. Perché dimostra che nel nostro futuro la difesa dell’ ambiente non andrà mai più scambiata per un costo, una tassa. Al contrario, diventerà un’ arma vincente nella competizione.

Mi scuso con Rampini per aver riportato un estratto dal suo libro, ma mi è parso emblematico di quanto la difesa dell’ambiente paghi sempre, magari non nel breve periodo, ma certamente nel medio e lungo.

Subito questo splendido esempio mi ha fatto fare un parallelo con il nostro Lago di Garda in cui la cementificazione senza giustificazione ne sta incrinando l’ambiente a l’atmosfera, oltre che ritengo di conseguenza fra non molto ne metterà in crisi la sua economia.
Alla fine se non si cambierà rotta diventeremo una bella copia di Rimini, e come per tutte le copie alla fine il turista preferirà giustamente il più economico originale.
:-|

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