Si gettavano le reti con la transazione Carminati

La pesca rappresentò per secoli, e fino ai primi decenni dell’ultimo decorso, una primaria fonte di sostentamento per le popolazioni gardesane.

L’archivio del comune di Sirmione ne fornisce ampia testimonianza. L’8 luglio 879 Carlomanno confermò al monastero bresciano di San Salvatore e Santa Giulia la proprietà della “piscaria de Sermione”, concessa dall’avo Carlo Magno fin dal 774. Il 2 gennaio 1185 Federico I° ribadì i diritti del citato cenobio per “totum quod in Sirmione habet et piscariam in fluvio Mincio” (quanto possiede in Sirmione e la peschiera nel fiume Mincio). L’8 luglio 1220 Federico II° elargì privilegi ed immunità agli abitanti della penisola, decretando che non si potesse entrare con la forza nel loro territorio, né che si facesse ad essi “contradictio piscandi per totum Benaci lacum” (divieto di pescare in tutto il Benaco). Tali concessioni vennero confermate da Ottone II°,il I° novembre 1267, e da Cangrande I° della Scala, il 20 agosto 1324. Il nipote e successore di quest’ultimo, Mastino II°, il 22 febbraio 1330, riaffermò il diritto dei sirmionesi “piscandi in lacu Benaci libere sine cujuscumque impedimento” (di pescare liberamente nel Benaco senza impedimento di chicchessia). Anche la Serenissima, cui la “venusta Sirmio” di Catullo spontaneamente si dette nel I405, mantenne in Vigore le antiche consuetudini. Il 16 settembre 1452 le comunità di Garda, Torri e Sirmione acquistarono, ciascuna per un terzo, la peschiera di San Vigilio. Con il documento del notaio Antonio Donato fu Alessandro si trasmise ai firmatari ed ai loro eredi “il diritto di possessione, di direzione, di pesca e tutto quello che gradiranno di fare “per le singole parti indivise…”. In un libro, intitolato “La corporazione degli antichi originari”, Nereo Maffezzoli rammenta quello storico patto e le vicende ad esso susseguenti. Osserva l’autore: “A nemmeno undici anni dalla firma del primo contratto, che aveva sanato tante avversità e donato una certa tranquillità di reddito, la comunità di Garda è in crisi”. Occorse, pertanto, vendere per 223 ducati d’oro una parte del terzo di peschiera posseduto a Beltrame Carminati, gentiluomo di origine bergamasca. “Verso la fine del 1300 – annota pure lo studioso – Govanni Carminati da Brembilla si trasferisce a Verona e ne è creato cittadino nel 1410. È il capostipite veronese della nobile casata che annovera giureconsulti, cavalieri e magistrati illustri”. L’istrumento venne rogato dal notaio Francesco Mezzanelli il 2 giugno 1463. Ma le tribolazioni dei lavoratori continuarono e il 18 febbraio 1472 toccò a Torri di cedere al medesimo acquirente un terzo della sua quota per 175 ducati d’oro. L’atto recò in calce la firma del notaio Pietro Fracanzani. Queste cessioni, la non esemplare chiarezza della scrittura e la naturale propensione umana alla controversia generarono lunghe diatribe che ebbero fine allorché i contendenti decisero di “fuggire i litigi ed evitare le spese inutili, poiché litigando chi si crede vincitore spesso rimane vinto con rovine e sperpero della sua ricchezza”. Era il 4 febbraio 1497. La trascrizione fu ratificata a Verona il 5 maggio dal notaio e giudice Francesco Gutti. La trascrizione all’Ufficio del Registro avvenne il successivo 22 dicembre. I comuni gardesani e la famiglia aristocratica avevano trovato un accordo. Se ne ignorano durata ed effetti. Tuttavia, continuando l’accurata investigazione di Nereo Maffezzoli,pare lecito aspettarsi ulteriori scoperte.

Prima pubblicazione il: 21 September 2020 @ 08:00

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