Quell’attentato a Mussolini mentre andava da Claretta

Mussolini, liberato in modo spettacolare da Campo Imperatore sul Gran Sasso, fu portato in Germania. Quando Hitler lo incontrò il 14 settembre a Rastenburg, comprese che quell’uomo, insaccato nel cappotto nero, era ormai finito. Forse era stato anche informato delle confidenze che il capo del Fascismo aveva fatto ad alcuni intimi: tutto «è ormai rovinato», aveva detto; «molti errori sono stati commessi».

Il duce avrebbe desiderato ritirarsi presso la Rocca delle Carminate, in solitudine, distrutto anche dalla malattia. Ma Hitler, come lo stesso Mussolini racconterà al giornalista Carlo Silvestri, lo pose brutalmente davanti a una nuova responsabilità, con una sorta di ricatto: «Se voi mi deluderete io devo dare ordine che il piano punitivo già pronto sia eseguito. La Germania è ancora in grado di vincere la guerra. Abbiamo delle armi diaboliche… L’Italia settentrionale dovrà invidiare le sorti della Polonia se voi non accettate di ridare valore all’alleanza tra la Germania e l’Italia mettendovi a capo dello Stato e del governo».

Ricciotti Lazzero, autore di numerosi libri sul Fascismo, muove da queste premesse per raccontare Il sacco d’Italia — Razzie e stragi tedesche nella Repubblica di Salò, edito da Mondadori nel 1994, una pubblicazione quanto mai attuale ora che si sono voluti ricordare, con apposite targhe, i luoghi della Repubblica Sociale Italiana sulla sponda occidentale del lago.

Simon Wiesenthal informa nella «Premessa» di aver sollecitato Lazzero alla nuova ricerca, informandolo dei documenti inediti sui diciotto mesi del «soggiorno obbligato di Mussolini sul lago di Garda e sul diabolico sfruttamento industriale, economico e umano di quella parte d’Italia che era nelle mani del Terzo Reich».

I molti studi sul periodo successivo all’8 settembre 1943 non hanno ancora esaurito l’approfondimento delle fonti e del materiale di parte tedesca che per la prima volta, grazie alle generose indicazioni di Wiesenthal, Lazzero ha potuto studiare e proporre nel suo libro del’94, svelando aspetti inattesi di una drammatica, ancora ben presente alla memoria di molti.

Mussolini era all’epoca un uomo finito, incapace di volontà propria, distrutto psicologicamente e ridotto all’impotenza come capo di Stato, colpito anche dal dramma familiare. Le lettere segrete alla Petacci, ai gerarchi, agli uomini di fiducia, le intercettazioni telefoniche, i piani per rapire il Papa, i rapporti segreti con gli Alleati, svelano storie occulte sulle quale era necessario far completa luce.

Mussolini fu a Villa Feltrinelli di Gargnano un prigioniero, come dichiarò Karl Wolff, comandante delle SS al quale Hitler l’aveva affidato. Era controllato «non solamente in ogni sua mossa, ma anche nei discorsi e nei pensieri». Non aveva a disposizione una propria linea telefonica, e ogni comunicazione veniva stenografata; non gli era concesso muoversi senza permesso. Poteva girare in bicicletta per il grande parco, giocare ogni mattina a tennis; la moglie aveva comperato una mucca per preparargli il burro. Disponeva di una manicure, del fisioterapista Horn; il professor Vilkoler gli impartiva lezioni di tedesco; se rimaneva tempo si faceva proiettare la sera un film.

Anche gli incontri con la Petacci a Villa Fiordaliso di Gardone Riviera erano programmati. Era un «libero prigioniero», dichiarò Wolff: «poteva lasciare Gargnano soltanto col mio permesso, e dal mio permesso dipendevano anche gli incontri – due o tre volte alla settimana – con Claretta Petacci… Le lettere che lui scriveva a Claretta arrivavano alla donna con un mio corriere».

La stessa amante era sottoposta a stretta sorveglianza. Una sera vi fu anche un attentato a Mussolini, come raccontò ancora Wolff: «A un certo punto, nell’oscurità, un autocarro si è parato davanti alla macchina, il guidatore ha acceso i fari e degli uomini hanno sparato raffiche di mitra. Il duce si è buttato sul fondo della vettura, e io ho accelerato e mi sono portato fuori dal luogo dell’attentato. Non ho ordinato nessuna inchiesta in merito, la cosa era troppo seria. Non doveva trapelare che di notte andava a far visita a Claretta, invece di occuparsi di politica…».

Episodi come questo, sullo sfondo dell’immane tragedia, perdono quasi d’importanza. Commenta Wiesenthal nella prefazione del volume: «Lo sfruttamento dell’Italia da parte del Terzo Reich è stato colossale: non soltanto si rubava ma si imponeva che il furto venisse sovvenzionato dai derubati. Intorno all’uomo Mussolini venne creata una ragnatela fitta e piena di trabocchetti che gli legò l’anima e le mani. In nessuna nazione d’Europa il nazismo si comportò come sul suolo del suo ex alleato… Noi siamo fermi, in genere, ad alcuni nomi: a Marzabotto, a Boves, alle Fosse Ardeatine. E, invece, ora questo libro presenta un calendario tremendo di barbarie che pare ripetere in ogni particolare ciò che è accaduto nella Russia Bianca, in Ucraina, in Polonia, in Cecoslovacchia e in altri paesi».

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