L’avventura gardesana di Goethe

Attraversato il passo del Brennero, Goethe sostò sul Garda che gli apparve “eine herrliche Naturwirkung” (un magnifico spettacolo naturale). A Torbole il 12 settembre 1786 appuntò: “Oggi ho lavorato all’Ifigenia. Al cospetto del lago, l’opera ha fatto un buon passo innanzi”

Il 3 settembre 1786 Johann Wolfgang Goethe, assunta la falsa identità di Jean Philippe Moller, pittore, partì per l’Italia. Aveva trentasette anni, essendo nato a Francoforte sul Meno il 28 agosto 1749, “al suono delle campane di mezzogiorno”, come annotò nell’autobiografia. Era figlio del maturo avvocato Johann Kaspar, consigliere imperiale, e della giovanissima E1isabeth Textor, primogenita del borgomastro, che aveva latinizzato il cognome germanico Weber. Dal 1775 Goethe, pure addottorato a Wetzlar in giurisprudenza, viveva alla corte di Weimar in qualità di consigliere ed amico del duca Carl August, reggitore del piccolo stato da quell’anno. Assai noto per avere scritto opere celebrate quali “Götz von Berichingen” e, soprattutto, “I dolori del giovane Werther”, il futuro cantore di “Faust” decise di attingere nuova ispirazione nella terra “wo die Zitronen blühn” (dove fioriscono i limoni). Seguiva l’esempio di insigni letterati ed artisti germanici, calati all’assolato meridione dell’antichità classica. Tra essi, a mero titolo d’esempio, si rammentano Dürer, von Sandrart, Schönfeld e Winckelmann, il quale iniziò a conteggiarsi l’età dal giorno del suo ingresso in Italia, da lui considerata — con molta benevolenza, giacché vi fu assassinato per rapina — “il paese dell’umanità”. Dei numerosi epigoni pare opportuno menzionare almeno von Platen, Burckhardt, Gregorovius, Böck1in, Feuerbach e von Hofmannsthal.


 

Attraversato il passo del Brennero, Goethe sostò sul Garda che gli apparve “eine herrliche Naturwirkung” (un magnifico spettacolo naturale). A Torbole appuntò il 12 settembre: “Oggi ho lavorato all’Ifigenia. Al cospetto del lago, l’opera ha fatto un buon passo innanzi”. Il giorno successivo, uscito in barca con due rematori, fu costretto dal fremito marino dei flutti – evocato da Virgilio nella seconda Georgica – a riparare nel porto di Malcesine. Qui, avendo deciso di disegnare il castello, venne ritenuto dal sospettoso podestà veneziano una probabile spia dell’imperatore Giuseppe II. Preoccupato ed incapace di comprendere la parlata locale, il poeta riuscì comunque a spiegare di essere cittadino di una repubblica e nativo di Francoforte. A quelle parole una graziosa giovinetta suggerì di andare a chiamare un tale Gregorio, che aveva lungamente vissuto sulle rive del Meno. Subito giunse alla rocca un uomo sulla cinquantina, una faccia bruna veramente italiana, come se ne vedono tante”. Egli parlò a lungo con il visitatore e disse quindi al podestà: “Sono convinto che questo signore è una brava persona e un artista assai colto, che viaggia per istruzione. Lasciatelo andare in santa pace perché possa dir bene di noi ai suoi concittadini e li incoraggi a fare una visita a Malcesine, la cui bella posizione merita bene di essere ammirata dai forestieri”. Il sospettato confortò quelle parole con opportuni elogi ai luoghi, agli abitanti ed alle autorità costituite. L’interrogatorio ebbe fine e mastro Gregorio volle condurre in una sua vigna l’ospite, generosamente offrendogli l’uva più matura ed i frutti migliori. “Verso mezzanotte – scrisse il poeta nel suo diario – mi allontanai dalla riva che aveva minacciato di diventare per me il paese dei Lestrigoni”. La menzione dei giganti antropofaghi ai quali scampò Ulisse svela la preoccupazione indotta dall’avventura. Di questo e di altri episodi riportati nei “Tagebücher” riferisce un libro, edito nel 1986 dalla , ove è parzialmente riportata la traduzione del rivano Eugenio Zaniboni. In Italia Goethe rimase fino alla primavera del 1788, soggiornando a Roma e giungendo alla lontana Sicilia. Due secoli dopo la sua breve e feconda parusia sulle rive benacensi, gli venne dedicato un aliscafo.

Si intese così onorare un genio universale e, nel medesimo tempo, compiacere i suoi compatrioti, dai quali è costituita la schiera più folta e fedele dei turisti transalpini sul maggiore lago italiano. Peraltro, onde alleviare i sospetti d’un calcolo mercantile, occorre considerare che nel 1822 il vate tradusse per primo in lingua tedesca l’ode “Il 5 maggio”, notoriamente ispirata dalla scomparsa, avvenuta l’anno precedente, di Napoleone Bonaparte. Nel 1827, inoltre, Goethe vergò la prefazione e promosse la stampa in italiano delle “Opere poetiche” di Manzoni presso un editore di Jena. Inviandogli una copia della tragedia dedicata al longobardo Adelchi, il grande milanese vi riportò le parole di “Egmont”: “Tu non mi sei straniero”. Ed aggiunse:”Fu il tuo nome che mi brillava incontro nella mia prima giovinezza, come una stella del cielo. Quante volte ti ho ascoltato, interrogato”. Chiudo questa breve nota riportando, nella versione di Roberto Fertonani per Mondadori, alcuni versi di “Mignon”: “Conosci la terra dei limoni in fiore,/ dove le arance d’oro splendono tra le foglie scure,/ dal cielo azzurro spira un mite vento,/ quieto sta il mirto e l’alloro è eccelso,/ la conosci forse?…”

Prima pubblicazione il: 18 April 2020 @ 15:00

Link all'articolo originale: http://www.gardanotizie.it/lavventura-gardesana-di-goethe/

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