La tenerezza dei ricordi

Caserma

Prima di tornare a Desenzano mia mamma mi ha chiesto di
accompagnarla a rivedere la vecchia caserma dei carabinieri, la casa
dove abitava qui a Sesto e dove siamo nati noi tre figli.

E’ stato un bellissimo momento, di ricordi e di tenerezza, guardava
le finestre e si capiva che nei suoi occhi ripassavano le immagine
della sua gioventù, le gioie, la semplicità, l’amore, la speranza dopo
la tragedia della guerra, i figli, una vita protetta dalle maestose
montagne che circondano Sesto.

Io ho pochissimi ricordi di quel periodo (siamo partiti da Sesto per Vigo di Fassa che avevo tre anni) e le ho chiesto di indicarmi come erano sistemate le stanze, dove mangiavamo, dove dormivamo, dov’era l’ufficio di papà.

Ho scoperto così, non l’avevo mai saputo, che c’era una sola camera da letto dove dormivamo tutti e cinque, i miei fratelli in un lettino condiviso dormendo uno con la testa ai piedi dell’altro e io in un letto culla dalle sponde alte (FLASH! un’immagine mi appare, sfocata, ma rivedo quel letto) messo di traverso in fondo al lettone dei miei.

Guardo le finestre, valuto le proprzioni: doveva essere una stanza minuscola, ma chissà come accade che gli spazi si allarghino per chi non ne vede i limiti?

Mia madre continua il racconto, il suo arrivo con la valigiona il 6 gennaio del ’46, le lacrime di gioia di mio padre nel vedere sulla soglia il suo amore del tutto inatteso e c’è un’immensa tenerezza nelle sue parole qundo dice "ci bastavamo".

Non so come accade ma, mentre parla, scompare la nuova scuola elementare che oggi sovrasta la vecchia caserma, scompare l’asfalto della strada, il rumore delle auto svanisce e mi ritrovo proiettato in dietro di cinquant’anni.

"Non c’era niente ma sono stata bene qui, due volte all’anno a San Candido dal parrucchiere, sferruzzavo, mi occupavo di voi e papà era felice." Undici anni vissuti qui, senza sentire la mancanza di quanto oggi ci sembra indispensabile, due innamorati che "si bastano", che costruiscono semplicemente un futuro non solo per sè ma, attraverso i figli, un futuro possibile per tutti dopo l’orrore della guerra.

Non so sarebbe possibile oggi una simile scelta di vita, perchè fu scelta e non casualità quella di venire quassù sapendo che l’albergo della famiglia di mia madre o la bottega di fornaio della famiglia di mio padre non erano fatti per loro, che Verona e Trento le città a cui potevano accedere non davano loro il senso di pace che dava loro questo posto.

Siamo così diversi da loro noi tre figli: creativi, impegnati, pieni di amici, di viaggi, di relazioni, ansiosi di vivere tutto con la massima intensità come se il tempo non bastasse mai.

Eppure sento che tutto ha un senso. Quegli undici anni qui, nel silenzio, nel poco, in cinque ogni sera in una stanzetta, costruivano con pazienza le fondamenta del rinnovo della vita, la vita che li ha spinti a valle perchè i loro figli avevano bisogno di scuole che qui non c’erano, la vita che è rifiorita nelle gioie dei matrimoni, negli occhi nei nipoti, nei dispiaceri delle perdite e delle separazioni.

Quanti anni aveva? 26 appena compiuti quando è scesa da quella corriera. Oggi ne ha 89 e il fisico non le rende giustizia della lucidità che ha ancora dentro di sè nel guardare quella casa senza rimpianto ma con profondo amore.

Ha gli occhi lucidi e me lo fa notare. Mi guarda e dice "A volte mi rivedo in voi due" e io lo prendo come un complimento, una carezza.

Capisco molte cose.

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