La gioia di imparare

Ho risposto ad una stimolante (come sempre) riflessione di Alfonso Fuggetta sul ruolo chiave dell'apprendimento. E' un tema che mi appassiona da sempre, tanto più quando lo si legge alla luce degli straordinari potenziali offerti dalle nuove tecnologie.

I nostri vecchi dicevano "non s'è mai finito di imparare" quando un evento modificava l'esperienza fino a quel momento acquisita e il tema dell'apprendimento che tu inquadri come cruciale è un tema che è sempre stato il punto nevralgico che distingue le organizzazioni "normali" da quelle che riescono a eccellere.

E' vero che la scuola diffonde un modello che sottintende un "prima e un dopo", prima impari e poi lavori e guadagni, mentre gli insegnanti veri, quelli che ricorderai per tutta la vita, ti insegnano che si impara sempre, che imparare è bello, che la vita è tanto straordinaria da sorprenderti sempre e che da Socrate a Ulisse, da Dante a Galileo, la conoscenza è un viaggio che combacia con quello della virtù.

I musicisti citano spesso la massima attribuita a Paganini "Se non studio un giorno me ne accorgo io, se non studio cue giorni se ne accorge il pubblico" per sottolineare la componente di continuità e disciplina che lo studio impone mentre io preferisco un significato meno coercitivo: il piacere di fare e condividere la musica nasce dalla ricerca quotidiana di infinite possibilità da condividere con gli altri.

E' vero che molti musicisti si sono così intrisi della sofferenza dello studio che perdono il senso di ciò che stanno facendo come Schumann che ne divenne addirittura pazzo e si massacrò le mani nella spasmodica ricerca della tecnica assoluta.

E' vero che bisognerebbe chiudere i "conservatorii" che accecano l'innovazione e trasformarli in "innovatorii" perchè, grazie alla musica, siano vere e proprie officine di innovazione e di cambiamento.

Nelle aziende ci si interroga sui "segreti" del successo dimenticando spesso ciò che in realtà sappiamo perchè codificato nel nostro DNA: la gioia di imparare.

Basta guardare la felicità di un bambino che gioca, così definiamo noi adulti il suo imparare gioioso per distinguerlo da quello sofferente che chissà perchè dovrebbe invece essere quello davvero fruttuoso.

Un'idea tutta borghese (vedi "I Barbari" di Baricco) ha giustificato la legittimazione del potere dopo la Rivoluzione Francese con la sofferenza, l'impegno, il lavoro, la dedizione, il "fai una cosa e falla bene!".

Oggi quell'idea è inutile e dannosa per le persone e per le organizzazioni.

Non solo perchè si allunga la vita ma perchè la distinzione tra apprendimento e lavoro è falsa e fuorviante.

Quando organizzai la prima conferenza su Tecnologia e Apprendimento invitai il prof. Ceccato a fare il discorso di apertura e lui diede la "ricetta segreta" per vivere bene: mettere in ogni nostra azione i tre ingredienti che rendono la vita sempre stimolante, un terzo di lavoro, un terzo di apprendimento, un terzo di gioco.

Quando anche l'età, la condizione sociale vi dovesse togliere il lavoro, diceva Ceccato, nessuno vi può togliere la voglia di imparare e la gioia di farlo.

I cosiddetti "paesi emergenti" (illuminanti le presentazioni di Hans Rosling su Ted in proposito) hanno motivazioni fortissime a imparare più velocemente di noi e le nostre aziende chiamano tutto ciò "competizione" mentre basta guardare la villa di Catullo a Sirmione per capire che da oltre duemila anni la conoscenza ci fornisce la chiave per rendere possibile il nostro immaginare.

Il significato profondo del progetto Scratch al MIT è coltivare la condivisione del sapere come chiave per moltiplicare le potenzialità della ricerca, così come la pratica musicale è un modo piacevole per insegnare a bilanciare il "gioco di squadra" con le capacità personali.

Proprio chi, come noi, si occupa di tecnologia deve sfatare il mito della conoscenza come "competenza", (detesto, è vero, bollini e certificazioni che attestano un sapere formale e di scarso valore effettivo) mentre il reale contributo della tecnologia allo sviluppo della conoscenza è nella sua formidabile espansione dei modi di apprendere.

Io non credo sia una "sfida", come dici, "insegnare ai giovani ad imparare", credo sia invece un piacevolissimo impegno morale, sapendo in cuor nostro che stiamo dando loro il senso profondo della vita.

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