Il Lavagnone: dal terreno spuntano giogo e piroga preistorici

Il Lavagnone non smette di regalare sorprese: gli ultimi scavi portano alla luce una piroga e un giogo vecchi di almeno quattromila anni. E mentre continuano le ricerche, comincia il lungo cammino del restauro. Una nuova grande scoperta, dunque, al sito palafitticolo posto al confine tra Desenzano e Lonato: là dove nel 1978 venne rinvenuto l’aratro più antico del mondo, oggi si fa viva un’ulteriore pagina di storia. Doppia, a dire il vero. Perché sono due i reperti «davvero eccezionali» rinvenuti nella campagna di scavo che l’Università degli Studi di Milano sta portando avanti anche quest’anno al Lavagnone: un giogo e una piroga scavata nel tronco di una grande quercia.

E che siano «davvero eccezionali» è Marta Rapi ad affermarlo: docente di Preistoria e Protostoria al Dipartimento di Beni Culturali e ambientali, la professoressa dirige il progetto di ricerca al Lavagnone con la partecipazione degli studenti del corso di Laura in Archeologia e della scuola di specializzazione in Beni archeologici. Il giogo, sia chiaro, non è quello dell’antico aratro che gli studiosi vanno cercando da sempre. È un altro, ma non meno importante: «Era deposto sul fondo dell’antico lago, intero e mai utilizzato. Forse – spiega la docente – un’offerta alle acque». Il remo.

Poi la piroga, rinvenuta a poca distanza dal giogo: «Sono stati trovati due segmenti di monossile. Forse formavano lo stesso natante che è stato intenzionalmente tagliato a metà e deposto in verticale tra i pali di fondazione delle abitazioni palafitticole. All’interno di uno scafo abbiamo trovato un’altra sorpresa: un lungo bastone, forse un remo». I reperti ora sono al sicuro: per garantirne la conservazione sono stati immersi in una vasca con acqua appositamente allestita a Milano, al Laboratorio di restauro del legno bagnato della Soprintendenza, e a breve inizierà il restauro. I

l percorso però è molto lungo e comincia con il consolidamento per impregnazione, con una resina a base di glicole di polietilene: un processo che durerà mesi, prima di passare all’essiccazione e al restauro vero e proprio. Sull’altro fronte, continua anche lo studio. Al Laboratorio di Dendrocronologia della Fondazione Museo Civico di Rovereto, partner di progetto, si cerca di restituire una datazione assoluta dei reperti. Gli archeologi della Statale, invece, raccolgono dati sul loro utilizzo e hanno già in programma una nuova campagna di scavo. Si attendono altre scoperte.

 

 

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