I Rava

I signori Rava all’inizio dell’800 erano una delle famiglie dell’élite benestante di Desenzano. Nell’elenco delle persone più ricche del paese, lista che doveva servire per la scelta di chi poteva essere membro della Giunta di allora e del Consiglio Comunale, i fratelli Rava risultano al 10° posto. I fratelli a cui siamo riusciti a risalire sono i figli di Domenico Rava, personaggio del’700: Antonio (1783–1806), Giuseppe (1779 – 1829), Leandra, Isabella, Gerolamo e Giovanni defunto nel 1834.

Abitavano nella grande casa di via Larga (vedasi foto dell’attuale sistemazione del cortile interno), prima della porta civica ovest in direzione Lonato-Castiglione. Era una costruzione massiccia che non aveva ancora l’attuale facciata che guarda via Vittorio Veneto, ma era ugualmente grande, con un brolo fiancheggiato sul lato sud da un fosso, dove scorrevano le acque provenienti dal Monte Croce. Su questo lato un imponente cancello permetteva il passaggio di carri e carrozze, ma la vista dell’interno dell’orto-giardino era impedita da alte siepi. L’atmosfera un pò misteriosa di tutto l’edificio e quanto annesso fecero sorgere leggende che si raccontavano dai vecchi ancora alla fine del’900.

La Cronaca Manerba (1781–1821) ci informa che il giovane Antonio Rava alle 11 del mattino del 16 ottobre 1806 si suicidò. Don Giacomo Manerba dice che in paese ci furono molte chiacchiere, soprattutto perché lui ricco, a differenza di altre morti violente che in quel periodo coinvolsero desenzanesi sprovveduti. Forse nella pagina della Cronaca (p. 85), oltre alla riprovazione del peccato, grave per la morale cattolica del tempo, si riesce a scorgere della pietà. Ogni lettore del testo del Manerba può dare la propria interpretazione. Certamente il ragazzo (23 anni), come gli altri protagonisti di episodi di morte violenta, doveva stare molto male per arrivare a un tale gesto. I suoi fratelli mantennero sempre grande riservatezza. Sappiamo poi di Giuseppe Rava che era medico. Lo chiamavano nelle famiglie, anche se non era medicòcondottò, lo erano infatti Raimondo e Pietro Gallina.

Un pomeriggio d’inverno del 1813, chiamato dai signori Pace per un’urgenza, ricevette nella schiena una lucerna scagliata violentemente da un ufficiale dell’esercito francese in ritirata dalla Russia, ospite nella stessa casa. Doveva essere una brava persona il dr. Giuseppe, se Gerolamo Bagatta, appena aperto il Collegio nel 1811, lo scelse come dottore per i suoi studenti e lo accettò volentieri come delegato governativo del Ginnasio. Stranamente, per Giuseppe abbiamo due epitaffi: uno conservato tra le carte di Gerolamo Bagatta e uno nella cartella del Municipio relativo agli epitaffi della parte monumentale del camposanto. Ambedue esprimono stima e riconoscenza. Si possono leggere tali necrologi in Le parole sulle pietre chiare edito nel 2010 dalla Grafo. Il fratello Giovanni gli sopravvisse e lo troviamo nel Consiglio Comunale asburgico fino alla sua morte. Anzi, in alcuni anni fu uno dei tre Deputati, i facenti funzioni di sindaco durante l’Amministrazione Asburgica. Maria Villio, vedova Rava, sopravvisse fino al 1857 e lasciò, per il Convitto Bagatta e per l’Ospizio dei poveri, somme consistenti, “esempio di carità cittadina” dice l’epitaffio fatto incidere dal Municipio.

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