Eros e Thanatos, in questi giorni di fine inverno

Non decido con leggerezza di pubblicare queste parole, ma alla fine lo faccio. E’ strano, anche per la così poca distanza dal racconto della storia dell’incontro con mio marito… anche questa è in qualche modo una lettera d’amore, all’altro uomo della mia vita. Anche se sua moglie ed io abbiamo certo tenuto per noi i ricordi più intimi, abbiamo voluto salutare papà come pensavamo meritasse: scriverla mi è stato d’aiuto, leggerla invece un po’ più difficile, ma sono contenta di averlo fatto (grazie Giancarlo per l’esempio, a suo tempo, ti ho pensato tanto). Qualcuno mi ha chiesto a chi fare un’offerta (non fiori, ma opere di bene): sicuramente all’AIL o alla Domus Salutis, il cui Hospice ha accompagnato sia papà che noi in questo momento cruciale della vita.

Patrizia ed io vogliamo ringraziare papa’ per tante cose, ma in questo momento una di quelle che ci restano piu’ nel cuore e’ il senso di protezione che ci ha sempre dato: non parlo solo della sicurezza di avere accanto un uomo che si occupa di te in cio’ che è materiale – e che comunque e’ una tranquillità importante – ma del suo modo di occuparsi di noi e della famiglia, tutta, quella prossima, quella allargata e quella elettiva degli amici piu’ cari. Se e’ vero che era un padrino, un decisionista, un uomo che con la sua determinazione poteva spaventare chi queste caratteristiche non le possedeva, e’ vero anche che proprio questo lo ha reso una figura di riferimento insostituibile per noi e per tante altre persone. Ha saputo guidare con attenzione ed intelligenza un gruppo famigliare che si e’ formato e stretto intorno a lui. E’ riuscito a proteggerci anche dalla sua stessa malattia, minimizzando, rispondendo sempre alla domanda “come stai?” con uno squillante “benissimo!”. Era un uomo che viveva con passione ed intensita’, senza risparmiarsi, esagerando magari, aggredendo ogni momento: di lui possiamo sicuramente dire che anche se non ha vissuto a lungo quanto avremmo voluto, ha vissuto TANTO. Possiamo dire anche che era soddisfatto della sua vita, non aveva alcun rimpianto e credo siano poche le persone che possono dire altrettanto. Qualche rimorso, ma la sua generosita’ gli ha permesso di colmare alcune lacune, riparare errori, con grande senso di responsabilita’, ammettendo i propri sbagli con schiettezza, senza fare sconti a se stesso. Una delle tante cose che di lui, nel percorso insieme, piu’ ci ha colpito e’ stata la forza che ha saputo trovare anche nei momenti difficili: uomini che hanno vissuto a 1000 all’ora, raramente riescono ad accettare i limiti che ad un certo punto la vita puo’ imporre. Anche con un motore manomesso, che non gli permetteva di accelerare nonostante lui spingesse sul pedale a tutta birra, lui non ha perso troppo tempo a rammaricarsi per cio’ che non poteva piu’ fare, ma ha trovato la gioia delle piccole cose, apprezzando i momenti piu’ semplici: la famiglia, i baci delle nipotine, le chiacchiere con gli amici, il buon cibo, la sua casa, il lago. Quante volte lo abbiamo paragonato ad un leone, ma questo leone non si e’ lasciato frenare neppure dalla gabbia – i dispiaceri che sicuramente avra’ avuto per cio’ che non poteva piu’ fare, non li ha mai lasciati trasparire, i timori per le ulteriori privazioni che sapeva a venire, ce li ha risparmiati. A volte il dolore e la frustrazione sfociavano nella rabbia, il suo carattere impetuoso non era certo facile, ma facile era per noi perdonarlo, conscie del suo travaglio. E poi per Sandro Uberti le sfuriate erano un segno d’affetto: piu’ ti voleva bene e piu’ se la prendeva con te, se capiva che tu non capivi. E cosi’ come alzava la voce, altrettanto facilmente ti veniva a cercare, ti coinvolgeva, te la raccontava. Ci mancheranno le sue sfuriate e ci manchera’ la sua presenza impossibile da ignorare, ma la struttura portante che ha saputo creare, quella ci sara’ sempre, e’ dentro di noi grazie al suo insegnamento, inconsapevole e non cattedratico, attraverso l’esempio. Ci ha trasmesso il godimento della vita come valore, come celebrazione della vita stessa, considerando le opportunita’ non colte l’unico vero errore. E perdonatemi se indugio proprio sulle opportunità non colte, ma spero che possa servire a lasciarne qualcuna in meno, in futuro. In questi anni mi è stato spesso detto: “Dammi notizie di papà, io non vado a trovarlo perchè un uomo così non accetterà certo volentieri di farsi vedere sofferente… è importante che gli rimanga la dignità”. Purtroppo spesso non ho avuto il coraggio di rispondere come avrei voluto e dovuto, lo faccio ora: chi è malato ha solo voglia di distrarsi, di divertirsi – le cose più importanti sono la compagnia e gli affetti. La sofferenza non implica alcuna mancanza di dignità, anzi. La malattia non è e non deve essere vergogna, sicuramente non lo era per mio padre. Chiudo con due delle tante cose che mi sono state dette su papà in questi giorni: suo fratello Lelio mi ha detto che se c’era una cosa che si poteva imputare a Sandro era forse il protagonismo, ma si è anche affrettato ad aggiungere: ma lui non voleva fare il protagonista, lui ERA il protagonista. E nel bene e nel male, come un parafulmine prendeva su di sè le conseguenze. La mia amica Jlenia, che l’aiutava con massaggi e fisioterapia, mi ha scritto: uomo straordinario, d’altri tempi e modernissimo. bello, divertente, dissacrante e devoto… fragile e fortissimo. E’ bello vedere mio padre attraverso altri occhi e dare un nome alle tante sfumature della sua personalità. La storia di Sandro Uberti è ricca, anche a giudicare dalla quantità di persone che sono qui oggi, e mi fa piacere che possa continuare a farci compagnia.

Link all'articolo originale: https://scrivoxvizio.wordpress.com/2012/02/27/eros-e-thanatos-in-questi-giorni-di-fine-inverno/

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