Da Lonato a Brescia: i Leoni Lombardi di Domenico Ghidoni. Andata e Ritorno

L’esposizione temporanea dei due Leoni monumentali abbozzati da Davide Lombardi su un modello di Domenico Ghidoni si inserisce come una novità nel programma PTM ANDATA E RITORNO, che ha visto in questi ultimi tre anni Fondazione Brescia Musei trasformare le “partenze” collegate alle richieste di prestito in “arrivi” di opere ospiti. In questo caso, non vi sono partenze a giustificare la presenza delle due sculture dinnanzi all’ingresso del Museo, bensì l’opportunità di presentare alla Città un brano quasi dimenticato della sua storia, allacciando un dialogo tra un monumento che non esiste più, ovvero la porta cittadina di San Nazaro, e il monumento a Moretto che ancora insiste nell’omonima piazza. A fare da denominatore comune di questi due episodi del tardo Ottocento bresciano sono i nomi di Domenico Ghidoni e Antonio Tagliaferri, che svolsero un ruolo centrale in entrambe le vicende.

Il progetto di collocazione temporanea dei Leoni è nato da una riflessione condivisa con la Fondazione Ugo Da Como di Lonato, divenuta nel 2020 proprietaria di queste e numerose altre sculture grazie alla importante donazione effettuata dagli eredi Lombardi. Nel segno del profondo legame che storicamente unisce le due istituzioni, e che prevede fra l’altro la presenza del Direttore dei Musei Civici nel Consiglio della Fondazione Ugo Da Como, è per noi un onore condividere questa occasione pubblica, che porterà l’illustre istituzione lonatese a essere simbolicamente presente a Brescia nell’anno 2023, quando la nostra città sarà insieme a Bergamo Capitale Italiana della Cultura.

L’intenzione che ci anima è quella di offrire ai visitatori della Pinacoteca e a tutti i cittadini bresciani l’occasione di lasciarsi incuriosire da queste due straordinarie presenze, per poi riannodare i fili di storie lontane e forse poco conosciute: come quella della porta che sorgeva nella zona dell’attuale della Repubblica, e quella dei due Leoni monumentali, anch’essi di Domenico Ghidoni, che tutti i bresciani conoscono per averli visti in Castello. E ancora, di richiamare così la storia di un grande processo di rinnovamento urbano, che arrivò a coinvolgere grazie ad Antonio Tagliaferri anche la nostra Pinacoteca, con l’apertura della che oggi tutti frequentiamo, la realizzazione di una nuova facciata per il palazzo Martinengo da Barco e la creazione del monumento a Moretto, inaugurato nel 1898, in occasione delle celebrazioni per il cinquecentenario del pittore.

Prima che i Leoni trovino la loro definitiva collocazione presso la Casa del Podestà a Lonato, è nostro auspicio che grazie alla loro presenza la Pinacoteca Tosio Martinengo veda rafforzarsi ancora di più il suo ruolo di custode dell’amore che Brescia ha sempre manifestato per il Bello e della volontà che da sempre ha animato i bresciani di rendere i tesori più preziosi pubblici e condivisi.

 

La città che cambia

Nella seconda metà del XIX secolo la città di Brescia subì notevoli trasformazioni dal punto di vista urbanistico. Dopo il periodo austriaco, con il raggiungimento dell’Unità d’Italia, grazie anche ad un consistente aumento della popolazione, Brescia si affacciò alla modernità forte del ruolo di seconda città industriale della Lombardia, dopo Milano. Tema importante in quest’epoca fu lo smantellamento della cinta muraria che per secoli era cresciuta con la città stessa e che ora tendeva a costringerla in spazi troppo ristretti. La figura di Giuseppe Zanardelli (1826–1903) fu determinante per delineare il cambiamento e in questo clima di positivo approccio si inserì l’architetto Antonio Tagliaferri (1835–1909), professionista di spicco che assunse il ruolo di guida tecnica e artistica per la città fornendo pareri, progetti e soluzioni a molti problemi urbanistici e architettonici, sia nel campo del restauro sia nella costruzione di nuovi edifici, tanto da divenire membro attivo delle principali commissioni cittadine. Tagliaferri partecipò alla stesura del primo piano di riassetto della città murata (1878) e fu tra gli ideatori del piano regolatore del 1884, poi ripreso e approvato nel 1887. Si ritenne necessario studiare nuovamente i punti d’accesso alla città e un’area di grande interesse fu quella posta nell’angolo sud-est delle mura dove, grazie al passaggio della linea ferroviaria, la Strada Ferrata Ferdinandea, nel 1853 aveva preso forma il “fabbricato passeggeri”. Proprio per sottolineare l’importanza di questa ‘porta moderna’, che si sostituiva allo storico rivellino di San Nazaro, fu chiamato Antonio Tagliaferri il quale, pur studiando e realizzando per l’occasione un casello daziario (1883–1884), definì una vera e propria Porta, in seguito chiamata “Porta Stazione” (l’attuale Repubblica) caratterizzata da “torricelle” sorreggenti due leoni che decise di offrire alla città, affidandone la realizzazione scultorea a Domenico Ghidoni e la fornitura del marmo a Davide Lombardi (1888–1889).

Due Leoni per la Leonessa

Nel 1888 Antonio Tagliaferri presentò Domenico Ghidoni all’imprenditore del marmo Davide Lombardi con il quale aveva collaborato all’interno degli importanti cantieri bresciani del palazzo della Loggia, del santuario di Santa Maria delle Grazie, del monumento ad Arnaldo da Brescia e di quello a Giuseppe Garibaldi. Accettata la commessa per Porta San Nazaro, Ghidoni immaginò due leoni in coppia ma in due posture differenti: uno stante da posizionarsi a sinistra e uno seduto da posizionarsi a destra. Lo scultore inviò due modelli preparatori a Lombardi allo scopo di far cavare i necessari blocchi in marmo di Mazzano da sbozzare e predisporre secondo le sue indicazioni: solo allora l’artista sarebbe intervenuto portando a compimento l’opera, senonché si palesarono degli imprevisti. Il 9 aprile del 1889 lo scultore lamentò, infatti, una difforme sgrossatura dei blocchi lapidei che, a suo giudizio, comprometteva le proporzioni e la concezione dell’opera aprendo quindi una contestazione e rifiutandosi di proseguire il lavoro. Dal canto suo Davide Lombardi negò ogni responsabilità giungendo ad affermare: “Certamente il Ghidoni non li finirà mai, perché questi trova che il lavorare è fatica”. Antonio Tagliaferri si trovò dunque a gestire, signorilmente ma in maniera ferma, la noiosa vertenza e, forse ricordando anche il tiepido apprezzamento della cittadinanza per i suoi caselli daziari, arrivò a dichiarare: “Insomma quelle porte di S. Nazzaro hanno per me la jettatura”. Ghidoni non rivide la sua posizione, decisione alla quale forse concorse la difficoltà della lavorazione del marmo di Mazzano, particolarmente duro, e non completò la lavorazione dei blocchi che rimasero in giacenza e incompiuti a Rezzato, sotto il portico di Casa Lombardi. 

Antonio Tagliaferri dovette trovare una soluzione, affidando ad altri la fornitura di marmo di Carrara, in sostituzione di quello locale. Domenico Ghidoni riuscì quindi a realizzare una nuova coppia di leoni, ultimati entro i tempi previsti: in questa seconda versione le due sculture, ora conservate presso il Castello di Brescia, danno prova della capacità di Ghidoni nel conferire un alto grado di realismo alle sue opere, una propensione al Verismo che suscitò critiche e polemiche. Rispetto alla versione originaria, il leone di sinistra rimase sostanzialmente invariato nella posa, ritto sulle quattro gambe, quello di destra invece fu rappresentato con atteggiamento più ostile, pronto all’attacco e con la coda alzata. L’inaugurazione avvenne il 12 agosto 1890, in occasione della visita ufficiale del re Umberto I e della regina Margherita. I leoni rimasero in posizione sino al 1909, anno in cui vennero sostituiti dal monumento a Giuseppe Zanardelli. Mutata la configurazione di Porta Stazione, le sculture furono collocate dall’ingegnere Egidio Dabbeni sui piloni d’accesso all’area del Castello di Brescia poi destinata a zoo della città.

La donazione Lombardi alla Fondazione Ugo Da Como

La storia dei due leoni donati alla Fondazione Ugo Da Como ed ora esposti a Brescia è ricostruita grazie all’esame dell’Archivio Tagliaferri, donato alla Fondazione Ugo Da Como, per decisione assunta dagli eredi dell’architetto nel 2010.

Nonostante lo stato di “non finito” le sculture sono caratterizzate da elementi stilistici essenziali che ne dichiarano l’appartenenza alla produzione ghidoniana. L’impostazione generale dimostra l’attenzione naturalistica dello scultore e la propensione al Verismo che le sculture in marmo di Carrara rivelano nella loro realizzata compiutezza.

Colossali nei volumi (il peso è di 120 quintali ognuna), le sculture sono giunte alla Fondazione Ugo Da Como nel 2020, grazie alla donazione della Famiglia Lombardi.

Fanno parte di un gruppo di oltre 400 opere che permetterà all’Istituzione con sede a Lonato del Garda di confermarsi quale luogo di riferimento per la valorizzazione della storia bresciana tra Ottocento e Novecento. Nella primavera del 2023 i Leoni troveranno definitiva collocazione all’interno del Complesso monumentale della Fondazione Ugo Da Como, nel Parco della Rocca di Lonato del Garda. 

I protagonisti: Antonio Tagliaferri, Domenico Ghidoni, Davide Lombardi

Antonio Tagliaferri (Brescia 1835 – 1909) fu l’esponente incontrastato dell’architettura bresciana nella seconda metà del XIX secolo, succedendo in tale ruolo a Rodolfo Vantini. Si formò all’Accademia di Brera di Milano, mantenendo sempre significativi rapporti con il capoluogo lombardo, dove lavorò attivamente e con successo, tra l’altro introducendovi pure Davide Lombardi e Domenico Ghidoni. Dal 1866 prese parte attiva al rinnovamento urbanistico della città di Brescia in età zanardelliana. Il linguaggio di Antonio Tagliaferri è rappresentativo del revival architettonico, con particolare propensione allo stile neogotico. 

Tra le realizzazioni di maggior prestigio, si segnalano il progetto di ampliamento del Palazzo della Loggia di Brescia (1873–1892), il santuario di Santa Maria delle Grazie (1875–1907), il monumento ad Arnaldo da Brescia (1877–1882), la Sala Bresciana per l’Esposizione nazionale milanese del 1881, il progetto per il monumento a Vittorio Emanuele II a Roma (1881), il monumento a Tito Speri (1885), la villa di Giuseppe Zanardelli a Fasano di Maderno (1886–1902), la nuova facciata di Palazzo Martinengo da Barco, oggi sede della Pinacoteca civica Tosio Martinengo (1887), il progetto per il castello Bonoris a Montichiari (1890–1892), il monumento a Moretto da Brescia (1894–1898), il progetto per il completamento della facciata del Duomo di Milano (1900–1901), il restauro – per incarico di Ugo Da Como – della Casa del Podestà a Lonato (1907–1909).

Domenico Ghidoni (Ospitaletto 1857 – Brescia 1920) ebbe una prima formazione presso lo scultore Pietro Faitini di Rezzato. Si iscrisse poi alla Scuola di Disegno della Pinacoteca Tosio, allora presieduta dall’architetto Antonio Tagliaferri, figura che divenne di fondamentale riferimento per il giovane scultore. Nel 1879 si trasferì a Milano per frequentare i corsi dell’Accademia di Brera tenuti da Lorenzo Vela. 

L’opera di Domenico Ghidoni è caratterizzata da un affrancamento dalla tradizionale scultura accademica lombarda e da una precoce adesione al naturalismo prima e al verismo poi, avvicinandosi alla produzione di Giuseppe Grandi e di Odoardo Tabacchi, autore quest’ultimo del monumento ad Arnaldo da Brescia, inaugurato nel 1882. Gli esiti della maturazione dell’artista si datano agli anni Novanta dell’Ottocento, quando sviluppò tematiche di particolare valore sociale: il gruppo Emigranti (1891) offre a Domenico Ghidoni una visibilità nazionale. Al 1894 risale Le nostre schiave, capolavoro della plastica verista, attraverso il quale lo scultore denunciò il fenomeno della prostituzione. La scultura fu bocciata dalla giuria d’ammissione delle Esposizioni Riunite di Milano non per un mancato apprezzamento di ordine artistico, ma per ragioni di opportunità e di pudore. Tra le commissioni pubbliche e private per Brescia, spiccano il Monumento a Tito Speri (1884); il gruppo marmoreo per la tomba Bonoris oggi Soncini (1891) nel Cimitero Vantiniano, il monumento a Moretto da Brescia (1898), il ritratto dell’architetto Antonio Tagliaferri (1909).

Davide Lombardi (Rezzato 1841 – 1923) con i due fratelli scultori, Giovan Battista e Giovita, potenziò l’attività di famiglia fondata nel 1798 dal padre Cipriano Lombardi, raggiungendo notevoli traguardi anche grazie alla vicinanza di Giuseppe Zanardelli. Fu coinvolto da Antonio Tagliaferri in importanti cantieri, non solamente bresciani. L’attività si distinse per la qualità dei marmi Botticino e Mazzano, garantendo anche ampi riconoscimenti internazionali, grazie alla partecipazione alle maggiori Esposizioni come l’Universale di Vienna (1873), l’Internazionale di Parigi (1878), l’Industriale di Milano (1881), la Nazionale di Torino (1884 e 1898).

A fronte di queste fondamentali referenze, Davide Lombardi si assicurò la fornitura di quasi tutti gli elementi architettonici in marmo di Botticino necessari per la costruzione del monumento commemorativo al Re Vittorio Emanuele II, la cui prima pietra venne posta a Roma nel marzo del 1885 (1885–1935). Questa prestigiosa commessa consentì alla “Ditta Davide Lombardi di Rezzato” di lavorare nella capitale per i successivi trent’anni prendendo parte alla costruzione di “Roma capitale” e associando il proprio nome anche alla costruzione del ponte Regina Margherita (iniziato nel 1886) e del Palazzo di Giustizia (inaugurato nel 1911).



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