Categoria: Pozzolengo

Digital Music Report 2012

Dal Digital Music Report 2012 riferito, ovviamente, al 2011:

Nel 2011 il mercato italiano della musica digitale ha continuato la propria crescita (SI CRESCE SI CRESCE!!!) raggiungendo un fatturato pari a 27,5 milioni di euro tra download, streaming e abbonamenti.
Nell’ultimo anno sono cresciuti notevolmente sia lo streaming
(ANCHE LO STREAMING E VAI!!!) video sia il download di album digitali: una crescita di oltre il doppio rispetto al 2010 sul 2009 (NACCHIO!!!).

Gli album digitali infatti sono saliti addirittura del 37% (più che triplicati rispetto al 2009) contro una crescita dei singoli del 25% (MICA CIUFOLI OH…).

In forte espansione anche lo streaming da YouTube, che è salito del 64% arrivando a sfiorare i 4,5 milioni di euro contro 2,7 milioni del 2010 (ANCHE YOUTUBE, ANDIAMO FORTISSIMI!)
Complessivamente il mercato discografico ha incassato al sell-in al netto dei resi 130,5 milioni di euro contro i 135 del 2010, un calo del 4% complessivo (AHHHH PECCATO, DAVVERO PECCATO ANDAVAMO COSÌ BENE!!!!) dove il supporto fisico ha fatturato 103 milioni di euro (-9 %) e il digitale 27,5 milioni (+22%). Ad unità il mercato fisico è calato del 7% con gli album in CD……
Se avete ancora voglia di sapere altro andate qua:

http://www.fimi.it/pdfddm/DigitalMusicReport2012-bassa.pdf

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Musica e legalità

Umberto Palazzo, voce storica dei Massimo Volume, giorni fa ha messo in rete un suo resoconto in cui mostra quale sia la reale economia che gira attorno ai concerti, dividendo i vari artisti per fasce in base al cachet che possono permettersi. I guadagni e il business che gira attorno alla musica è ormai risicato e per una band o un artista riuscire a vivere della propria arte è veramente difficile, un mare magnum in cui i professionisti si confondono con i dilettanti e in cui la battaglia ai 50 euro in piu’ o in meno possono fare la differenza. Gruppi che in virtu’ della promozione fanno 200 chilometri per suonare in locali non sempre entusiasmanti per cachet che spesso non coprono le spese. Naturalmente in questa corsa al ribasso la legalità è stata la prima condizione a sparire. 

Sembra che comunque qualcosa stia cambiando e dal basso. 

Passare ad una posizione di legalità sembra la condizione indispensabile per ridare dignità e senso a questo lavoro.
Demetrio Chiappa
Sto condividendo, da un po’ di tempo, un progetto assieme a Demetrio Chiappa, presidente della DOC Servizi che penso sia un’eminenza grigia del settore. Credo fermamente che uno dei cambiamenti della situazione musicale attuale passi per forza attraverso questo argomento.

Ho posto alcune domande a Demetrio, per cercare di capire meglio cosa vuol dire legalità nel mondo dello spettacolo. Gli spunti sono parecchi e tutti interessanti.

Che cos’è la DOC e cosa si prefigge principalmente e in che ambito lavora?
DOC da servizi ai lavoratori dello spettacolo, siano artisti che tecnici, insegnanti e amministrativi. Innanzitutto coordina e amministra la loro attività, trovando le soluzioni più convenienti ed efficaci affinchè possano lavorare nella legalità ma con la massima elasticità e trasparenza.  A fianco di servizi strettamente di gestione amministrativa la cooperativa elabora una serie di servizi paralleli affinché il lavoro dei soci sia svolta al massimo dell’efficenza e qualità, organizzando corsi di formazione di vario genere, investendo nella sicurezza e qualità del lavoro, utilizzando la tecnologia per fornire i servizi tipici di cui i lavoratori dello spettacolo hanno bisogno; per tutte le figure professionali DOC garantisce l’opportunità di lavorare in regola alle migliori condizioni, con operatori di professionalità e competenza di rara qualità nel settore, con un help desk che a chiunque chieda info riesce a rispondere coerentemente su ogni questione amministrativa/fiscale/previdenziale nel settore dello spettacolo, ed in particolare: per i musicisti: convenzioni, legalità, opportunità di lavoro, lo sviluppo di una rete di contatti per i tecnici; sicurezza, formazione, ancora opportunità di lavoro, per gli insegnanti di musica: opportunità di lavoro con condivisione di attività didattica  e scambio professionalità e competenze per le agenzie di musica: la possibilità di regolarizzare artisti in maniera snella e competente, a costi gestibili e non proibitivi per gli organizzatori di eventi/locali: possibilità di utilizzare artisti sempre in regola con grande alleggerimento dal punto di vista burocratico; tranquillità e zero pensieri….al di sopra di tutto tanta qualità

Chi puo’ essere interessato alla DOC?

Tutti coloro che in qualche modo, hanno a che fare con il mondo dello spettacolo… In realtà la comunità intera, perchè la musica e l’arte coinvolgono non solo gli operatori dello spettacolo ma chiunque abbia a che fare con eventi artistici anche in via occasionale: pensiamo ad esempio ad una banca che debba aprire una filiale e abbia bisogno di intrattenimento musicale, aziende private che svolgano convention, … la musica e l’arte in genere coinvolgono quotidianamente la vita di ognuno e siamo in grado di dare servizi a tutti i livelli, sia direttamente artistici, che amministrativi o organizzativi…

Quale possono essere le differenze principali nel lavorare nella legalità e cosa puo’ cambiare?

Soprattutto con la legalità si può crescere, non c’è necessità di nascondersi. Nessun progetto può essere sviluppato se lo si deve nascondere al pubblico per nascondersi al fisco,… senza  il vestito adatto non ci si presenta in pubblico…  e se si vuole primeggiare (obiettivo di ogni artista) bisogna avere il vestito più bello, anche in termini di organizzazione amministrativa/fiscale… non solo artistico

Come vedi il panorama attuale della musica in Italia? (chiaramente dal tuo punto di vista professionale non quello artistico)..

Dal mio punto di vista professionale (fiscale/previdenziale)  il panorama italiano è bloccato da decenni.
Dal punto di vista fiscale non è prevista in Italia una normativa che agevoli e consideri la precarietà e varietà del lavoro dell’artista, per cui per il fisco il musicista professionista dovrebbe avere partita IVA come un avvocato o notaio (senza possibiltà di detrarre le elevate spese di trasferte e viaggi che quotidianamente l’attività gli impone. Dal punto di vista previdenziale invece, le rigide normative sull’ENPALS lo obbliga ad avere sempre un terzo datore di lavoro che debba assumerlo, versargli i contributi, effettuare ritenute acconto, con i costi di una gestione complicata come fosse un dipendente: i lavoratori autonomi sono gestiti, anche con fattura, come fossero dipendenti… Considerato che i contributi ENPALS nel caso dei lavoratori con Partita IVA si calcolano sull’importo della fattura (e non sull’utile come per qualsiasi altro lavoratore autonomo) con una complicazione di gestione ed un esborso economico  che va ben oltre il normale costo del lavoro: la gestione complicata con un elevato onere contributivo ha fatto in modo che gran parte dei lavoratori dello spettacolo da sempre operino nell’illegalità e all’ombra. 
Trattandosi inoltre di attività di categorie “povere”, sia il commercialista che il consulente del lavoro classico non tende a occuparsi e specializzarsi in questo settore: di conseguenza la mancanza diffusa di conoscenza. La maggior parte di essi non sanno cosa sia e come funzioni l’ENPALS..

Credi si possa cambiare qualcosa dal punto di vista fiscale/burocratico perchè la legalità nell’ ambiente musicale possa svilupparsi maggiormente? E quanti dei problemi attuali sono imputabili alla regolamentazione fiscale?

Bisogna fare un lavoro capillare per diffondere il messaggio di legalità. Far capire che pagare i contributi significa anche godere di servizi e tutele che fanno spesso ampiamente “ripagare” quanto versato. Anni fa pensavo personalmente che il problema si risolvesse attraverso una legislazione che trattasse la fiscalità e previdenza degli artisti esattamente come le altre figure professionali, col tempo e l’esperienza mi rendo conto che solo un sistema organico e completo come la cooperativa può essere la risposta ai problemi degli artisti: il rapporto di socio lavoratore consente di operare in regola pagando le tasse e i contributi sull’effettivo compenso dopo aver detratto i costi e spese  di gestione (cosa non possibile con la partita IVA) ma soprattutto godendo di una serie di tutele che solo il lavoro dipendente può dare: Oltre al dovere/diritto della “pensione”, l’artista in regola ha diritto a indennità di malattia, assicurazione sugli infortuni, per varie figure indennità di disoccupazione, maternità, congedi parentali, diritto agli assegni familiari….  Credo che non sia poco pensare che una cantante in gravidanza possa riscuotere dall’INPS un assegno per maternità obbligatoria.  La legalità a costi sostenibili è il miglior trampolino per ogni progetto o carriera artistica,

Perché secondo te la legalità in questo settore è vista esclusivamente come un’imposizione e non una possibilità?

Ci sono dei luoghi comuni, dettati soprattutto dalla non conoscenza, che in tutti i settori imperversano, primo fra tutti il concetto che è meglio tutto subito che pagare le tasse.. La teoria dei “furbetti”… è furbo chi evade e scemo chi paga le tasse.. In 22 anni abbiamo contribuito in piccola parte a dimostrare il contrario e a macchia d’olio col passa parola di tutti i soci stiamo dimostrando che è furbo chi investe sul proprio mestiere… e sciocco chi si nasconde e non sviluppa la propria arte.
Oggi il cosiddetto “effetto Monti” arriva anche tra i musicisti e tutte le finte associazioni no profit che hanno contribuito pesantemente a “nascondere” i furbetti evasori un po’ alla volta vengono smascherate. di oggi la notizia che l’agenzia delle entrate ha iniziato una nuova serie di controlli sulle associazioni no profit/Onlus…
Il mondo dello spettacolo pullula di queste finte associazioni (Brescia ne è stata per anni la capitale) che si sostituiscono alle imprese fatturando prestazioni diverse per eludere tasse e contributi degli artisti….

Alla luce della crisi che investe il settore ormai da anni, quale potrebbe essere uno svilluppo possibile?

Dal punto di vista fiscale e previdenziale ci sarebbe bisogno di una forma corporativa che consenta agli artisti di riconoscersi, di contare. In realtà la confusione tra artisti professionisti e dilettanti (dal punto di vista artistico, non fiscale) mette sul mercato figure di ogni livello che reciprocamente genera una concorrenza dannosa per tutti, a scapito della qualità. Ma in Italia è presto per pensare ad una categoria di lavoratori dello spettacolo che si unisce per rivendicare i propri diritti. Non vi è consapevolezza individuale anche perchè, trattandosi di categorie povere, ci si ruba il lavoro l’un l’altro, se possibile.
Questo compito di unire gli artisti e condividere diritti e tutele attualmente lo fa (impropriamente perché non spetta ad esse) le cooperative di artisti… ma non tutte..
Per l’aspetto artistico invece credo che lo sviluppo stia nei progetti: non si deve più vendere un cd o un brano, ma ogni artista deve rappresentare un “progetto artistico” che comprenda un messaggio che vada oltre il cd o il brano musicale. Che abbia all’interno un messaggio chiaro e accattivante per il pubblico, abbia novità, ad elevata qualità e che sia convincente…. La musica che ci circonda è tantissima e crea confusione,  un progetto è molto di più, se sincero e di qualità può tornare a smuovere le folle…  

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Sul FARE e sul PENSARE

Gianni Berengo Gardin
Un pensierino della sera che mi gira nella testa da un po’ di tempo e che coinvolge due arti a cui sono particolarmente legato. Se lo metto sul web diventerà sicuramente immortale…
La musica, e la fotografia hanno avuto in questi ultimi anni una cambiamento tecnologico che ha ad entrambi segnato nuove strade legate al fare. La semplicità e l’immediatezza nell’uso di queste tecnologie ha fatto sì che tutti possano FARE fotografia e FARE musica. Tutto questo mi sembra abbia creato un calo verticale del contenuto di entrambi le arti che assieme ad un consumismo di immagini e audio ha fatto il resto, banalizzando oggetti d’arte ormai storici, spesso decontestualizzandoli e rendendoli quindi dei cadaveri. Berengo Gardin (se non sbaglio la fonte…) diceva che la differenza tra il fare fotografia 20anni fa
e oggi è che allora PRIMA si pensava POI si scattava, mentre adesso è il contrario. Sono sicuro che questa nuova prospettiva darà frutti nuovi e non voglio di certo fare valutazioni nostalgiche, vivo il presente, mi incuriosisce e mi sta bene com’è, ma mi pongo delle domande, cerco di leggere il presente attraverso le carte del passato e sono sicuro che si dovrebbe FARE molto meno e PENSARE molto di piu’….

Piu’ faccio questo lavoro e piu’ trovo indispensabile cercare di “riempire”  la musica che produco di pensieri, cercando di scovare sempre il “punto critico”, quello che puo’ dare la possibiltà ad un prodotto di diventare, se non arte, almeno espressione.

Se il processo del fare passasse attraverso il pensare, sicuramente avremmo meno spazzatura e piu’ qualità anche se questo so che cozza con il concetto che l’accesso al progresso e alla tecnologia  sono cose che hanno a che fare con la democrazia. Forse il problema è che il consumismo spaccia per democrazia quello che in realtà è mercificazione? Ma questa è sicuramente un’altra storia

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Intervista a InSound

Nell’estate di quest’anno Piero Chianura, direttore di InSound mi è venuto a trovare con l’intenzione di fare una intervista sulla mia attività. Non vuole essere un promo personale (anche se lo è) ma riporto la cosa perchè in parecchie parti, oltre agli aspetti tecnici, spiego cosa penso di questo lavoro e delle implicazioni nella produzione musicale e della filosofia del fare musica.Una volta tanto non faccio parlare gli altri…
L’articolo è scaricabile anche in formato PDF -> QUI

RITMO&BLU
Dove la musica trova accoglienza 
di PIERO CHIANURA
La crisi della discografia ha tolto ossigeno agli studi di registrazione, che si sono dovuti adattare alle nuove esigenze del mercato: massima qualità del servizio al minimo prezzo. In questa condizione al ribasso economico e professionale, molte strutture hanno chiuso e molti fonici e produttori hanno dovuto ripensare al proprio ruolo, non più “dipendente” delle case discografiche. Qualcuno ha deciso di farlo puntando sulla qualità non solo tecnico-professionale, ma anche dell’ambiente di lavoro e dei rapporti interpersonali
La maggior parte degli studi italiani appartiene oggi a fonici e/o produttori che si rivolgono a una fascia molto estesa di utenza medio-piccola, così ben rappresentata dal MEI, la fiera delle speranze, che propone una rete di servizi a una marea di musicisti disposti a spendere il proprio denaro per raggiungere il successo. In un panorama così poco edificante, ci sono realtà caratterizzate dalla sensibilità e dall’intelligenza di persone che preferiscono tenere alta la dignità del proprio lavoro di fonico e/o produttore (la sovrapposizione delle due figure è uno degli effetti di questa crisi) nel nome della qualità tecnica, artistica e di relazione interpersonale. Tra queste realtà c’è il suggestivo studio di registrazione Ritmo&Blu di Stefano Castagna, ricavato dalle stalle di un’antica cascina situata a Pozzolengo, vicino al lago di Garda.
Prima di raggiungere lo studio per fare quattro chiacchiere con Stefano, mi collego al sito Ritmo&Blu per leggerne la presentazione ufficiale: “Uno studio fatto di macchine e persone che si incontrano e che cercano di sviluppare l’unicità che sta in ogni progetto. Se da una parte il progresso tecnologico ha diminuito il costo degli strumenti per la produzione musicale, dando la possibilità a tutti
di potervi accedere, dall’altra ha uniformato i risultati, standardizzando le sonorità e gli obiettivi finali: quello che cerchiamo di fare è di rompere
questo standard”. Con queste premesse è probabile che ci soffermeremo ben poco sulla scheda tecnica delle apparecchiature (comunque presente sul sito dello studio insieme ai servizi offerti). 
ISRaccontami qualcosa del tuo percorso. Come sei arrivato all’attuale studio Ritmo&Blu?
Castagna – Gestisco questo studio da più di vent’anni. Inizialmente la sede si trovava in una zona sul confine tra Mantova e Reggio Emilia e con il mio primo socio affittavamo lo studio ai gruppi della zona. Allora bazzicavano personaggi come i Nomadi, i CCCP, Ligabue, ecc. Poi mi sono trasferito e ho cominciato a dedicarmi sempre più intensamente al mercato estero con produzioni di carattere commerciale, soprattutto per il mercato asiatico. Si trattava di una specie di crossover tra dance e pop, un ambito sul quale lavoriamo ancora oggi sul mercato esclusivamente giapponese. Di fatto, questo lavoro è quello che ha mantenuto in piedi tutta la struttura dal punto di vista economico. Negli anni abbiamo rinnovato lo studio più volte. Prima era tutto completamente analogico, poi nel 2001 abbiamo pensato che fosse tutto troppo vecchio e così ci siamo rivolti al digitale prendendo il Neve Libra che si trova ora nell’altro studio usato per il mastering. In quel momento era molto adatta per quello che dovevamo fare perché era veloce e pratica, con un aspetto industriale da non sottovalutare. Tre anni fa è accaduto che ho sentito la necessità di ritornare all’analogico, non per esigenze di mercato ma per divertimento e soddisfazione personale. Ho voluto riappropriarmi del mio linguaggio originario indubbiamente legato al mondo analogico. Così abbiamo cominciato a riacquistare outboard analogici tipo Lexicon, UREI, Eventide e, poiché era complicato interfacciarli con il banco digitale, sono andato alla ricerca di un banco analogico. Con l’aiuto di un tecnico autorizzato SSL sono riuscito a trovare un paio di occasioni, una in Germania e una in Inghilterra da Mark “Spike” Stent, fonico di Muse, Massive Attack, Radiohead, Bjork, Oasis e U2, con il quale ho fatto una trattativa lunghissima per comprargli alla fine la SSL 6072-G che abbiamo ora qui in regia principale. Si tratta di un Solid State Logic a 72 canali del 1991, completamente analogico e con prestazioni incredibili dal punto di vista della qualità, velocità di utilizzo e funzioni. Ora in questo studio è possibile decidere se registrare su supporto digitale (hard disk o Radar 48 tracce) o analogico su Otari Mx80 24 tracce. Come monitor usiamo Genelec 8050A come riferimento principale, insieme a Genelec 1031A e Yamaha NS10 (con accanto le classiche piccole Auratone 5C). Incassate nella parete ci sono anche due QSC con sub che usiamo molto poco, solo per muovere un po’ l’aria quando vogliamo spettinarci un po’.
ISUna volta il biglietto da visita di uno studio di registrazione era la scheda tecnica. Le apparecchiature definivano inequivocabilmente la qualità dello studio e sulla base di quelle si sceglieva quale fosse il più adatto. Oggi le cose sono un po’ cambiate. Gli studi sono fatti soprattutto di persone che sanno usare apparecchiature più o meno standard.
Castagna – Posta una qualità di base negli ambienti dello studio e delle apparecchiature, la differenza la fanno le persone. Le difficoltà di questo lavoro, sia di carattere economico sia di prospettiva del futuro, mi hanno spinto a cercare un contatto con le persone. Io non mi ritengo un fonico nel senso canonico del termine, la produzione è forse la cosa che più m’interessa in questo momento. Ora il mio obiettivo è trarre soddisfazione e divertimento nel mio lavoro anche sperimentando nelle soluzioni tecniche. Amo lavorare con gli echi e coi riverberi, cose che si usavano molto negli anni Ottanta, ma che negli ultimi anni sono scomparsi. Ora si mette tutto in faccia. Io invece ho sempre avuto il piacere di spostare gli strumenti nello spazio. Per questo amo molto il Lexicon 224XL. Già il System 6000 è troppo bello e preciso. Anche quando registro le parti, tendo a considerare sempre l’effetto. In fase di mix mi piace molto riamplificare gli strumenti, ma non come si fa tradizionalmente sulla chitarra. Per esempio, recentemente abbiamo dovuto lavorare su un rullante risultato un po’ povero in registrazione e così lo abbiamo fatto passare in un amplificatore Yamaha per chitarra coricato per terra, con messo sopra un rullante appoggiato su un supporto, in modo da microfonare sia il suono riamplificato che la vibrazione meccanica del tamburo stesso. Un’altra cosa che mi è capitato di fare è stato ottenere un suono più profondo di cassa realizzando il classico tunnel di due casse, ma posizionando all’interno un rullante microfonato così da avere sulla traccia della cassa anche il suono della cordiera. Il problema della ripresa separata degli strumenti della batteria, infatti, è che tipicamente sparisce la vibrazione della cordiera dal suono globale. Così l’ho ricreata artificialmente. Ecco, sono questi esperimenti che amo fare in modo da creare un suono molto personale fin dalla ripresa microfonica. Io e il fonico che lavora con me, Christian Codenotti, siamo focalizzati su questo modo di lavorare.
ISScegli tu con chi lavorare o accetti un po’ di tutto?
Castagna – Il mio approccio al lavoro che mi viene sottoposto è di due tipi. Capitano quei lavori di cui m’innamoro, come quello di Angela Kinczly che ho deciso di produrre in prima persona o del duo dei siciliani Corimè, che avevano registrato tutto a casa e quando mi hanno fatto ascoltare il loro lavoro da mixare mi sono commosso. Sapevo che non avevano un budget illimitato e che il lavoro sarebbe stato un po’ complicato. Così ho confidato nella loro onestà e gli ho detto che avrei accettato la cifra che avevano a disposizione. Alla fine per me è importante essere orgoglioso delle produzioni che faccio ascoltare a chi mi viene a trovare in studio. L’altro approccio è più commerciale. Spesso però ho a che fare con gente giovane e un po’ ingenua, che mi fa anche molta tenerezza. Nessuno di loro ha un budget decente per poter entrare in studio, però c’è un aspetto del mio lavoro, che chiamerei propedeutico, che mi fa decidere di accoglierli nel mio studio purché siano disposti a fare un compromesso con me per investire in un’esperienza importante per il loro futuro. Può accadere che domani possa tornare in studio con un budget adeguato o che semplicemente parlerà bene di me e del mio studio.
ISIn questo periodo di crisi per tutti, dare spazio a musiche di qualità o offrire la possibilità ai ragazzi di fare esperienza, mettendo in secondo piano le ragioni economiche, purché tu ne tragga soddisfazione personale, vale come investimento. Altri studi stanno semplicemente chiudendo. Non hai mai pensato di specializzarti in produzioni musicali che suonino con delle caratteristiche comuni riconducibili al sound del tuo studio?
Castagna – Se ti riferisci a un’impronta tipo quella delle produzioni ECM, non credo che m’interessi una cosa del genere. Credo invece che l’impronta del mio studio sia più data dal processo della produzione che dalla produzione in sé. È il processo di registrazione e costruzione dei suoni a essere molto simile in tutti i miei lavori, soprattutto quando gli artisti mi danno spazio per metterci del mio.
ISSiamo arrivati a parlare della figura del produttore oggi sempre più coincidente a quella del fonico. Entrambe queste figure sono oggi in sofferenza, ma quella del produttore in particolare fa molta fatica ad affermare una propria idea di suono che possa rivelarsi vincente nell’asfittico mercato discografico, anche perché le band, dal canto loro, sono diventate così critiche nei confronti della tradizionale struttura discografica da rifiutare ogni ingerenza del produttore. Un produttore si fa carico di musicisti che non gli permettono di mettere la propria mano sul prodotto.
Castagna – Per me la possibilità di metterci la propria esperienza è la condizione di base perché un produttore possa lavorare sul progetto di una band. Oggi non sono certo che esistano molti produttori italiani di caratura tale da guadagnarsi la fiducia dei musicisti. D’altra parte credo che un produttore debba accettare di lavorare su progetti dove sente di poter dare un contributo vero, non accettare un lavoro perché non ci sono altre opportunità. Altrimenti si finisce per applicare i tipici trucchi da produttore. Forse è per questa ragione che io devo provare un’emozione prima di mettermi in gioco in una produzione, anche se non è la mia musica. Un atteggiamento che ho tipicamente sulle produzioni che faccio è proprio quello di cercare soluzioni non conformi al modo in cui si tenderebbe a produrre quel genere di musica. Quando poi un genere non mi appartiene, il mio divertimento è spostare l’attenzione su elementi inaspettati. Il fatto è che, poiché il mercato non offre opportunità di guadagno reale ai musicisti, questi finiscono per non poter pagare neanche il produttore oltre che lo studio di registrazione…
ISÈ per questo che un produttore coinvolto in un progetto musicale finisce per investire completamente nell’artista sperando un giorno di scoprire almeno che ne è valsa la pena?
Castagna – Sì e in questi casi finisce per affrontare nuovi problemi legati alla promozione, al booking, tutte cose che non ha mai affrontato prima. È così che ti rendi conto di quanto il mondo della musica in Italia sia così piccolo, e di quanto si facciano battaglie pazzesche per niente. In Italia ci sono un sacco di realtà che sfruttano la situazione, un mercato di videomaker che si propongono di fare i video agli aspiranti artisti, una marea di uffici di promozione che offrono servizi standard che non servono a nulla e cose del genere. Sono tutte entità che, alimentando le speranze dei musicisti, recuperano direttamente dalle loro tasche il denaro che hanno perso con la discografia.
ISLa famosa fascia intermedia e molto numerosa di musicisti che aspirano a diventare famosi e perciò si affidano a intermediari pieni di promesse. Però, in questo momento, nessuno può garantire il successo…
Castagna – Nessuno fa più discografia. Tutti fanno un percorso basato sui soldi mentre bisognerebbe ricominciare a fare un percorso tra persone che condividono un progetto in cui credono. Quando ho parlato del progetto di Angela Kinczly con un ufficio stampa piuttosto importante, gli ho chiesto di non farmi spendere soldi se riteneva che l’artista non meritasse. Invece, gli avrei persino dato metà delle edizioni se avessero voluto promuoverla perché la consideravano degna. Oggi tutti offrono servizi a pagamento sbandierando grande disponibilità e altruismo come se ci fossero un sacco di possibilità. A un mio amico musicista è capitato di ascoltare in una trasmissione radiofonica l’intervento del responsabile del MEI (Giordano Sangiorgi, NdR), che raccontava della situazione del mercato italiano e delle opportunità offerte da Internet come se si trattasse del paese della cuccagna. Uno che non vive questo mercato e ascolta interventi del genere si fa un’idea totalmente sbagliata della realtà. Non ci vuole molto per capire che il nostro è un settore fermo in cui non gira denaro, a partire dai musicisti che fanno fatica a farsi pagare un concerto.
ISChi organizza fiere deve puntare sulle esigenze degli espositori alimentandone le speranze, anche quando la realtà è tutt’altro che positiva. Sta accadendo lo stesso con il mercato delle apparecchiature da studio. Il ripensamento di molti studi sulla apparecchiature digitali ha fatto pensare ad alcuni costruttori che si potesse aprire un nuovo spazio di mercato per le apparecchiature analogiche. Si tratta probabilmente anche qui di speranze alimentate dai produttori nei confronti degli studi, i quali sono portati a pensare a loro volta che ritornare al mondo analogico possa aprire loro nuove opportunità di lavoro. L’intensa produzione di outboard analogici che caratterizza questo periodo fa parte del meccanismo di competizione tra studi ed è indipendente da reali opportunità del mercato.
Castagna – Se osservo la nostra realtà, vedo un mondo che lavora in nero, che non ha una visibilità “ufficiale” e che fa di tutto per risparmiare un euro. Chi è a un certo livello deve abbassarsi per mettersi in concorrenza con i più piccoli. Negli studi di registrazione accade lo stesso. Così, alla fine, non c’è più differenza a livello di tariffe tra uno studio di registrazione con macchine di un certo costo e personale di una certa esperienza e uno studio con apparecchiature e tecnici mediocri. Al di là che io possa insegnare a usare un compressore, quello che conta è l’esperienza di averlo usato in un sacco di situazioni diverse. C’è una storia di relazioni tra persone che fa la differenza tra uno studio fatto di persone ancora prima che di macchine.

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Un po’ di libri PARTE 2

Come promesso un’altra terna di libri il cui argomento è la musica. Mi sono anche accorto che ci sono parecchi libri che ho letto gli anni scorsi sulla musica che sarebbe interessante rileggere adesso per vedere, a distanza di anni, cosa è successo. Uno tra tutti, con un titolo che è tutto un programma, è “Futuri Impensabili”  di Brian Eno. Lo rileggero’ e vediamo che effetto mi fa oggi.                    Per il momento:

 Luca Trambusti- CONSAPEVOLEZZA- gli Area, Demetrio Stratos e gli anni settanta – ARCANA 2009

La parola d’ordine? “Abolire le differenze che ci sono tra musica e vita”. Per chi ha vissuto quegli anni è una frase conosciuta o quantomeno che racchiude concetti che si vivevano allora. E’ stata per me un’emozione farmi prendere per mano da Luca Trambusti e ripercorrere avvenimenti musicali e storici che quasi non ricordavo piu’. Si perchè questo libro ha parecchie letture: la principale è sicuramente quella che racconta tutta la carriera artistica degli Area, forse il piu’ importante gruppo rock, e non solo, che la cultura italiana abbia espresso, la seconda è l’incredibile esperienza, penso nuova per la discografia di allora (di adesso lasciamo stare), che la Cramps (link 1 & link 2), etichetta capitanata dal compianto Gianni Sassi costrui’ soprattutto assieme agli Area ; un concetto di musica totale, abolire, appunto, le differenze che ci sono tra musica e vita, l’arte come momento di consapevolezza sociale e politica. L’altra grande ed interessante lettura di questo libro (e qui si vede la grande preparazione di Trambusti) è quella storica rivivendo i vari avvenimenti
politici e sociali che hanno sconvolto gli anni settanta in Italia e combinando l’importanza che il Movimento (si con la M maiuscola) aveva sulla cultura giovanile e sulla musica di allora, le stragi di stato, le BR, passando attraverso i vari governi Andreotti. Con questa visione si puo’ attraversare  il post sessantotto, il settantasette fino all’ingresso nell’ industria della musica degli Area (Ascolto/CGD) e la morte di Demetrio Stratos e sullo sfondo vedere cosa la società ha determinato nella musica di questo importante gruppo.
Nel 1978 ho avuto la fortuna di ascoltarli dal vivo a Mantova, al Palazzo della Ragione, con questo libro ho tolto la polvere dai ricordi.
Da leggere anche solo per rievocare uno dei momenti piu’ alti della musica italiana
Qui sotto una video/intervista in cui Luca Trambusti racconta il suo lavoro
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Hoover/Voyno (sarà il nome? sarà il cognome?) – THE NEW ROCKSTAR PHILOSOPHY – Nda Press 2011
La parola d’ordine? “Efficenza!”.
Cos’è tutta questa confusione? fare dischi, fare concerti, myspace, facebook, soundcloud, merchandising, qualche componente del gruppo non fa quello che dovrebbe? dagli una multa! il concetto di amicizia di facebook esteso al mondo reale. Un consiglio degli autori: fate amicizie, farà bene (al vostro gruppo) e al vostro karma.
Il lato buono di questo libro? Fotografa e organizza il mondo attuale della comunicazione attraverso i mezzi del web (tutti, nessuno escluso, vi dice anche quanti Tweet dovete fare al giorno!), da’ consigli su come organizzare una band (dividere le competenze, gestire il lato amministrativo, creare un band day per rafforzare la comunione d’intenti ecc..), abitua i musicisti ad una certa consapevolezza (niente a che vedere con il libro sopra pero’…) e insegna a creare strategie per acquisire fans/clienti.
Il lato cattivo? L’altra sera ho assitito ad una serata d’ascolto organizzata dalla Scuola di musica del Garda su Frank Zappa. Relatore d’eccezione Carlo Boccadoro, che, grande conoscitore dell’ opera di Zappa, ci ha intrattenuti per quasi due ore raccontando mille cose di questo grande autore del ‘900. Ora, dico questo cercando idealmente di immaginare cosa avrebbe pensato uno come Zappa di un manuale del genere che genera consigli per omologare la creatività: quando le invenzioni di uno diventano la prassi di molti la cosa non credo funzioni piu’. I tempi cambiano e cambiano i mezzi per arrivare dove il nostro sogno ci porta, e i nostri sogni cambiano di conseguenza in base ai mezzi che abbiamo. Spesso pensare alla musica diventa pensare ai social media, al video che dovremo produrre e quant’ altro. Niente di male naturalmente, purchè per far questo non ci dimentichiamo il vero motivo per cui tanto ci si da’ da fare. Un manuale in uno stile razionale per chi vuole capire come muoversi attraverso questa apparente moltitudine di possibilità. Resto un po’ perplesso dall’ introduzione che Manuel Agnelli (massimo rispetto) fa al libro. Da un intro del genere mi aspettavo un altro e piu’ alto contenuto. Scomodare Michelangelo, Leonardo e la loro committenza è forse un po’ troppo per arrivare a concludere che:
(…) se siamo sinceri, al di la’ dei credo e dell’ etica posticcia, se produciamo oggi un supporto o un servizio per venderlo a qualcuno, in qualsiasi ambito, APPARTENIAMO COMUNQUE AL SISTEMA DI PRODUZIONE CAPITALISTICO OCCIDENTALE (maiuscolo nel testo originale). Stiamo vendendo una merce. Non importa a chi e perchè. E’ sempre mercato.(…)

Non so, sono perplesso: ma se tutto è merce Frank Zappa è come Malgioglio?

Ho ancora una visione romantica della musica e malgrado i tempi siano cambiati penso non si debba mai dimenticare quale sia il nostro obiettivo principale. Vi invito a vedere questo frammento di Crazy Heart con il grande Jeff  Bridges, la semplicità., spesso, ti riporta i piedi per terra:

Chissà perchè sulla copertina c’è un’ audiocassetta?

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Joe Boyd – LE BICICLETTE BIANCHE – Odoya 2010
Lascio per ultimo il libro che piu’ di tutti riesce a comunicare il grande senso di libertà, genio e perchè no anche sregolatezza che la musica e il mondo che le gira intorno puo’ generare. Se nel libro di Trambusti sugli Area, la sensazione che rimane è che quegli anni in Italia siano stati veramente duri dal punto di vista culturale e sociale, in cui il Movimento non eccelleva sicuramente per “leggerezza”, in questa scorribanda negli anni ’60 (ma anche ’70 e ’80) si percepisce in pieno la grande libertà e le infinite possibilità che la musica giovanile offriva e la formula narrativa di Boyd riesce a “dipingerti” un mondo molto chiaramente anche se spesso ci si ingarbuglia in un’infinità di personaggi e situazioni che per Boyd sono fondamentali per legare questo lungo racconto. Cosa sia stato esattamente Joe Boyd è difficile da definire: organizzatore di concerti, tour manager, produttore artistico e cinematografico, i rapporti di Boyd con la musica sono molteplici e in tutti i casi raccontano una storia lunga decenni e che tuttora continua. Le otto pagine alla fine del libro con l’indice dei nomi delle persone citate dà un’idea delle sue frequentazioni, e per ognuno di questi nomi c’è una storia. Dai bluesman Lonnie Johnson e Sleepy John Estes (spassosi gli episodi in cui Joe, suo fratello e un amico, li scritturano improvvisandosi impresari) ai Pink Floyd (Boyd spiega anche da dove realmente viene questo nome…) dall’ Ufo Club, il locale centro della psichedelia londinese, ai Soft Machine attraverso la Hannibal Recors, la sua etichetta discografica fino ai Fairport Convention. 
Conosco Joy Boyd per aver letto il suo nome sui dischi di Nick Drake nel cofanetto che usci’ nel 1979 (comprato allora, non la settimana scorsa su Ebay :-)) che conteneva i suoi tre dischi assieme, era (allora) l’unico mezzo per potersi ascoltare Drake. Sono usciti parecchi libri su questo musicista che raccontano i suoi inizi e la sua fine (tra i tanti segnalo ” Le provenienze dell’ amore” di Stefano Pistolini) e naturalmente Boyd riserva un capitolo in cui è evidente il tentativo di non lasciarsi troppo trasportare emotivamente dalle vicende di Drake ma cercando di dare un quadro esaustivo di quello che è accaduto, raccontando, con il sufficente distacco, il suo rapporto con questo autore cosi’ poco considerato in vita e cosi’ amato dopo la sua scomparsa. L’immagine e i racconti su Drake che Boyd dà in questo libro aggiungono non poco alla conoscenza di questo musicista, chi ama Drake non puo’ perdersi questo capitolo.
Mi ha molto divertito leggere gli appunti di Boyd sugli aspetti tecnici del fare musica. Rievoca i fasti degli studi Sound Techniques raccontando aneddoti e curiosità, con la collaborazione del fonico John Wood il cui motto era “i dischi hanno il suono che si meritano”. Di Wood il suono dei dischi di Drake che dopo aver lavorato a produzioni anche importanti negli anni ’70 si è ritirato in Scozia aprendo un albergo… 
Il grande dibattito di questi anni sulle convenienze dell’analogico rispetto al digitale vengono ammazzate da una frase di Boyd in cui vede il problema per il passaggio dalla registrazione da 16 a 24 tracce:
 (…) prima che io me ne andassi in California, inizio’ il declino: qualche furbacchione scopri’ come stringere ventiquattro piste in un nastro da due pollici che prima ne teneva sedici.(…) Il suono migliore di tutti, naturalmente, è quello direttamente stereofonico, senza missaggio, senza sovraincisioni, e non digitale.

…qualche furbacchione…
Libro da leggere se vogliamo avere qualcosa da dire sul fare musica.

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Rispondere alla crisi con il confronto

Sempre alla ricerca di confronti con esperienze diverse mi sono imbattuto in Salvatore Addeo, fonico e produttore di Lecco proprietario dell’ Aemme studio con all’ attivo un’esperienza soprattutto con il mercato americano. Salvatore mi ha segnalato alcuni punti che pensa siano “critici“ in questo momento nella produzione musicale in Italia. Anche lui come me avverte, nell’ uso della tecnologia, non solo un mezzo tecnico ma anche una filosofia del lavoro stesso e fa del confronto musicista/fonico/produttore, un momento importante di crescita sia personale che artistica.

Ho iniziato facendo gavetta in uno studio come assistente. Erano gli anni novanta, periodo che coincideva con la disponibilità dei primi software per la registrazione e mi sono ritrovato a far la spola tra il mondo analogico nello studio con cui collaboravo, ed il digitale, nel mio piccolo studio, e ho avuto la possibilità di ampliare il mio bagaglio di conoscenze facendo il free lance in alcuni studi del sud Italia, fino ad arrivare alla decisione di trasferirmi a Lecco dove ho aperto un piccolo project studio all’interno del quale ho iniziato a coltivare la mia figura di produttore. Nel momento in cui mi sono sentito pronto, certo delle mie qualità di producer e sound engineer, ho scelto di aprire uno studio di alto profilo e confrontarmi con il mercato professionale.

Sono cresciuto con le musicassette e con il mito dello studio di registrazione, suonavo in un gruppetto e ricordo che l’accesso agli studi in quegli anni (anni ’90) non era una cosa così semplice come lo è adesso, anzi, era qualcosa di quasi irraggiungibile.
Se poi si riusciva finalmente ad accedervi, si aveva un enorme rispetto per ciò che si stava facendo e per chi ci lavorava. Quando ho iniziato a fare questo lavoro a livello professionale, (periodo che coincideva con il boom del digitale), ho visto questa cosa pian piano svanire. Penso che l’avvento del digitale in primis abbia allontanato gli artisti dagli studi professionali, e di conseguenza gli artisti, realizzando la maggior parte delle produzioni “in the box”, abbiano perso via via quelle sonorità rotonde e profonde tipiche della tecnologia analogica.

Adesso la maggior parte dei musicisti che si avvicinano a questo mondo, grazie anche a tutte quelle informazioni trovate su internet, hanno l’impressione di essere degli esperti navigati, ma rimanendo chiusi nei loro project studio stanno perdendo una cosa importante: il confronto tra il musicista e il tecnico-produttore. Sembra si sia perso il concetto dello studio come posto in cui ci si puo’ confrontare per crescere, soprattutto artisticamente. Credo che il confronto sia indispensabile. Oggi solitamente l’artista è compositore, esecutore, sound engineer, producer e a volte anche tecnico di mastering , vi sembra possibile che possa affrontare  tutti questi passaggi  al meglio? Nel processo di produzione di un prodotto professionale non basta solo aver i plug-ins giusti , ma bisogna mettere in gioco anche esperienza, background ed in ultimo, macchine di un certo livello.

Lavorando per il mercato americano noto che il modus operandi del fare musica è ancora legato a certi standard ben definiti: macchine analogiche, personale qualificato, tempi di realizzazione medio lunghi, produzione artistica, ricerca ecc. Lo studio professionale opera ancora un ruolo importante garantendo al mercato americano uno standard qualitativo alto.

Ma tutto questo li’ è ancora possibile perchè gli artisti hanno ancora un budget da destinare alla produzione, capendo che questa è una fase importante e irrinunciabile.

Anche la discografia in America soffre di questa crisi ma le dimensioni del loro mercato unito ad una specializzazione delle varie fasi di lavorazione di una produzione fa si’ che il “prodotto musica” sia ancora qualcosa che procuce qualità e quindi mercato.

Personalmente per far conoscere un certo modo di far musica e far capire che reale valore aggiunto può portare ad un progetto uno studio professionale, ho aperto le porte del mio studio attraverso varie iniziative, cercando di far conoscere un certo modo di far musica per cercare di sensibilizzare alla qualità la generazione attuale di artisti 

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Un po’ di libri PARTE 1

In questi mesi ho letto alcuni libri il cui argomento principale è la musica. Lungi da me l’idea di fare il critico, la mia vuole solo essere una serie di segnalazioni, con qualche appunto. Sono sei libri che suddividero’ un due post.

Luca Stante- LA DISCOGRAFIA IN ITALIA
Editrice ZONA – 2007

Un libro preciso, scientifico e asettico, scritto con i guanti dell’economista prima ancora che del discografico, che cerca di analizzare come funziona e come è organizzato il mercato del disco e della musica in Italia.  Spiega bene di quanto sia strutturato e complesso questo mondo, dal marketing alla distribuzione per poi passare attraverso il problema della pirateria. E’ un libro scritto qualche anno fa e ho avuto l’impressione che il web non sia ancora considerato come una realtà che, nel bene e nel male, sta capovolgendo  molti dei meccanismi qui raccontati.. Presumo sia stato scritto (supposizione mia) precedentemente all’anno di uscita visto che nelle note di copertina non figura l’ attuale occupazione dell’ autore come “managing director” di Zimbalam, un’etichetta dedicata agli emergenti (che pur essendo una categoria di squattrinati resta
quella con maggiori energie autopromozionali) una filiale italiana della francese Believe Digital. Interessante la sua presentazione al MEI 2009 in cui Stante spiega cos’è questa piattaforme digitale. Dico interessante perchè è evidente il cambio di rotta della discografia: la casa discografica non è piu’ quella che crea e investe sugli artisti, ma produce servizi a pagamento e crea opportunità in cui la crescita è in mano all’artista stesso, ma qualora qualcosa funzionasse:

…diciamo che il digitale viene usato semplicemente come un test di mercato….come sapete gli artisti emergenti sono tantissimi pero’ in effetti non tutti possono definisrsi dei veri artistinoi diamo l’opportunità di farsi vedere a tutti naturalmente poi investiamo sui migliori…

 
Se cercate storie di vita vissuta, prospettive e ipotesi sul futuro non è il libro per voi. Decisamente agli antipodi rispetto a “The New Rockstar Philosophy” di parlero’ nel prossimo post.

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Chiara Caporicci – MUSICA INDIPENDENTE IN ITALIA
Editrice ZONA – 2010
Un altro libro della Editrice Zona, un altro vinile in copertina (chissà cosa significa…). Un ampliamento di una tesi di laurea (che Chiara mi ha gentilmente autografato prima di spedire) che chiarisce alcuni punti generali del mercato discografico partendo da una breve storia della musica e della cultura giovanile attraverso Theodor Adorno per arrivare alla parte che a me è risultata piu’ interessante e che da il titolo al libro. E’ stato interessante scoprire che già dal 1958 in Italia c’era il desiderio di “uscire” dagli schemi della produzione come nel caso del movimento Cantacronache che faceva riferimento a quella che è stat la prima etichetta indipendente italiana, la torinese Italia Canta:

 …cio’ che divenne importante furono tutti i temi legati al territorio e alla società, il reperorio popolare di base e quello politico. I modelli negativi di questo movimento erano la canzonetta, il Festival di   Sanremo e la Rai televisione.

Forse Chiara potrebbe darci un seguito di questo volume uscendo dallo schema della tesi. Credo che l’esperienza delle etichette indipendenti in Italia possa avere storie da raccontare che potrebbero essere utili per capire meglio il nostro (difficile) presente. Dico questo perchè dopo la lettura del capitolo specifico avrei voluto saperne di piu’, a quando un approfondimento?

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Graham Jones – IL 33° GIRO gloria e resistenza dei negozi di dischi
ARCANA – 2011

Ribadisco che non voglio fare il critico ma solo segnalare delle letture,  ma questo libro è proprio bello. Forse perchè asseconda la mia necessità di ascoltare delle storie, ma Graham Jones ti prende per mano e ti accompagna attraverso un mondo che sta scomparendo, segnalandoti aneddoti bizzarri e divertenti raccolti tra i negozi di dischi del Regno Unito e le grandi catene di distribuzione e raccontando di meccanismi non proprio puliti adottati dalle major per imporre i propri artisti nelle classifiche di vendita. E’ veramente un libro sulla “resistenza” e su come ci si puo’ ingegnare per affrontare un mondo che cambia. Temo come la peste l’effetto nostalgia ma sapere da dove veniamo è importante, magari non capiamo dove andremo ma sicuramente scopriamo perchè siamo qui. Per ogni scelta che il mercato ci impone ci sono almeno un paio di cose che cambiano il nostro mondo, e non sempre in meglio.  Sarei curioso di sapere cosa ne pensa di questi racconti chi non ha vissuto il periodo d’oro dei negozi di dischi, che impressione possono fare queste piccole storie di persone e luoghi, il non luogo del digitale è proprio lontano…
Un libro che mescola divertimento e amarezza. Citando Amarcord di Fellini, “…mi è piaciuto e ho pianto tanto…”

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Perchè si fa questo mestiere? Come dice Paolo "Perchè qualcuno lo deve fare!"

In questa valle di lacrime continuo ad incontrare persone che si arrabattano per poter mantenere vivo con entusiasmo la passione della musica. Questa volta ho chiesto all’amico Paolo Bruno, già attivo su questo blog, di raccontarci la sua esperienza in più’ di 20 anni di frequentazione dell’ambiente musicale con un occhio particolare per la musica prodotta a Brescia e dintorni. Paolo è il titolare di un negozio di dischi/cd  in via Tartaglia, 49c a Brescia, appunto, e gestisce una label che da parecchi anni supporta gli artisti emergenti bresciani e non, dando loro la possibilità di essere pubblicati e promossi. In questo periodo sto’ condividendo due produzioni con Paolo: Giovanni Peli e Newdress le cui uscite sono previste con il nuovo anno. Le vie per cercare di mantenere vivo il mondo della musica indipendente si sprecano…

Stefano mi chiede come va e di raccontare “la storia della mia vita”. Qualcuno che mi sta leggendo mi conoscerà già (spero) e qualcun altro si chiederà chi io sia.
In questo giorni mi è stato giustappunto chiesto di scrivere una breve biografia da utilizzare come presentazione di una strana “conferenza incontro ” che terrò a Leno (BS) per i giovani dell’associazione Epicentro. Mi considero un giovane (concedetemelo) affatto precoce per quanto riguarda la mia vita nella musica.
Ciononostante, non essendo dotato di senso del ritmo e/o dell’accordo, ho fatto tutto (o quasi) quello che stà attorno alla musica: dall’organizzare concerti, al costruirli come tecnico, dal “giornalismo musicale”, al produrre dischi.
Affatto precoce perché  fino ai miei 17 anni compiuti  ero uno che ascoltava e poco i cantautori dei tempi: Bennato e Guccini , un pò di PFM, conosceva qualcosa  dei Beatles e di Bob Dylan  ma fondamentalmente
poteva essere considerato un  frequentatore superficiale della musica.

In realtà mi capita a volte di ricordare singolari episodi  precedenti al luglio del 1980  che mi ricollegano alla musica in maniera sicuramente diversa dai miei coetanei di allora ma in quell’estate successe qualcosa che posso veramente dire mi ha segnato nel più profondo .

In quell’estate “la mamma” mi mandò a London a “studiare l’inglese”. Il problema è che sui muri, nelle strade e nei locali  quello era il momento della grande svolta della musica: dopo il terremoto del punk nasceva la
“nuova onda” e più della lingua imparai il sound.
Quando respiri quell’aria à difficile poi dimenticarsela e non parlo solo dei suoni e dei ritmi ma del modo di autorganizzarsi e di autopromuoversi di quella musica. Sulle staccionate dei cantieri vedevi accanto ai patinati manifesti del tour di Rod Stewart strani volantini fotocopiati, fatti con ritagli di giornali  che pubblicizzavano qualcosa che andava ad accadere a Croydon,  nel sottoscala o nello squat di qualcuno.
L’ho fatta lunga perché da lì ho capito la portata rivoluzionaria della musica ed è da lì che ho imparato il Think Global Act Local  e l’importanza di rapportarsi  con la musica nel proprio territorio.
Ecco perché dopo un lungo percorso ho fondato un associazione BandSyndicate che si occupa di promuovere tutti gli artisti della nostra grande provincia bresciana e farli conoscere al fuori di un ambito locale.
Qualche anno fa teorizzavo che a fronte dell’enorme numero di aspiranti musicisti che oggi si propone al pubblico si sviluppasse la nascita di fenomeni dall’identità assolutamente locale e localistica;  questo processo sembrerebbe aver subito un rallentamento  ma  comunque lo vedo come un passo inevitabile.
Siamo talmente globalizzati  che un musicista trova la sua ragione di esistere in 25 (o meno)  estimatori sparsi su tutto il pianeta e sogna di vivere di quello; ma il musicista che vuole e vorrà trovarsi un riscontro  economico in grado di farlo sopravvivere dovrà organizzarsi  su rete locale.
Attenzione!!! Stiamo parlando di show- business e del fatto (incontestabile)  che sempre più  giovani vedono la musica, sia come artisti che per tutti gli altri ambiti che la circondano (vedi Ste che il discorso riguarda anche i tecnici), come possibile fonte di reddito o di impiego e il costo della tecnologia da una parte e un minimo know how dall’altra  sono facilmente accessibili a qualsiasi livello.
Il post-punk sfrutto’ un primo scatto nella scala dello sviluppo tecnologico riuscendo così a scavalcare il peso di produttori che non riuscivano più a comunicare con le nuove generazioni ed il disagio del tempo.
Ma il discorso su come quella stagione musicale riuscì forse per l’ultima volta a sconvolgere e ribaltare le regole del commercio della musica lo faremo magari una prossima volta.
Da qualche anno  mi occupo anche di produzioni discografiche ed ho affiancato al negozio di musica (e parlo di Musica e non di intrattenimento da classifica; quindi mi occupo di pop, rock, jazz  ma comunque musica alternativa a quella delle grandi catene commerciali)  ho affiancato la produzione di alcuni  amici  che ritengo  meritino di essere un poco più conosciuti.
Pubblico due/tre cd all’anno oltre a cose minori e qualcuno mi dice che sono bravo perché oltre alla stampa pago la masterizzazione, il grafico per lavorare alle copertine e sopratutto l’ufficio stampa che seguirà la promozione; contribuisco al lavoro  di  reperimento concerti  e a volte pago anche le inserzioni pubblicitarie, i video e cose di questo tipo.
L’ investimento che dedico al disco può raggiungere il ricavato totale dato dalla vendita della prima tiratura; potete farvi due conti ….Il problema è che con tutti gli sforzi  possibili si vende meno di un terzo della tiratura fatta e ridurre la tiratura comporta degli aggravi di costo.
E allora perché farlo? Esattamente non lo so;  probabilmente per buttare via un pò di soldi  ma anche perché qualcuno lo deve fare. Questi li chiamiamo dischi  ma in realtà non lo sono. La soglia che divide “l’esistenza”  di un gruppo o musicista dal “nonessere”  è salito  vertiginosamente e continua a salire.
Negli anni ’80  ho trasmesso in molte radio, prima a Radio Brescia Popolare poi a Radio Onda D’urto  occupandomi proprio dei musicisti  underground di quegli anni. Ci arrivavano cassette da ogni dove, le più erano registrazioni casarecce fatte con un microfono appeso in mezzo alla sala prove;  poi c’erano quelli che registravano e facevano delle cassette duplicate in fabbrica e poi c’erano quelli che facevano “il disco”, magari  appoggiati da piccole nascenti etichette discografiche.
Oggi le trasmissioni come la mia o le riviste o webzine non prendono neppure in considerazione un cd  che non sia stato registrato in (un qualche) studio, stampato in fabbrica, per una (presunta) etichetta discografica nazionale e seguito da un ufficio stampa  che faccia pressione almeno fino alla messa in onda.
Allora c’erano 10 locali di musica alternativa o comunque disposti a far suonare giovani gruppi emergenti  in tutta la Lombardia ma se ti chiamavi Precious Time (poi divenuti Timoria) e avevi  fatto una cassetta e vinto un importante concorso cittadino suonavi in tutti e dieci; oggi  ci sono 25 locali solo nella nostra provincia ma se non hai avuto un intervista (non la semplice recensione)  sulle riviste musicali ed un agenzia che promuove i tuoi concerti  quasi nessuno di questi ti farà suonare.
 
Ciononostante io continuo, cercando quel qualcosa che possa fare la differenza nel tentativo di far si’ che questi  “poco più che demo”  su cui metto la firma come discografico mostrino una differente qualità non solo nella proposta artistica ma anche nella cura della produzione; non potendo sopportare un peso economico maggiore di quello che già dedico stò sperimentando anche delle coproduzioni, anche se il minor investimento economico genera un minor controllo sulla qualità. Così fra pochi mesi  uscirà il disco di IL RE TARANTOLA ED EMMA FILTRINO  in coproduzione con “La stalla domestica” e poi in primavera vedrà la luce il disco degli HYPER EVEL (progetto parallelo di alcuni  ALTICA) in coproduzione con Buddy Records mentre come produzioni per Kandinsky Records a gennaio pubblicherò’ il quinto disco di JET SET ROGER e, probabilmente in primavera, il cantautore GIOVANNI PELI e il gruppo elettro/pop NEWDRESS.

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Rockstar Philosopy VS Plinio il Vecchio


E’ evidente. Viviamo in un momento di grandi possibilità, sia da un punto di vista tecnologico e sia dal punto di vista della comunicazione. Mai come ora si possono tenere in mano i fili di questo gioco.

Non solo registrare musica è diventata una cosa alla portata di tutti, ma a differenza di anni fa, in cui la procedura era obbligata, ora lo si puo’ fare in svariate maniere e personalmente vedo questo praticamente tutti i giorni. Stessa cosa per la comunicazione e la commercializzazione della musica: fine del monopolio dei meccanismi da parte delle case discografiche per come le abbiamo conosciute, e accesso a tutti, tramite web, alla comunicazione.
Anche di queste cose parlo in una intervista che la rivista InSound ha pubblicato questo mese e che postero’ piu’ avanti.
Sono cambiate le prospettive. Te ne accorgi iniziando la giornata con una notizia riportata dal Fatto Quotidiano – poi ritrovata su parecchi blog – riguardo l’ uscita di “The New Rockstar Philosophy“.

Il libro riassume le esperienze di due blogger canadesi, Hoover e Voyno, nel mondo della discografia attuale e cerca di dare consigli e di sfruttare le opportunità (…che sono infinite…) che il nuovo scenario post CD ci sta offrendo. Secondo l’articolo di Pasquale Rinaldis sembrerebbe “…un manuale da leggere, sottolineare e consultare per orientarsi nella vastità di mezzi e opportunità aperte dal nuovo scenario. L’idea alla base è che questo sia il miglior momento storico per essere un musicista indipendente, ma è necessario ripensare completamente l’approccio al mercato e alla costruzione della carriera musicale.”

Sicuramente parlero’ di questo libro appena uscirà (in ottobre) pubblicato da NDA PRESS e curato da Tommaso Colliva e Claudia Galal.
Oltre alle migliaia di possibilità (migliaia? milioni!) che il mercato e il web ci offrono adesso avremo anche la fortuna che qualcuno ci spiegherà come utilizzarle.
Noi italiani partiremo svantaggiati, i nostri colleghi canadesi avendo per primi letto questo manuale avranno già occupato i posti migliori, pazienza, ci sarà comunque da imparare.
Non so perchè ma dopo aver letto questa notizia continuo a fare un parallelo che sicuramente è eccessivo (ma non so che farci, il parallelo mi viene) con quei personaggi che spesso si vedono nelle televisioni locali, che per modiche cifre sono disposte a darti dei numeri da giocare al lotto con cui TU poi potrai vincere somme favolose. Lo so il parallelo è eccessivo e sono piu’ che sicuro che da questo libro avro’ da imparare, pero’…
Ma la giornata è finita con un’altra notizia. Piu’ che una notizia è una riflessione presa da Naturalis Historia di Plinio il Vecchio in cui si affrontano le differenze tra la pittura greca e quella romana. Mi ha fatto pensare molto a quando con veramente poco si faceva veramente tanto (le osservazioni di Alberto Callegari sono qui molto indicate) e ora, dopo queste riflessioni sulle mille opportunità di oggi, mi viene naturale riportarlo paro paro: “Con soli quattro colori compirono quelle opere immortali che tutti conoscono, i famosissimi pittori Apelles, Aetion, Melanthios, Nikomachos, quando uno solo dei loro quadri veniva acquistato colle entrate di tutta una città. (…) Tutte le cose migliori si ebbero allora, quando meno risorse v’erano. E cosi è, perché, come ho detto sopra, ora si apprezza il valore delle cose. non quello dell’animo.”

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Great Expectations e Indie Business, ma per chi?

Domenica ho passato un pomeriggio con Piero Chianura, il direttore della rivista InSound. Diversi punti di vista tra me e Piero coincidono e mi sono ritrovato, per l’ ennesima volta, ad avvertire che esistono persone che stanno guardando a questo momento come diverso , da un’altra angolazione, dandogli nuove opportunità, possibili visioni del futuro. 
Una delle considerazioni su cui abbiamo concordato: in questo momento esiste un’ “elité” di star molto in alto che dalla musica ha molti privilegi economici, e riesce, con essa, a far funzionare meccanismi spesso complicati e quasi mai accessibili ai piu’.

Per contro esiste un sottobosco fatto di musicisti, artisti, dilettanti che non solo non ha accesso alle alte sfere, ma che neppure puo’ immaginare di fare della musica un proprio lavoro, e che quasi non ha accesso alle informazioni base per cercare di accedervi.

E in mezzo a queste due realtà cosa c’è?

Una volta in mezzo si posizionavano tutti quelli che di musica vivevano pur non splendidamente, potevano rischiare, investire sperando di far funzionare le proprie idee, avere insomma la possibilità di provarci e, in molti casi, di riuscire.

In questo momento in questo “mezzo” non vedo niente del genere.Vedo si’ una zona zeppa di artisti, gruppi, saltimbanchi, che pero’ invece di essere quelli che dovrebbero creare l’economia attorno alla quale tutto dovrebbe girare, sono diventati improvvisamente i “clienti” di questo settore anzichè i protagonisti. Il miraggio di arrivare, di riuscire ad affermarsi nello show business li ha portati a riempire lo spazio che un tempo era adibito a chi si era, spesso faticosamente, guadagnato i numeri per provarci: sono come in un casting infinito che però li risospinge al ruolo di “clienti”: clienti di studi per produzioni autofinanziate, di corsi su come scrivere musica e testi, partecipanti a gare e concorsi, provetti videomaker. Adesso sono li’, senza produrre reddito reale, e qui la cosa diventa veramente interessante, a mantenere tutta una serie di servizi che spesso servono solo a tenere vivo il proprio sogno di affermazione. Non voglio generalizzare né tantomeno sembrare superficiale, ma troppo spesso vedo che pagando si possono avere possibilità apparenti: uffici stampa che offrono visibilità, aggregatori di servizi digitali che si impegnano a diffondere la tua musica, scuole di formazione per musicisti, fonici da studio e live ecc…. Il culmine della possibilità di sfruttare il sogno di emergere offrendo servizi l’ho visto quando ho saputo di un’agenzia di booking che per una spesa di qualche migliaio di euro garantiva un certo numero di concerti….Ci manca solo che ti affittino i fans.

L’elenco dei servizi a disposizione di band e artisti emergenti è ben nutrito e ad un’analisi anche superficiale si capisce subito che questi riescono soprattutto a perpetuarsi più che a creare business agli artisti.

Questo vedo in questo “mezzo”, e lo vedo anche attraverso i racconti degli artisti che passano puntualmente nel mio studio. C’è ancora chi fa discografia nel vero senso della parola?
I ragionamenti legati a questa considerazione che si possono fare sono parecchi. Se la discografia che investe non c’è piu’, e se gli artisti sono gli unici ad investire su loro stessi, che bagaglio di esperienze, capacità e anche denaro (sempre troppo poco) sarà a disposizione delle produzioni future? Credo che alla base di questo stia uno dei problemi della bassa qualità delle produzioni.

Fare tutto in casa non porta certo ad innalzare il tuo livello artistico , anzi la mancanza di confronto con realtà che ti possono “insegnare” e trasmettere esperienza e conoscenza è vitale. Quello che mi lascia perplesso è come tante strutture che dovrebbero essere preposte a scoprire talenti e a scovare nuove artisticità in realtà sono solo dei fornitori di servizi che TU paghi.

La foto a inizio articolo è di un album degli Element, Great Expectations. Cercavo la copertina del libro di Charles Dickens con il titolo omonimo ma questa mi sembrava piu’ adatta al caso…. 

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Cercando una via alternativa

Max Lotti mi ha segnalato un resoconto pubblicato dall’ IFPI (International Federation of the Phonographic Industry) sul mercato digitale nel mondo. I dati sono molto dettagliati e pieni di particolari che dovrebbero servire per fare un quadro della situazione.
Il resoconto è pubblicato e tradotto in italiano dal FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) e lo si puo’ trovare in questa pagina. Tralascio le varie considerazioni e analisi di mercato. Le due cose che a me saltano agli occhi da questo resoconto sono: la pirateria ammazza la musica e solo i governi, legiferando, possono fare qualcosa per arginare il problema. Quindi il vero problema è di legalità? O di ineguatezza ad un nuovo sistema culturale?
Sia ben chiaro, io penso che se un autore/compositore/artista non mette esplicitamente a disposizione gratuitamente i propri brani non posso di certo essere io, con modalità non previste dal proprietario dell’opera, ad avere il diritto di appropiarmene.
Da qui ho passato alcuni giorni a pensare: ma se improvvisamente i governi riuscissero, in un qualche modo, ad avere un controllo effettivo sulla pirateria? Se nessuno avesse piu’ accesso al download illegale? Che mondo ne uscirebbe? Sarebbe un passo avanti verso un mercato piu’ libero e onesto, oppure un passo falso sulla strada per cercare di immaginare un nuovo modo di percepire e consumare la musica?
In compenso Google e Apple in questi giorni sembra che si stiano contendendo il mercato musicale del futuro che sembra essere quello della musica in streaming. Chissà che non avendo neppure l’ MP3 nel nostro iPod e riducendo cosi’ la musica a qualcosa di definitivamente inconsistente, possa essere d’aiuto per ritornare a vendere supporti fisici, CD, vinile…
L’ altra cosa che mi impressiona è che milioni di fruitori di musica siano in mano a dieci società che spesso hanno interessi in social net e cose analoghe. Non vorrei che questi 10 dettassero le regole del gioco…
Ma per fortuna, in questa valle di rassegnazione ho avuto uno spiraglio.
Gaetano Leotta, sul forum di Rockit, mi ha segnalato un video a dir poco entusiasmante. Si tratta di una conferenza di Larry Lessig in cui dà la sua visione del mondo. Se avete 20 minuti godetevela con tanto di sottotitoli in italiano (link al video). Quel che ne esce, come spesso accade, è che la verità sta nel centro e spesso il buonsenso ti dà la giusta visione delle cose. E forse è il momento di pensare che le vecchie regole sul diritto d’autore e la relativa gestione editoriale, create all’ inizio del 1800 da Ricordi,  non si possono piu’ applicare alla lettera e che forse è ora di pensare a cosa invece queste nuove possibilità digitali ci possono dare.
Per questo mi sto interessando a Creative Commons e vorrei capirne i meccanismi possibili per chi di musica deve vivere.
P.S. andate a vedere questa  pagina del FIMI in cui si elencano le operazioni antipirateria: sembra un bolletino di guerra…

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Cercando una via alternativa

Max Lotti mi ha segnalato un resoconto pubblicato dall’ IFPI (International Federation of the Phonographic Industry) sul mercato digitale nel mondo. I dati sono molto dettagliati e pieni di particolari che dovrebbero servire per fare un quadro della si…

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Di chi è questo problema?

Ho trovato questo articolo che mi conferma la notizia che già da un po’ girava tra gli addetti ai lavori: la chiusura dell’ Esagono Studio
Gazzetta di Reggio
Di chi è realmente questo problema? Dei proprietari dell’ Esagono o di tutti noi? Perchè no…

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Di chi è questo problema?

Ho trovato questo articolo che mi conferma la notizia che già da un po’ girava tra gli addetti ai lavori: la chiusura dell’ Esagono Studio
Gazzetta di Reggio
Di chi è realmente questo problema? Dei proprietari dell’ Esagono o di tutti noi? Perchè non abbiamo piu’ bisogno di posti come questo?

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EVVIVA! Oggi è il Record Store Day!

E’ una iniziativa americana (poteva essere altrimenti?) in cui per un giorno i negozi indipendenti di CD, vinile e quant’ altro, mettono a disposizione edizioni particolari pensate proprio per questo evento. Questo per semplificare, in realtà per pot…

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