Categoria: Pozzolengo

Garibaldi sul Garda — 19a Puntata

28 Giugno 1866 – Il territorio lasciato libero ad ovest del Mincio fa gola agli Austriaci e si asserisce che reparti degli stessi abbiano occupato Castiglione e che si siano […]

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Rosso sulle colline

Il libro di Giancarlo Ganzerla per le Edizioni Grafo e l’Associazione Carlo Brusa è da leggere e da guardare. Si tratta di un’ escursione, un’ emozione fra i nostri paesi […]

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Così il Benacus divenne Garda

Perché l’antico nome di Benaco del più grande lago d’Italia cambiò in quello di Garda? Ecco un interrogativo che molti si pongono senza trovare risposta. Un’esauriente risposta si legge in […]

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Studio Araldico dello stemma di Pozzolengo — Come dovrebbe essere uno stemma a norma

Undici gennaio 1980. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, con il decreto n. 291, riconosceva come segno distintivo lo stemma di Pozzolengo in Provincia di Brescia, iscrivendo il tutto nel […]

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Storie lonatesi

Lonato del Garda Madonna della Scoperta è una frazione di Lonato del Garda distante dal capoluogo 12 chilometri, posta verso Solferino e al confine con la provincia di Brescia e […]

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Presentato a Pozzolengo il volume “Da Solferino a Pozzolengo. La battaglia nella battaglia”

La Sala Civica non è riuscita a contenere tutti gli ospiti accorsi per la presentazione del libro”Da Solferino a Pozzolengo. La Battaglia dentro la battaglia”. Un testo prodotto da un […]

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Digital Music Report 2012

Dal Digital Music Report 2012 riferito, ovviamente, al 2011:

Nel 2011 il mercato italiano della musica digitale ha continuato la propria crescita (SI CRESCE SI CRESCE!!!) raggiungendo un fatturato pari a 27,5 milioni di euro tra download, streaming e abbonamenti.
Nell’ultimo anno sono cresciuti notevolmente sia lo streaming
(ANCHE LO STREAMING E VAI!!!) video sia il download di album digitali: una crescita di oltre il doppio rispetto al 2010 sul 2009 (NACCHIO!!!).

Gli album digitali infatti sono saliti addirittura del 37% (più che triplicati rispetto al 2009) contro una crescita dei singoli del 25% (MICA CIUFOLI OH…).

In forte espansione anche lo streaming da YouTube, che è salito del 64% arrivando a sfiorare i 4,5 milioni di euro contro 2,7 milioni del 2010 (ANCHE YOUTUBE, ANDIAMO FORTISSIMI!)
Complessivamente il mercato discografico ha incassato al sell-in al netto dei resi 130,5 milioni di euro contro i 135 del 2010, un calo del 4% complessivo (AHHHH PECCATO, DAVVERO PECCATO ANDAVAMO COSÌ BENE!!!!) dove il supporto fisico ha fatturato 103 milioni di euro (-9 %) e il digitale 27,5 milioni (+22%). Ad unità il mercato fisico è calato del 7% con gli album in CD……
Se avete ancora voglia di sapere altro andate qua:

http://www.fimi.it/pdfddm/DigitalMusicReport2012-bassa.pdf

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Musica e legalità

Umberto Palazzo, voce storica dei Massimo Volume, giorni fa ha messo in rete un suo resoconto in cui mostra quale sia la reale economia che gira attorno ai concerti, dividendo i vari artisti per fasce in base al cachet che possono permettersi. I guadagni e il business che gira attorno alla musica è ormai risicato e per una band o un artista riuscire a vivere della propria arte è veramente difficile, un mare magnum in cui i professionisti si confondono con i dilettanti e in cui la battaglia ai 50 euro in piu’ o in meno possono fare la differenza. Gruppi che in virtu’ della promozione fanno 200 chilometri per suonare in locali non sempre entusiasmanti per cachet che spesso non coprono le spese. Naturalmente in questa corsa al ribasso la legalità è stata la prima condizione a sparire. 

Sembra che comunque qualcosa stia cambiando e dal basso. 

Passare ad una posizione di legalità sembra la condizione indispensabile per ridare dignità e senso a questo lavoro.
Demetrio Chiappa
Sto condividendo, da un po’ di tempo, un progetto assieme a Demetrio Chiappa, presidente della DOC Servizi che penso sia un’eminenza grigia del settore. Credo fermamente che uno dei cambiamenti della situazione musicale attuale passi per forza attraverso questo argomento.

Ho posto alcune domande a Demetrio, per cercare di capire meglio cosa vuol dire legalità nel mondo dello spettacolo. Gli spunti sono parecchi e tutti interessanti.

Che cos’è la DOC e cosa si prefigge principalmente e in che ambito lavora?
DOC da servizi ai lavoratori dello spettacolo, siano artisti che tecnici, insegnanti e amministrativi. Innanzitutto coordina e amministra la loro attività, trovando le soluzioni più convenienti ed efficaci affinchè possano lavorare nella legalità ma con la massima elasticità e trasparenza.  A fianco di servizi strettamente di gestione amministrativa la cooperativa elabora una serie di servizi paralleli affinché il lavoro dei soci sia svolta al massimo dell’efficenza e qualità, organizzando corsi di formazione di vario genere, investendo nella sicurezza e qualità del lavoro, utilizzando la tecnologia per fornire i servizi tipici di cui i lavoratori dello spettacolo hanno bisogno; per tutte le figure professionali DOC garantisce l’opportunità di lavorare in regola alle migliori condizioni, con operatori di professionalità e competenza di rara qualità nel settore, con un help desk che a chiunque chieda info riesce a rispondere coerentemente su ogni questione amministrativa/fiscale/previdenziale nel settore dello spettacolo, ed in particolare: per i musicisti: convenzioni, legalità, opportunità di lavoro, lo sviluppo di una rete di contatti per i tecnici; sicurezza, formazione, ancora opportunità di lavoro, per gli insegnanti di musica: opportunità di lavoro con condivisione di attività didattica  e scambio professionalità e competenze per le agenzie di musica: la possibilità di regolarizzare artisti in maniera snella e competente, a costi gestibili e non proibitivi per gli organizzatori di eventi/locali: possibilità di utilizzare artisti sempre in regola con grande alleggerimento dal punto di vista burocratico; tranquillità e zero pensieri….al di sopra di tutto tanta qualità

Chi puo’ essere interessato alla DOC?

Tutti coloro che in qualche modo, hanno a che fare con il mondo dello spettacolo… In realtà la comunità intera, perchè la musica e l’arte coinvolgono non solo gli operatori dello spettacolo ma chiunque abbia a che fare con eventi artistici anche in via occasionale: pensiamo ad esempio ad una banca che debba aprire una filiale e abbia bisogno di intrattenimento musicale, aziende private che svolgano convention, … la musica e l’arte in genere coinvolgono quotidianamente la vita di ognuno e siamo in grado di dare servizi a tutti i livelli, sia direttamente artistici, che amministrativi o organizzativi…

Quale possono essere le differenze principali nel lavorare nella legalità e cosa puo’ cambiare?

Soprattutto con la legalità si può crescere, non c’è necessità di nascondersi. Nessun progetto può essere sviluppato se lo si deve nascondere al pubblico per nascondersi al fisco,… senza  il vestito adatto non ci si presenta in pubblico…  e se si vuole primeggiare (obiettivo di ogni artista) bisogna avere il vestito più bello, anche in termini di organizzazione amministrativa/fiscale… non solo artistico

Come vedi il panorama attuale della musica in Italia? (chiaramente dal tuo punto di vista professionale non quello artistico)..

Dal mio punto di vista professionale (fiscale/previdenziale)  il panorama italiano è bloccato da decenni.
Dal punto di vista fiscale non è prevista in Italia una normativa che agevoli e consideri la precarietà e varietà del lavoro dell’artista, per cui per il fisco il musicista professionista dovrebbe avere partita IVA come un avvocato o notaio (senza possibiltà di detrarre le elevate spese di trasferte e viaggi che quotidianamente l’attività gli impone. Dal punto di vista previdenziale invece, le rigide normative sull’ENPALS lo obbliga ad avere sempre un terzo datore di lavoro che debba assumerlo, versargli i contributi, effettuare ritenute acconto, con i costi di una gestione complicata come fosse un dipendente: i lavoratori autonomi sono gestiti, anche con fattura, come fossero dipendenti… Considerato che i contributi ENPALS nel caso dei lavoratori con Partita IVA si calcolano sull’importo della fattura (e non sull’utile come per qualsiasi altro lavoratore autonomo) con una complicazione di gestione ed un esborso economico  che va ben oltre il normale costo del lavoro: la gestione complicata con un elevato onere contributivo ha fatto in modo che gran parte dei lavoratori dello spettacolo da sempre operino nell’illegalità e all’ombra. 
Trattandosi inoltre di attività di categorie “povere”, sia il commercialista che il consulente del lavoro classico non tende a occuparsi e specializzarsi in questo settore: di conseguenza la mancanza diffusa di conoscenza. La maggior parte di essi non sanno cosa sia e come funzioni l’ENPALS..

Credi si possa cambiare qualcosa dal punto di vista fiscale/burocratico perchè la legalità nell’ ambiente musicale possa svilupparsi maggiormente? E quanti dei problemi attuali sono imputabili alla regolamentazione fiscale?

Bisogna fare un lavoro capillare per diffondere il messaggio di legalità. Far capire che pagare i contributi significa anche godere di servizi e tutele che fanno spesso ampiamente “ripagare” quanto versato. Anni fa pensavo personalmente che il problema si risolvesse attraverso una legislazione che trattasse la fiscalità e previdenza degli artisti esattamente come le altre figure professionali, col tempo e l’esperienza mi rendo conto che solo un sistema organico e completo come la cooperativa può essere la risposta ai problemi degli artisti: il rapporto di socio lavoratore consente di operare in regola pagando le tasse e i contributi sull’effettivo compenso dopo aver detratto i costi e spese  di gestione (cosa non possibile con la partita IVA) ma soprattutto godendo di una serie di tutele che solo il lavoro dipendente può dare: Oltre al dovere/diritto della “pensione”, l’artista in regola ha diritto a indennità di malattia, assicurazione sugli infortuni, per varie figure indennità di disoccupazione, maternità, congedi parentali, diritto agli assegni familiari….  Credo che non sia poco pensare che una cantante in gravidanza possa riscuotere dall’INPS un assegno per maternità obbligatoria.  La legalità a costi sostenibili è il miglior trampolino per ogni progetto o carriera artistica,

Perché secondo te la legalità in questo settore è vista esclusivamente come un’imposizione e non una possibilità?

Ci sono dei luoghi comuni, dettati soprattutto dalla non conoscenza, che in tutti i settori imperversano, primo fra tutti il concetto che è meglio tutto subito che pagare le tasse.. La teoria dei “furbetti”… è furbo chi evade e scemo chi paga le tasse.. In 22 anni abbiamo contribuito in piccola parte a dimostrare il contrario e a macchia d’olio col passa parola di tutti i soci stiamo dimostrando che è furbo chi investe sul proprio mestiere… e sciocco chi si nasconde e non sviluppa la propria arte.
Oggi il cosiddetto “effetto Monti” arriva anche tra i musicisti e tutte le finte associazioni no profit che hanno contribuito pesantemente a “nascondere” i furbetti evasori un po’ alla volta vengono smascherate. di oggi la notizia che l’agenzia delle entrate ha iniziato una nuova serie di controlli sulle associazioni no profit/Onlus…
Il mondo dello spettacolo pullula di queste finte associazioni (Brescia ne è stata per anni la capitale) che si sostituiscono alle imprese fatturando prestazioni diverse per eludere tasse e contributi degli artisti….

Alla luce della crisi che investe il settore ormai da anni, quale potrebbe essere uno svilluppo possibile?

Dal punto di vista fiscale e previdenziale ci sarebbe bisogno di una forma corporativa che consenta agli artisti di riconoscersi, di contare. In realtà la confusione tra artisti professionisti e dilettanti (dal punto di vista artistico, non fiscale) mette sul mercato figure di ogni livello che reciprocamente genera una concorrenza dannosa per tutti, a scapito della qualità. Ma in Italia è presto per pensare ad una categoria di lavoratori dello spettacolo che si unisce per rivendicare i propri diritti. Non vi è consapevolezza individuale anche perchè, trattandosi di categorie povere, ci si ruba il lavoro l’un l’altro, se possibile.
Questo compito di unire gli artisti e condividere diritti e tutele attualmente lo fa (impropriamente perché non spetta ad esse) le cooperative di artisti… ma non tutte..
Per l’aspetto artistico invece credo che lo sviluppo stia nei progetti: non si deve più vendere un cd o un brano, ma ogni artista deve rappresentare un “progetto artistico” che comprenda un messaggio che vada oltre il cd o il brano musicale. Che abbia all’interno un messaggio chiaro e accattivante per il pubblico, abbia novità, ad elevata qualità e che sia convincente…. La musica che ci circonda è tantissima e crea confusione,  un progetto è molto di più, se sincero e di qualità può tornare a smuovere le folle…  

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Sul FARE e sul PENSARE

Gianni Berengo Gardin
Un pensierino della sera che mi gira nella testa da un po’ di tempo e che coinvolge due arti a cui sono particolarmente legato. Se lo metto sul web diventerà sicuramente immortale…
La musica, e la fotografia hanno avuto in questi ultimi anni una cambiamento tecnologico che ha ad entrambi segnato nuove strade legate al fare. La semplicità e l’immediatezza nell’uso di queste tecnologie ha fatto sì che tutti possano FARE fotografia e FARE musica. Tutto questo mi sembra abbia creato un calo verticale del contenuto di entrambi le arti che assieme ad un consumismo di immagini e audio ha fatto il resto, banalizzando oggetti d’arte ormai storici, spesso decontestualizzandoli e rendendoli quindi dei cadaveri. Berengo Gardin (se non sbaglio la fonte…) diceva che la differenza tra il fare fotografia 20anni fa
e oggi è che allora PRIMA si pensava POI si scattava, mentre adesso è il contrario. Sono sicuro che questa nuova prospettiva darà frutti nuovi e non voglio di certo fare valutazioni nostalgiche, vivo il presente, mi incuriosisce e mi sta bene com’è, ma mi pongo delle domande, cerco di leggere il presente attraverso le carte del passato e sono sicuro che si dovrebbe FARE molto meno e PENSARE molto di piu’….

Piu’ faccio questo lavoro e piu’ trovo indispensabile cercare di “riempire”  la musica che produco di pensieri, cercando di scovare sempre il “punto critico”, quello che puo’ dare la possibiltà ad un prodotto di diventare, se non arte, almeno espressione.

Se il processo del fare passasse attraverso il pensare, sicuramente avremmo meno spazzatura e piu’ qualità anche se questo so che cozza con il concetto che l’accesso al progresso e alla tecnologia  sono cose che hanno a che fare con la democrazia. Forse il problema è che il consumismo spaccia per democrazia quello che in realtà è mercificazione? Ma questa è sicuramente un’altra storia

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Intervista a InSound

Nell’estate di quest’anno Piero Chianura, direttore di InSound mi è venuto a trovare con l’intenzione di fare una intervista sulla mia attività. Non vuole essere un promo personale (anche se lo è) ma riporto la cosa perchè in parecchie parti, oltre agli aspetti tecnici, spiego cosa penso di questo lavoro e delle implicazioni nella produzione musicale e della filosofia del fare musica.Una volta tanto non faccio parlare gli altri…
L’articolo è scaricabile anche in formato PDF -> QUI

RITMO&BLU
Dove la musica trova accoglienza 
di PIERO CHIANURA
La crisi della discografia ha tolto ossigeno agli studi di registrazione, che si sono dovuti adattare alle nuove esigenze del mercato: massima qualità del servizio al minimo prezzo. In questa condizione al ribasso economico e professionale, molte strutture hanno chiuso e molti fonici e produttori hanno dovuto ripensare al proprio ruolo, non più “dipendente” delle case discografiche. Qualcuno ha deciso di farlo puntando sulla qualità non solo tecnico-professionale, ma anche dell’ambiente di lavoro e dei rapporti interpersonali
La maggior parte degli studi italiani appartiene oggi a fonici e/o produttori che si rivolgono a una fascia molto estesa di utenza medio-piccola, così ben rappresentata dal MEI, la fiera delle speranze, che propone una rete di servizi a una marea di musicisti disposti a spendere il proprio denaro per raggiungere il successo. In un panorama così poco edificante, ci sono realtà caratterizzate dalla sensibilità e dall’intelligenza di persone che preferiscono tenere alta la dignità del proprio lavoro di fonico e/o produttore (la sovrapposizione delle due figure è uno degli effetti di questa crisi) nel nome della qualità tecnica, artistica e di relazione interpersonale. Tra queste realtà c’è il suggestivo studio di registrazione Ritmo&Blu di Stefano Castagna, ricavato dalle stalle di un’antica cascina situata a Pozzolengo, vicino al lago di Garda.
Prima di raggiungere lo studio per fare quattro chiacchiere con Stefano, mi collego al sito Ritmo&Blu per leggerne la presentazione ufficiale: “Uno studio fatto di macchine e persone che si incontrano e che cercano di sviluppare l’unicità che sta in ogni progetto. Se da una parte il progresso tecnologico ha diminuito il costo degli strumenti per la produzione musicale, dando la possibilità a tutti
di potervi accedere, dall’altra ha uniformato i risultati, standardizzando le sonorità e gli obiettivi finali: quello che cerchiamo di fare è di rompere
questo standard”. Con queste premesse è probabile che ci soffermeremo ben poco sulla scheda tecnica delle apparecchiature (comunque presente sul sito dello studio insieme ai servizi offerti). 
ISRaccontami qualcosa del tuo percorso. Come sei arrivato all’attuale studio Ritmo&Blu?
Castagna – Gestisco questo studio da più di vent’anni. Inizialmente la sede si trovava in una zona sul confine tra Mantova e Reggio Emilia e con il mio primo socio affittavamo lo studio ai gruppi della zona. Allora bazzicavano personaggi come i Nomadi, i CCCP, Ligabue, ecc. Poi mi sono trasferito e ho cominciato a dedicarmi sempre più intensamente al mercato estero con produzioni di carattere commerciale, soprattutto per il mercato asiatico. Si trattava di una specie di crossover tra dance e pop, un ambito sul quale lavoriamo ancora oggi sul mercato esclusivamente giapponese. Di fatto, questo lavoro è quello che ha mantenuto in piedi tutta la struttura dal punto di vista economico. Negli anni abbiamo rinnovato lo studio più volte. Prima era tutto completamente analogico, poi nel 2001 abbiamo pensato che fosse tutto troppo vecchio e così ci siamo rivolti al digitale prendendo il Neve Libra che si trova ora nell’altro studio usato per il mastering. In quel momento era molto adatta per quello che dovevamo fare perché era veloce e pratica, con un aspetto industriale da non sottovalutare. Tre anni fa è accaduto che ho sentito la necessità di ritornare all’analogico, non per esigenze di mercato ma per divertimento e soddisfazione personale. Ho voluto riappropriarmi del mio linguaggio originario indubbiamente legato al mondo analogico. Così abbiamo cominciato a riacquistare outboard analogici tipo Lexicon, UREI, Eventide e, poiché era complicato interfacciarli con il banco digitale, sono andato alla ricerca di un banco analogico. Con l’aiuto di un tecnico autorizzato SSL sono riuscito a trovare un paio di occasioni, una in Germania e una in Inghilterra da Mark “Spike” Stent, fonico di Muse, Massive Attack, Radiohead, Bjork, Oasis e U2, con il quale ho fatto una trattativa lunghissima per comprargli alla fine la SSL 6072-G che abbiamo ora qui in regia principale. Si tratta di un Solid State Logic a 72 canali del 1991, completamente analogico e con prestazioni incredibili dal punto di vista della qualità, velocità di utilizzo e funzioni. Ora in questo studio è possibile decidere se registrare su supporto digitale (hard disk o Radar 48 tracce) o analogico su Otari Mx80 24 tracce. Come monitor usiamo Genelec 8050A come riferimento principale, insieme a Genelec 1031A e Yamaha NS10 (con accanto le classiche piccole Auratone 5C). Incassate nella parete ci sono anche due QSC con sub che usiamo molto poco, solo per muovere un po’ l’aria quando vogliamo spettinarci un po’.
ISUna volta il biglietto da visita di uno studio di registrazione era la scheda tecnica. Le apparecchiature definivano inequivocabilmente la qualità dello studio e sulla base di quelle si sceglieva quale fosse il più adatto. Oggi le cose sono un po’ cambiate. Gli studi sono fatti soprattutto di persone che sanno usare apparecchiature più o meno standard.
Castagna – Posta una qualità di base negli ambienti dello studio e delle apparecchiature, la differenza la fanno le persone. Le difficoltà di questo lavoro, sia di carattere economico sia di prospettiva del futuro, mi hanno spinto a cercare un contatto con le persone. Io non mi ritengo un fonico nel senso canonico del termine, la produzione è forse la cosa che più m’interessa in questo momento. Ora il mio obiettivo è trarre soddisfazione e divertimento nel mio lavoro anche sperimentando nelle soluzioni tecniche. Amo lavorare con gli echi e coi riverberi, cose che si usavano molto negli anni Ottanta, ma che negli ultimi anni sono scomparsi. Ora si mette tutto in faccia. Io invece ho sempre avuto il piacere di spostare gli strumenti nello spazio. Per questo amo molto il Lexicon 224XL. Già il System 6000 è troppo bello e preciso. Anche quando registro le parti, tendo a considerare sempre l’effetto. In fase di mix mi piace molto riamplificare gli strumenti, ma non come si fa tradizionalmente sulla chitarra. Per esempio, recentemente abbiamo dovuto lavorare su un rullante risultato un po’ povero in registrazione e così lo abbiamo fatto passare in un amplificatore Yamaha per chitarra coricato per terra, con messo sopra un rullante appoggiato su un supporto, in modo da microfonare sia il suono riamplificato che la vibrazione meccanica del tamburo stesso. Un’altra cosa che mi è capitato di fare è stato ottenere un suono più profondo di cassa realizzando il classico tunnel di due casse, ma posizionando all’interno un rullante microfonato così da avere sulla traccia della cassa anche il suono della cordiera. Il problema della ripresa separata degli strumenti della batteria, infatti, è che tipicamente sparisce la vibrazione della cordiera dal suono globale. Così l’ho ricreata artificialmente. Ecco, sono questi esperimenti che amo fare in modo da creare un suono molto personale fin dalla ripresa microfonica. Io e il fonico che lavora con me, Christian Codenotti, siamo focalizzati su questo modo di lavorare.
ISScegli tu con chi lavorare o accetti un po’ di tutto?
Castagna – Il mio approccio al lavoro che mi viene sottoposto è di due tipi. Capitano quei lavori di cui m’innamoro, come quello di Angela Kinczly che ho deciso di produrre in prima persona o del duo dei siciliani Corimè, che avevano registrato tutto a casa e quando mi hanno fatto ascoltare il loro lavoro da mixare mi sono commosso. Sapevo che non avevano un budget illimitato e che il lavoro sarebbe stato un po’ complicato. Così ho confidato nella loro onestà e gli ho detto che avrei accettato la cifra che avevano a disposizione. Alla fine per me è importante essere orgoglioso delle produzioni che faccio ascoltare a chi mi viene a trovare in studio. L’altro approccio è più commerciale. Spesso però ho a che fare con gente giovane e un po’ ingenua, che mi fa anche molta tenerezza. Nessuno di loro ha un budget decente per poter entrare in studio, però c’è un aspetto del mio lavoro, che chiamerei propedeutico, che mi fa decidere di accoglierli nel mio studio purché siano disposti a fare un compromesso con me per investire in un’esperienza importante per il loro futuro. Può accadere che domani possa tornare in studio con un budget adeguato o che semplicemente parlerà bene di me e del mio studio.
ISIn questo periodo di crisi per tutti, dare spazio a musiche di qualità o offrire la possibilità ai ragazzi di fare esperienza, mettendo in secondo piano le ragioni economiche, purché tu ne tragga soddisfazione personale, vale come investimento. Altri studi stanno semplicemente chiudendo. Non hai mai pensato di specializzarti in produzioni musicali che suonino con delle caratteristiche comuni riconducibili al sound del tuo studio?
Castagna – Se ti riferisci a un’impronta tipo quella delle produzioni ECM, non credo che m’interessi una cosa del genere. Credo invece che l’impronta del mio studio sia più data dal processo della produzione che dalla produzione in sé. È il processo di registrazione e costruzione dei suoni a essere molto simile in tutti i miei lavori, soprattutto quando gli artisti mi danno spazio per metterci del mio.
ISSiamo arrivati a parlare della figura del produttore oggi sempre più coincidente a quella del fonico. Entrambe queste figure sono oggi in sofferenza, ma quella del produttore in particolare fa molta fatica ad affermare una propria idea di suono che possa rivelarsi vincente nell’asfittico mercato discografico, anche perché le band, dal canto loro, sono diventate così critiche nei confronti della tradizionale struttura discografica da rifiutare ogni ingerenza del produttore. Un produttore si fa carico di musicisti che non gli permettono di mettere la propria mano sul prodotto.
Castagna – Per me la possibilità di metterci la propria esperienza è la condizione di base perché un produttore possa lavorare sul progetto di una band. Oggi non sono certo che esistano molti produttori italiani di caratura tale da guadagnarsi la fiducia dei musicisti. D’altra parte credo che un produttore debba accettare di lavorare su progetti dove sente di poter dare un contributo vero, non accettare un lavoro perché non ci sono altre opportunità. Altrimenti si finisce per applicare i tipici trucchi da produttore. Forse è per questa ragione che io devo provare un’emozione prima di mettermi in gioco in una produzione, anche se non è la mia musica. Un atteggiamento che ho tipicamente sulle produzioni che faccio è proprio quello di cercare soluzioni non conformi al modo in cui si tenderebbe a produrre quel genere di musica. Quando poi un genere non mi appartiene, il mio divertimento è spostare l’attenzione su elementi inaspettati. Il fatto è che, poiché il mercato non offre opportunità di guadagno reale ai musicisti, questi finiscono per non poter pagare neanche il produttore oltre che lo studio di registrazione…
ISÈ per questo che un produttore coinvolto in un progetto musicale finisce per investire completamente nell’artista sperando un giorno di scoprire almeno che ne è valsa la pena?
Castagna – Sì e in questi casi finisce per affrontare nuovi problemi legati alla promozione, al booking, tutte cose che non ha mai affrontato prima. È così che ti rendi conto di quanto il mondo della musica in Italia sia così piccolo, e di quanto si facciano battaglie pazzesche per niente. In Italia ci sono un sacco di realtà che sfruttano la situazione, un mercato di videomaker che si propongono di fare i video agli aspiranti artisti, una marea di uffici di promozione che offrono servizi standard che non servono a nulla e cose del genere. Sono tutte entità che, alimentando le speranze dei musicisti, recuperano direttamente dalle loro tasche il denaro che hanno perso con la discografia.
ISLa famosa fascia intermedia e molto numerosa di musicisti che aspirano a diventare famosi e perciò si affidano a intermediari pieni di promesse. Però, in questo momento, nessuno può garantire il successo…
Castagna – Nessuno fa più discografia. Tutti fanno un percorso basato sui soldi mentre bisognerebbe ricominciare a fare un percorso tra persone che condividono un progetto in cui credono. Quando ho parlato del progetto di Angela Kinczly con un ufficio stampa piuttosto importante, gli ho chiesto di non farmi spendere soldi se riteneva che l’artista non meritasse. Invece, gli avrei persino dato metà delle edizioni se avessero voluto promuoverla perché la consideravano degna. Oggi tutti offrono servizi a pagamento sbandierando grande disponibilità e altruismo come se ci fossero un sacco di possibilità. A un mio amico musicista è capitato di ascoltare in una trasmissione radiofonica l’intervento del responsabile del MEI (Giordano Sangiorgi, NdR), che raccontava della situazione del mercato italiano e delle opportunità offerte da Internet come se si trattasse del paese della cuccagna. Uno che non vive questo mercato e ascolta interventi del genere si fa un’idea totalmente sbagliata della realtà. Non ci vuole molto per capire che il nostro è un settore fermo in cui non gira denaro, a partire dai musicisti che fanno fatica a farsi pagare un concerto.
ISChi organizza fiere deve puntare sulle esigenze degli espositori alimentandone le speranze, anche quando la realtà è tutt’altro che positiva. Sta accadendo lo stesso con il mercato delle apparecchiature da studio. Il ripensamento di molti studi sulla apparecchiature digitali ha fatto pensare ad alcuni costruttori che si potesse aprire un nuovo spazio di mercato per le apparecchiature analogiche. Si tratta probabilmente anche qui di speranze alimentate dai produttori nei confronti degli studi, i quali sono portati a pensare a loro volta che ritornare al mondo analogico possa aprire loro nuove opportunità di lavoro. L’intensa produzione di outboard analogici che caratterizza questo periodo fa parte del meccanismo di competizione tra studi ed è indipendente da reali opportunità del mercato.
Castagna – Se osservo la nostra realtà, vedo un mondo che lavora in nero, che non ha una visibilità “ufficiale” e che fa di tutto per risparmiare un euro. Chi è a un certo livello deve abbassarsi per mettersi in concorrenza con i più piccoli. Negli studi di registrazione accade lo stesso. Così, alla fine, non c’è più differenza a livello di tariffe tra uno studio di registrazione con macchine di un certo costo e personale di una certa esperienza e uno studio con apparecchiature e tecnici mediocri. Al di là che io possa insegnare a usare un compressore, quello che conta è l’esperienza di averlo usato in un sacco di situazioni diverse. C’è una storia di relazioni tra persone che fa la differenza tra uno studio fatto di persone ancora prima che di macchine.

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