Brunati e Rosmini epistolario interrotto

Se si ha la curiosità di entrare nel ricco scrigno di carte antiche qual è l’archivio storico dell’, si vedrà che uno dei fondi più cospicui è quello degli autografi di Giuseppe Brunati (Salò 1796 — Puegnago 1855), prete e studioso di razza, dedito allo studio delle lingue antiche, soprattutto greco ed ebraico, all’archeologia biblica, alla storia della Chiesa, ma attento cultore, anche, della storia locale, benacense-bresciana-veronese, dell’epigrafia latina e delle biografie degli uomini illustri in terra gardesana.

Brunati è stato, in un periodo in cui l’analfabetismo segnava percentuali altissime di estensione nella nostra penisola, un infaticabile studioso e ricercatore, frequentando biblioteche in varie regioni d’Italia e tessendo rapporti con eminenti intellettuali del suo tempo. Avrebbe potuto assumere il ruolo di custode della Biblioteca Apostolica Vaticana, ma vi rinuncia per essere libero di dedicarsi totalmente ai suoi studi.

Nella recente pubblicazione riguardante l’inventario delle sue opere(Il fondo Giuseppe Brunati- Inventario, Ateneo di Salò, 2008, pp.676), si dà conto dell’immensa sua produzione. Quel che spicca, per la forte valenza comunicativa, è l’epistolario: 791 lettere, riferibili a 213 corrispondenti, comprese nell’arco cronologico 1816–1855. Ben 41 sono le lettere scritte dal grande filosofo Antonio Rosmini al “soavissimo amico” gardesano.

Da una di esse si viene a sapere dell’offerta fattagli dal Brunati di una cattedra di umanità nel nuovo ginnasio di Salò, proposta che viene rifiutata (1820). In altre si leggono scambi di consigli, suggerimenti per scelte di vita, accenni a studi e pubblicazioni in corso, informazioni sulla vita quotidiana. Ogni lettera testimonia della cordialità e della sincera familiarità che intercorre tra i due. Poi Rosmini decide di fondare una propria congregazione religiosa mentre Brunati, dopo tormentate riflessioni, prende i voti nella Compagnia di Gesù (ne uscirà però qualche anno dopo).

Lo scambio di lettere cessa nel 1838 o, per meglio dire, non si ha documentazione epistolare per il periodo che dal 1838 va fino al 1855, anno in cui entrambi muoiono. Diciassette anni senza rapporto epistolare sono tanti. Un dubbio, non so se fondato, affiora. Antonio Rosmini, che oggi la Chiesa venera come beato, non ebbe in vita onori e comprensione. Furono proprio i Gesuiti a rendere difficile ogni suo passo. Il suo libro più famoso “Le cinque piaghe della Chiesa” fu oggetto di censure e di accuse indicibili mentre oggi, dopo il Concilio Vaticano II, si può dire che sia stato largamente anticipatore della odierna dottrina. Forse Brunati dovette rispettare “l’obbedienza” gesuitica interrompendo la comunicazione con l’amico. O forse non ravvisò che vi fossero più i motivi fondanti del loro antico sodalizio. La questione è aperta e andrebbe approfondita per amore di verità.

Prima pubblicazione il: 19 April 2020 @ 15:00

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